Art WHAT IF – Intervista a Walt Disney
ArtAIwhat if

WHAT IF – Intervista a Walt Disney

WHAT IF è una rubrica sperimentale che mette in scena l'impossibile: intervistare grandi pensatori e intellettuali che non sono più tra noi.
-
Buddy

La Walt Disney Company ha siglato un accordo con OpenAI per portare oltre duecento personaggi del suo catalogo su Sora, il generatore video che trasforma un prompt di testo in scena animata. Topolino, Biancaneve, i personaggi costruiti in quasi un secolo di controllo maniacale sulla qualità, entrano ufficialmente nella scatola nera dell’intelligenza artificiale generativa.

Walt Disney ha passato la vita a inseguire un’idea precisa di magia: non la tecnologia in sé, ma quello che la tecnologia riesce a far provare. Ha industrializzato l’animazione trasformandola in una catena di montaggio, ma lo ha fatto per arrivare all’eccezionale, mai all’abbastanza buono. Credeva nel “Plausible Impossible”: esagerare la realtà, non copiarla, per renderla più viva del vero.

In questa puntata di WHAT IF, riportiamo Disney nel presente e gli chiediamo cosa ne pensa di un mondo in cui un algoritmo può generare mille foreste incantate al secondo, e in cui i suoi personaggi più iconici finiscono in licenza a un’azienda che lui non può controllare. Il risultato è un confronto tra l’uomo che ha inventato l’industria dell’immaginazione e la macchina che oggi prova a farne a meno.

Walt Disney

Hai sempre creduto nella magia dell’immaginazione umana. Se oggi un algoritmo può inventare mondi infiniti, è ancora magia?

La magia non sta nella tecnologia, ma nell’esperienza emotiva: è in quello che provi mentre guardi. Noi usavamo la tecnologia per creare l’illusione della vita. Un algoritmo può generare infinite immagini, ma questo non significa che possa capire perché una storia cattura qualcuno. Un algoritmo che genera mille foreste incantate in un secondo non è magia: è statistica.

Siamo ancora capaci di stupirci?

Lo stupore richiede rischio creativo, la scelta di qualcosa di nuovo. Quando aprimmo Disneyland, la gente piangeva vedendo un castello di cartapesta. Oggi avete il mondo intero in tasca e non alzate nemmeno gli occhi. L’abbondanza uccide lo stupore. Se puoi vedere tutto subito, niente è più speciale.

La fantasia ha bisogno di limiti per funzionare?

Credo che senza qualche confine di tempo, di forma, di contesto, la fantasia rischi di diventare solo un collage indistinto di possibilità. Negli anni abbiamo imparato che un buon racconto ha struttura, ritmo, un arco emotivo. Senza questi, qualsiasi mondo infinito rischia di rimanere piatto.

Un’animazione il più realistica possibile è una cosa che avevi desiderato raggiungere?

Ti rispondo con quello che avevamo definito il principio del “Plausible Impossible”: il primo dovere dei cartoon non è duplicare l’azione reale o le cose come effettivamente accadono, ma dare una caricatura della vita e dell’azione. In Bambi studiammo l’anatomia dei cervi per mesi, ma non per copiarli: per capire come esagerare i movimenti e renderli più espressivi del vero. L’anima sta nell’esagerazione, non nella replica.

Ti viene spesso attribuita la frase: “Se puoi sognarlo, puoi farlo.” Ma se è una macchina a sognarlo, chi è che sta vivendo quel sogno?

Ahahahah, quella frase non l’ho mai detta io: l’ha scritta un mio Imagineer anni dopo la mia morte. Ma ormai me la tengo. Il punto è: la macchina non sogna. La macchina calcola probabilità. Il sogno richiede desiderio, e la macchina non desidera nulla, non ha paura di morire, non vuole essere amata. Se è la macchina a generare l’immagine, nessuno sta vivendo quel sogno. È un sogno orfano.

Avevi immaginato di vedere questo tipo di avanzamenti tecnologici nel mondo della creatività?

Avevo immaginato macchine che ci avrebbero aiutato a costruire, come i miei Audio-Animatronics. Ma non immaginavo macchine che avrebbero pensato al posto nostro.

La tecnologia era per te un mezzo per servire la storia. Oggi sembra che la storia sia solo una scusa per mostrare tecnologia.

Ho usato il suono sincronizzato in Steamboat Willie perché serviva a far ridere. Ho usato il colore in Flowers and Trees perché serviva all’emozione. Oggi vedo film che sono solo “demo tecniche” di due ore: la storia è un pretesto per mostrare i muscoli del computer. Ma vi dirò una cosa: nessuno esce dal cinema fischiettando gli effetti speciali. La gente ricorda i personaggi. Se la tecnologia non mi fa piangere per un burattino di legno, è inutile.

La Walt Disney Company ha siglato un accordo con OpenAI per concedere in licenza oltre 200 dei suoi personaggi su Sora. Lo avresti fatto? Cosa significa dare in uso personaggi così iconici all’IA?

Ho combattuto tutta la vita per non perdere i diritti di Topolino, dopo che mi avevano rubato Oswald il Coniglio Fortunato. Ho costruito un impero basato sul controllo totale della qualità. Dare in pasto i miei personaggi a una “scatola nera” che non posso controllare? Che potrebbe far dire a Biancaneve cose che non approvo, o far muovere Topolino in modo sgraziato? Mai. Avrei usato l’IA? Sì, ma dentro i miei studi, controllata dai miei artisti, come strumento interno.

La tecnologia sta ampliando l’immaginazione umana o sta “industrializzando” la creatività?

Io sono stato il primo a industrializzare la creatività. Ho trasformato l’animazione in una catena di montaggio perfetta. Ma lo scopo era l’eccellenza. Ho l’impressione che l’IA oggi stia industrializzando la mediocrità: sta rendendo facile fare cose “abbastanza buone”. A me non è mai interessato l’abbastanza buono. A me interessava l’eccezionale.

ArtAIwhat if
Scritto da Buddy

Editor's Picks

x
Ascolta su