Woodstock: 5 performance per celebrare il 50° anniversario

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9 Agosto 2019

A cinquant’anni dal Festival di Woodstock abbiamo selezionato le 5 performance indimenticabili. Peace and Love!

1969. Nixon viene eletto Presidente degli Stati Uniti e Gheddafi prende il potere il Libia, a New York gli omosessuali iniziano a manifestare per i loro diritti durante i Moti di Stonewall, a Londra i Beatles si esibiscono sul tetto dell’Apple Records e Milano viene scossa dalla Strage di Piazza Fontana. Mentre la Guerra del Vietnam colleziona sempre più morti l’uomo mette il primo piede sulla Luna. 

Esattamente a metà di questo marasma di eventi e rivoluzioni si posiziona Woodstock, il Festival musicale più famoso di tutti i tempi che per 3 giorni – tra ritardi, bis e imprevisti, alla fine, sono stati 4 – ha unito quasi un milione di persone che inebriato dalla situazione, dalla musica stupenda e da non poche sostanze stupefacenti, cantava a squarciagola al grido di Peace and Love

Dopo esattamente 50 anni siamo qui a celebrarlo con le 5 performance che hanno fatto la storia.

Richie Havens – Freedom

Woodstock ha ufficialmente inizio il 15 agosto 1969, pochi minuti dopo le 17.00, quando Richie Havens prende posto sul palco. L’euforia e le continue richieste di un bis portarono Richie a chiudere la sua performance improvvisando una versione di Motherless Child, una canzone che faceva parte della tradizione spiritual. Il significato del titolo può essere legato sia al fatto che molti figli di schiavi venivano venduti giovanissimi, diventando orfani, ma anche alla lontananza con la propria madre patria, l’Africa. 

Così Richie Havens, accompagnato dalla sua chitarra, iniziò a ripetere all’infinito la parola “Freedom” segnando in modo eclatante l’apertura del Festival.  

Santana – Soul Sacrifice 

Ventiquattro ore dopo era il momento di Santana e del suo gruppo omonimo, all’epoca non ancora molto conosciuto. Basti pensare al fatto che il primo album dei Santana non era ancora uscito, ma la loro performance riscosse un gran successo, soprattutto quella del brano Soul Sacrifice in cui Santana mostrò al mondo che con la chitarra non era per niente male. 

The Who – My Generation 

Un manifesto di un’intera generazione, My Generation chiude il live dei The Who – che si esibirono il secondo giorno. Un brano diventato simbolo di protesta di una cospicua fetta di giovani in un periodo storico in cui erano visti come il cambiamento, come qualcosa di sbagliato. 

La performance di My Generation è passata alla storia anche per la sua conclusione, quando Pete Townshend inizia a sbattere con forza la chitarra sul palco, per poi lanciarla tra la folla. 

Joe Cocker – With A Little Help From My Friends

Il terzo e ultimo giorno inizia col botto. Joe Cocker portò sul palco una line up unica che decise di concludere con uno dei più grandi successi dei Beatles, With A Little Help from My Friends. Nella versione di Cocker il brano, scritto da John Lennon e Paul McCartney per essere cantato da Ringo Star, subisce un vero e proprio riarrangiamento. 

Noi non siamo nessuno per giudicare quale delle due versioni sia meglio, ci limitiamo a goderne la bellezza. 

Jimi Hendrix – The Star Spangled Banner 

Ultimo, sia della nostra lista sia dell’intero Festival, è Jimi Hendrix. Della sua esibizione di due ore abbiamo deciso di citare la sua interpretazione di The Star Spangled Banner, ovvero dell’inno americano

Accompagnato dalla sua chitarra elettrica, la decisione di portare l’inno nazionale a Woodstock era un palese atto di protesta contro la politica del tempo e, ovviamente, contro la Guerra del Vietnam.

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