Con Archipelago, la fotografa Yolanda del Amo firma un esordio editoriale con Kehrer Verlag misurato e perturbante. Il libro raccoglie immagini realizzate tra il 2004 e il 2014 e costruisce una geografia emotiva fatta di isole, presenze vicine ma non coincidenti, relazioni che condividono lo spazio senza fondersi mai davvero. L’arcipelago evocato dal titolo diventa così una metafora delle dinamiche umane: sistemi di connessione attraversati da distanze invisibili.

Le fotografie nascono da tableaux accuratamente costruiti, ambientati in interni reali e contesti quotidiani tra Spagna e Stati Uniti. I soggetti, tutti amici e familiari dell’artista, partecipano alla messa in scena di relazioni immaginate, dando vita a un continuo slittamento tra autenticità e performance. Ogni gesto è calibrato, ogni postura sembra rispondere a una logica interna che rende l’immagine composta, ma mai statica.

L’influenza del teatro-danza di Pina Bausch è evidente nel modo in cui il corpo diventa veicolo di emozioni trattenute. Come nelle sue coreografie, anche qui il controllo formale non soffoca l’espressione, ma la concentra. L’uso della macchina di grande formato contribuisce a questa sensazione di sospensione, dove ciò che conta non è l’azione, ma la tensione che la precede o la segue.

Ogni fotografia funziona come una scena autonoma, un racconto aperto che invita il lettore a osservare e interpretare le relazioni tra i personaggi. Molto prima che diventasse un tema collettivo, Del Amo aveva già intuito come la tecnologia e le convenzioni sociali potessero amplificare l’isolamento anche nella condivisione, trasformando la solitudine in una condizione diffusa e quasi impercettibile.

Nel saggio Islands in the Sea of Life, la critica Vicki Goldberg scrive che Del Amo ha trovato «soluzioni eleganti e talvolta misteriose» per tenere insieme, in un’unica immagine, sentimenti interiori e distanze esteriori. La definisce «drammaturga, regista e direttrice di scena» del proprio teatro fotografico, impegnata a cercare «qualcosa di leggermente più strano della realtà», capace di metterla in crisi.

Anche Jean Dykstra, in Alone Together, sottolinea come le immagini «contengano segreti che ribollono sotto la superficie» e come ogni figura sembri abitare un mondo separato. Il colore — dal giallo acido di una stanza all’azzurro di una piscina vuota — diventa un amplificatore emotivo della distanza. «Siamo sempre impegnati a recitare dei ruoli gli uni davanti agli altri», afferma Del Amo: ed è proprio in questa tensione, tra desiderio di contatto e bisogno di separazione, che Archipelago trova il suo centro più silenzioso e incisivo.



© Yolanda del Amo / Kehrer Verlag
