Con Un luogo bello, fotografo Alessandro Mallamaci parte da un luogo preciso: la valle del torrente Sant’Agata, una lingua d’acqua che attraversa l’Aspromonte e si getta nello Stretto di Messina. È un territorio che porta nel nome un’eredità antica, legata alla bellezza e alla nobiltà, ma che oggi racconta storie molto diverse. Mallamaci lo chiama “il mio paesaggio” e basta questa frase per capire che qui non c’è solo osservazione, ma un amore inevitabile, che sa essere struggente e difficile allo stesso tempo.



Le sue fotografie sono un viaggio nella Calabria che conosce meglio: quella dei panorami grandiosi e delle ferite profonde, delle tradizioni popolari e dei segni lasciati dalla ’Ndrangheta, della natura che resiste e del cemento che si sgretola. Un luogo di contrasti costanti, in cui convivono la festa di paese e la ruggine, il pascolo e i muri che crollano, il silenzio e la memoria. Mallamaci osserva senza moralismi, evitando la denuncia diretta per cercare piuttosto un’empatia con il suo soggetto. È come se ogni scatto fosse un atto di cura, un modo per trasformare il disagio in poesia visiva.



Il suo sguardo dialoga con quello dei maestri che hanno ridefinito la fotografia di paesaggio dagli anni ’80 in poi, da Luigi Ghirri a Guido Guidi, fino a Stephen Shore e Robert Adams. Non si tratta di citazione, ma di una stessa sensibilità: quella di chi prova a raccontare un territorio che ha perso le meraviglie del Grand Tour ma conserva un fascino fragile e segreto.




Con questo progetto, Mallamaci costruisce un diario personale e insieme collettivo, che ci accompagna in una Calabria diversa da quella delle cartoline o dei cliché. Una Calabria che resiste, che soffre, che sorprende. Un “luogo bellissimo” che nelle sue immagini diventa una dedica d’amore, e che chiede a chi guarda di lasciarsi attraversare dalle sue contraddizioni.




Gli scatti di Alessandro Mallamaci sono in mostra al Fotografia Calabria Festival fino al 12 ottobre.
