I dieci anni di Merriweather Post Pavilion degli Animal Collective

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10 gennaio 2019

Vi raccontiamo il successo dell'album indie Merriweather Post Pavilion degli Animal Collective nell'era pre-streaming.

Nel 2009 avevamo ancora MySpace e tra le poche cose positive lasciate in eredità dal precedente anno bisestile c’era il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti, Barack Obama.

Della musica, degli album, ci piaceva parlare a tavola più che su Facebook e non avevamo ancora idea di come sarebbe cambiata l’industria musicale, il modo stesso di fruirne: leggevamo recensioni su carta e su blog online, più o meno di nicchia.
Soprattutto, leggevamo. Leggevamo di più. Lo facevamo perché era per noi importantissimo distinguerci da una massa, scoprire prima degli altri il gruppo The qualcosa di turno e condividerlo con una piccola punta di orgoglio nella nostra nicchia di amateurs dell’indie.
Il mainstream ci faceva schifo e ai sold out preferivamo i live per pochi intimi in locali in culo a dio.

In questi primi nove anni del nuovo millennio avevamo imparato a conoscere un gruppo di Baltimora affascinante, prolifico, innovativo ed alternativo chiamato Animal Collective: la band, formata da Panda Bear, Geologist, Avey Tare e Deakin, aveva pubblicato già 7 album prevalentemente orientati al folk e alle chitarre.
Questo gruppo ci mandava in pappa il cervello perché, che ci piacesse oppure per niente, dovevamo dargli atto di un fatto importante: questo gruppo sarebbe stato l’ultimo baluardo di una scena che di lì a poco si sarebbe esaurita del tutto, svuotandosi di senso.
Non potevamo saperlo, ma potevamo ben intuirlo.

Merriweather Post Pavilion è uscito il 6 gennaio del 2009, leakato in rete qualche settimana prima della release ufficiale, ed è stato da molti critici acclamato miglior album dell’anno, nonostante dovessero ancora uscire altri dischi iconici come l’omonimo dei The XX, oppure Wolfgang Amadeus Phoenix dei Phoenix.

L’ottavo album degli Animal Collective (il primo senza Deakin) è un allucinante miscuglio di elettronica disturbata e psichedelica, di liriche pop, atmosfere lisergiche che strizzano l’occhio a Sgt. Pepper dei Beatles, sperimentalismi e vecchi synth anni 80. Insomma, un prodotto confusionario che lascia sbigottiti persino i fan della prima ora e fa parlare di sé in un modo che oggi l’indie si sognerebbe.

Questo perché gli Animal Collective, dopo 7 album, avevano messo fuori un prodotto che è un caso discografico a sé per molteplici motivi: anzitutto è un disco pop che, però, non contiene una vera e propria hit. La band, infatti, non insegue glorie commerciali ma resta concentrata nella sua follia creativa, in certe produzioni barocche che straniano l’ascolto almeno quanto l’artwork fa con la vista.
Singolare è anche la release: il leak che precede di qualche settimana l’uscita ufficiale, inconsapevolmente anticipa una strategia di marketing musicale volta a creare hype a cui oggi siamo ormai abituati. Ancora, siamo dinanzi a un album che segna la fine di una decade e che, non solo per la storia della band, sancisce il passaggio dall’indie al mainstream.

Se stai chiedendoti come sia avvenuto questo passaggio nell’era pre-Twitter / Instagram et similia, allora vuol dire che hai centrato il punto.

Quando nel 2009 gli Animal Collective hanno pubblicato Merriweather se n’è parlato per mesi, sui blog, sui giornali, a tavola e nei locali. E questo ha fatto sì che un gruppo nato nel Maryland si sia imposto pian piano anche all’attenzione di chi non se l’era filato per niente, arrivando a calcare palchi di festival importanti, dal Coachella al Primavera Sound.

Forse i fan più gelosi avranno storto il naso, impreparati all’impatto di un disco così strano e di una band così difficile, ma dopo dieci anni possiamo dire che un album come Merriweather è stato fonte di ispirazione per gruppi come i Tame Impala o gli Arcade Fire e che gli Animal Collective sono stati l’ultimo gruppo veramente indie, originale, alternativo ad aver fatto il salto verso il mainstream.

Avevo avuto percezione soltanto virtuale di questo successo prima di esperirne fisicamente nel 2016, quando il palco del RayBan del Primavera Sound è stato letteralmente preso d’assalto durante la loro esibizione. Non credo dimenticherò mai quei tre ragazzi arrampicati a un albero per tutta la durata del concerto e non credo riavrò mai indietro le coronarie che mi hanno fatto esplodere.

A parte tutto, quello che vorrei dire è che prima che l’era dello streaming cambiasse tutto, avevamo molto più tempo per capire una band come gli Animal Collective e scandagliare gli strati di un disco come Merriweather.

A dieci anni da lì, sappiamo dire che le cose sono cambiate ma non facciamo in tempo a capire come e quando, perché tempeste di album ci piovono addosso ogni tot e quelli che il giorno prima suonavano nella loro cameretta, il giorno dopo hanno già milioni di views su YouTube passando per canali che non sono più i blog online o i bar, ma i followers e gli algoritmi.
Dal canto nostro, abbiamo smesso di interessarci a un disco per più di due giorni al massimo e di parlarne oltre i 200 caratteri.

Ma in questo cortocircuito comunicativo e fruitivo sopravvive il riverbero di un’esperienza collettiva che non si è esaurita nel giro di qualche anno e alla quale dobbiamo riconoscere un’incidenza (seppur ingenua) sul sentire indipendente dell’ultimo decennio.

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