I dieci anni di Merriweather Post Pavilion degli Animal Collective

I dieci anni di Merriweather Post Pavilion degli Animal Collective

Claudia Maddaluno · 11 mesi fa · Music

Nel 2009 avevamo ancora MySpace e tra le poche cose positive lasciate in eredità dal precedente anno bisestile c’era il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti, Barack Obama.

Della musica, degli album, ci piaceva parlare a tavola più che su Facebook e non avevamo ancora idea di come sarebbe cambiata l’industria musicale, il modo stesso di fruirne: leggevamo recensioni su carta e su blog online, più o meno di nicchia.
Soprattutto, leggevamo. Leggevamo di più. Lo facevamo perché era per noi importantissimo distinguerci da una massa, scoprire prima degli altri il gruppo The qualcosa di turno e condividerlo con una piccola punta di orgoglio nella nostra nicchia di amateurs dell’indie.
Il mainstream ci faceva schifo e ai sold out preferivamo i live per pochi intimi in locali in culo a dio.

In questi primi nove anni del nuovo millennio avevamo imparato a conoscere un gruppo di Baltimora affascinante, prolifico, innovativo ed alternativo chiamato Animal Collective: la band, formata da Panda Bear, Geologist, Avey Tare e Deakin, aveva pubblicato già 7 album prevalentemente orientati al folk e alle chitarre.
Questo gruppo ci mandava in pappa il cervello perché, che ci piacesse oppure per niente, dovevamo dargli atto di un fatto importante: questo gruppo sarebbe stato l’ultimo baluardo di una scena che di lì a poco si sarebbe esaurita del tutto, svuotandosi di senso.
Non potevamo saperlo, ma potevamo ben intuirlo.

Merriweather Post Pavilion è uscito il 6 gennaio del 2009, leakato in rete qualche settimana prima della release ufficiale, ed è stato da molti critici acclamato miglior album dell’anno, nonostante dovessero ancora uscire altri dischi iconici come l’omonimo dei The XX, oppure Wolfgang Amadeus Phoenix dei Phoenix.

L’ottavo album degli Animal Collective (il primo senza Deakin) è un allucinante miscuglio di elettronica disturbata e psichedelica, di liriche pop, atmosfere lisergiche che strizzano l’occhio a Sgt. Pepper dei Beatles, sperimentalismi e vecchi synth anni 80. Insomma, un prodotto confusionario che lascia sbigottiti persino i fan della prima ora e fa parlare di sé in un modo che oggi l’indie si sognerebbe.

Questo perché gli Animal Collective, dopo 7 album, avevano messo fuori un prodotto che è un caso discografico a sé per molteplici motivi: anzitutto è un disco pop che, però, non contiene una vera e propria hit. La band, infatti, non insegue glorie commerciali ma resta concentrata nella sua follia creativa, in certe produzioni barocche che straniano l’ascolto almeno quanto l’artwork fa con la vista.
Singolare è anche la release: il leak che precede di qualche settimana l’uscita ufficiale, inconsapevolmente anticipa una strategia di marketing musicale volta a creare hype a cui oggi siamo ormai abituati. Ancora, siamo dinanzi a un album che segna la fine di una decade e che, non solo per la storia della band, sancisce il passaggio dall’indie al mainstream.

Se stai chiedendoti come sia avvenuto questo passaggio nell’era pre-Twitter / Instagram et similia, allora vuol dire che hai centrato il punto.

Quando nel 2009 gli Animal Collective hanno pubblicato Merriweather se n’è parlato per mesi, sui blog, sui giornali, a tavola e nei locali. E questo ha fatto sì che un gruppo nato nel Maryland si sia imposto pian piano anche all’attenzione di chi non se l’era filato per niente, arrivando a calcare palchi di festival importanti, dal Coachella al Primavera Sound.

Forse i fan più gelosi avranno storto il naso, impreparati all’impatto di un disco così strano e di una band così difficile, ma dopo dieci anni possiamo dire che un album come Merriweather è stato fonte di ispirazione per gruppi come i Tame Impala o gli Arcade Fire e che gli Animal Collective sono stati l’ultimo gruppo veramente indie, originale, alternativo ad aver fatto il salto verso il mainstream.

Avevo avuto percezione soltanto virtuale di questo successo prima di esperirne fisicamente nel 2016, quando il palco del RayBan del Primavera Sound è stato letteralmente preso d’assalto durante la loro esibizione. Non credo dimenticherò mai quei tre ragazzi arrampicati a un albero per tutta la durata del concerto e non credo riavrò mai indietro le coronarie che mi hanno fatto esplodere.

A parte tutto, quello che vorrei dire è che prima che l’era dello streaming cambiasse tutto, avevamo molto più tempo per capire una band come gli Animal Collective e scandagliare gli strati di un disco come Merriweather.

A dieci anni da lì, sappiamo dire che le cose sono cambiate ma non facciamo in tempo a capire come e quando, perché tempeste di album ci piovono addosso ogni tot e quelli che il giorno prima suonavano nella loro cameretta, il giorno dopo hanno già milioni di views su YouTube passando per canali che non sono più i blog online o i bar, ma i followers e gli algoritmi.
Dal canto nostro, abbiamo smesso di interessarci a un disco per più di due giorni al massimo e di parlarne oltre i 200 caratteri.

Ma in questo cortocircuito comunicativo e fruitivo sopravvive il riverbero di un’esperienza collettiva che non si è esaurita nel giro di qualche anno e alla quale dobbiamo riconoscere un’incidenza (seppur ingenua) sul sentire indipendente dell’ultimo decennio.

I dieci anni di Merriweather Post Pavilion degli Animal Collective
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Questi sono i video più belli della settimana

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Claudia Maddaluno · 11 mesi fa · Music

Beirut – Landslide

Landslide è il secondo singolo che anticipa il nuovo album dei Beirut, Gallipoli, in uscita l’1 febbraio per 4AD. Il video, girato in Kazakistan, riprende le atmosfere di Game of Thrones, di cui ruba anche l’attore Ian Beattie.

Papooz – You and I

Lei ci ricorda un po’ Ambra Angiolini in Non è la Rai, combattuta tra l’angelo e il diavolo. Fortuna che qui non c’è nessuna propaganda berlusconiana ma solo l’estetica e le chitarre lascive di quest’adorabile duo francese.

Phum Viphurit – Paper Throne

Scusa, è libero quel posto vicino a te?

Homeshake – Just Like My

Helium esce il 15 febbraio e non vediamo l’ora.

Janelle Monáe – Screwed (feat. Zoë Kravitz)

Screwed è un brano tratto dall’album Dirty Computer, nominato ai Grammy come miglior album del 2018. Nel video ci sono delle giacche incredibili ma anche una deriva apocalittica e futuristica che ci mette un po’ di ansietta.

King Krule – Logos

Archy Marshall ha capito bene che i soldi devono girare tutti in famiglia e per questo arruola il fratello Jack per le animazioni del suo ultimo video Logos.

Capibara – Prodigio

Conosco 3/4 del team che ha lavorato a questo video perciò forse non vale se dico che questi ragazzi sono un Prodigio. Ma, niente, lo dico lo stesso e vi sfido a dirmi che non è così.

L’Impératrice – LÀ-HAUT

Per restare in tema di “video belli e visionari”.

Troye Sivan – Lucky Strike

Se ti manca l’estate schiaccia play.

Kehlani – Nights Like This (feat. Ty Dolla $ign)

Quest’anno dovrebbe arrivare un nuovo mixtape di Kehlani che, intanto, pubblica un nuovo singolo feat. Ty Dolla $ign. Nights Like This è accompagnato anche da un video che chiameremo “Gli effetti di Black Mirror su Kehlani”.

Questi sono i video più belli della settimana
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È disponibile in streaming il brano III Wind dei Radiohead

È disponibile in streaming il brano III Wind dei Radiohead

Giulia Guido · 11 mesi fa · Music

Da poche ore il pezzo III Wind dei Radiohead è disponibile in streaming. Il brano è uscito per la prima volta con bonus track dell’album A Moon Shaped Pool pubblicato nel 2016, insieme al famoso Spectre, pezzo scritto per l’omonimo film della saga di James Bond, ma che alla fine non venne usato dalla produzione.

Ascolta III Wind qui sotto!


È disponibile in streaming il brano III Wind dei Radiohead
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Outer Peace di Toro y Moi non suona come ti aspetti

Outer Peace di Toro y Moi non suona come ti aspetti

Claudia Maddaluno · 11 mesi fa · Music

Usually the peace is within, so to have peace on the outside is the challenge

 

Il sesto album di Toro y Moi, Outer Peace, arriva con lo stesso intento provocatorio di una sfida: siamo davvero capaci di trovare il nostro equilibrio anche in una sfera che si pone al di fuori della nostra interiorità?

Chaz Bundick (aka Toro y Moi) dice che si può fare. O meglio, ci dimostra proprio con quest’ultimo album che lui l’outer peace l’ha brillantemente trovata e che lì dentro (lì fuori?) si sta benissimo.

Il nuovo disco, rilasciato via Carpark Records, arriva a due anni di distanza da Boo Boo e aggiunge qualcosa di importante a tutto ciò Chaz ha pubblicato negli ultimi nove anni: il discorso affascinante e creativo di Toro y Moi si arricchisce anzitutto della consapevolezza di poter esplorare lo spazio fuori con la stessa profondità con cui ci ha portati nello spazio dentro.

Non solo. Questo discorso diventa un momento di crescita per Chaz perché prende le mosse da una sfida e dalla volontà di un cambiamento cosciente a nostro favore.

“I named it Outer Peace because I wanted to call to people’s attention how we have not only peace within, but when you go outside and you go on a train or in a car, you have to sort of be social. That sucks. Or honestly, another way it’s connected is how I wanted to make a car record and I wanted it to be a record that brings pleasure and enjoyment in the car. I think outer peace really is just about having that balance.”

Se il precedente album Boo Boo navigava nello spazio sicuro e malinconico dell’intimità, con Outer Peace si è pronti ad uscire dal guscio e cambiare pelle per trovare un’armonia con se stessi tra gli altri, un’armonia socialmente condivisa.

Chaz ci riesce perché è sicuro delle sue carte: ha da sempre dimostrato di avere invidiabili capacità camaleontiche e di sapersi esprimere senza costrizioni di genere in maniera molto libera e mai sopra le righe. E così anche Outer Peace è un disco equilibrato, come i precedenti.

A stupirci è il fatto che, nonostante rispetti la cifra stilistica della balance, questo disco non suona come ci aspettavamo suonasse.
A differenza di Boo Boo, Outer Peace è un disco inaspettatamente piacione che con grande stile fa sua la lezione dei trend degli ultimi anni, riassemblandoli in versione Toro y Moi.

“Boo Boo and Outer Peace are very different. I feel like the music for Outer Peace is way more almost palatable. I wanted it to be on, and you don’t have to pay attention to it. It could just be on without making you sad. I was just like, “Man, I don’t wanna make sad music for this record.” I did that. Really, that’s the main difference is that I wanted it to be music that was a little bit more cheerful.”

Cavalcare i generi e spingersi oltre gli stessi è diventato lo sport preferito di Chaz che ha in mente un solo obiettivo: quello di fare un disco pop, da cantare in macchina o sotto la doccia, in un’atmosfera positiva, ordinariamente piacevole e armoniosa.

La traccia più emblematica dell’album è Who Am I che mette il fuoco su una crisi d’identità creativa:

Kawasaki, slow it down
This might be my brand new sound
Psychedelic, oh, wow
Add an accent to your sound
Now I don’t know Who I Am

In questo disco Toro y Moi ha imparato bene a mimetizzarsi tra i generi in una sorta di esperimento che lo porterà (forse) al suo nuovo sound: dentro ci troviamo l’autotune di tendenza trap, la più classica italo-disco, qualche spunto preso dai Daft Punk, la lezione di Drake, la chill a marchio Toro y Moi.

Quello che è cambiato, rispetto a Boo Boo e ai dischi precedenti è che questo album (forse il primo degno di nota di questo 2019) ha un carattere di immediatezza inedito per Chaz: ci sono tracce come Ordinary Pleasure, Freelance o Miss Me (in feat. con ABRA) che ti vengono addosso in modo leggero, ma senza chiedere il permesso.

L’urgenza è quella di farci sentire a casa anche quando non lo siamo.
Perciò accomodati dentro (o fuori) questo disco perché Outer Peace is the new Inner Peace.

Outer Peace di Toro y Moi non suona come ti aspetti
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Questi sono i video più belli della settimana

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Claudia Maddaluno · 11 mesi fa · Music

Weyes Blood – Andromeda

Weyes Blood è tornata con un nuovo brano dal titolo Andromeda e un video di Adam Gerber che è un cannocchiale per esplorare gratis le galassie con la colonna sonora più giusta di sempre.

Alice Phoebe Lou – Skin Crawl

Quando da un fatto orribile nasce una cosa meravigliosa.
Lou ha scritto questo brano dopo essere stata aggredita e drogata una sera a Manhattan, ma la reazione a quest’abuso non contiene violenza e genera un piacevole senso di stupore.

Panda Bear – Token

Il video di Token è diretto da Dean Blunt che ci porta a spasso al luna park tra montagne russe e autoscontri.

Jungle – Casio

Julia, chiamalo.

Ella Mai – Shot Clock

Primo video dell’anno per Ella Mai che nel 2018 ci ha incantati tutti con il singolo scala-classifiche Boo’d Up. Shot Clock è diretto da Colin Tilley e lo guardiamo seduti sui gradini di un campetto da basket.

Loyle Carner, Rebel Kleff, Kiko Bun – You Don’t Know

Una madre sa sempre tutto. In questo caso, il figlio ne sa di più.

Little Simz – Selfish feat. Cleo Sol

Hai già attivato la modalità weekend?

Ariana Grande – 7 rings

Voglio un mondo tutto rosa Fatto di neon e strass come in quest’ultimo video di Ariana Grande per il brano 7 rings che è un rework di My Favorite Things (Le cose che piacciono a me) dal classico Tutti insieme appassionatamente.

Ambar Lucid – Eyes

Scoperta della settimana, scommessa dell’anno.

Chaka Khan – Hello Happiness

Happy funky friday!

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