Le sculture antropomorfe di Antony Gormley

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6 Dicembre 2011

Antony Gormley è un artista britannico, uno dei più noti scultori contemporanei, noto per le suo opere antropomorfe site specific.

C’è chi considera Antony Gormley un faro nella scena artistica contemporanea e chi chiama la polizia quando si imbatte in una sua scultura. La Tate gli ha consegnato il Turner Prize nel 1994 e la Regina Elisabetta lo ha nominato Cavaliere dell’Order of British Empire. Ma nel 2005 la sua installazione Another Place alla Crosby Beach di Liverpool ha causato una rivolta di pescatori e surfisti e scatenato una vera e propria battaglia politica e culturale.  L’artista aveva occupato per tre chilometri la riva della spiaggia con un centinaio dei suoi “Iron Men” da 650 kg rivolti verso l’orizzonte. Alla fine la pubblicità e l’indotto generati dall’opera (milioni di sterline) convinsero tutti a renderla permanente.

Di certo Antony Gormley è un uomo che sa come stupire. Oltre ad essere un architetto e un archeologo, è l’inventore di un nuovo linguaggio artistico ed un “esploratore” che ha posto come principale campo d’indagine le diverse relazioni fra l’involucro corporale, considerato alla volta architettura e sede della mente, e lo spazio architettonico o naturale col quale si relaziona. Gormley utilizza il calco grezzo del proprio corpo come matrice e misura della sua opera divenendo dunque soggetto, strumento e materia della sua ricerca.

I suoi vengono così collocati nei contesti più disparati divenendo veicolo e simbolo di quell’eterna riflessione dell’uomo sulla mutevole realtà circostante: costretti a testa in giù e sospesi a un filo, in piedi a vegliare pensosi in cima agli edifici dei centri cittadini, su promontori innevati, semi-immersi in mare o in campi coltivati.

Dal 1990 ha rivolto la sua esplorazione al corpo collettivo, alle folle, reinterpretando in installazioni su larga scala il concetto di “scultura sociale” chiamando gli spettatori a diventare parte integrante dei suoi lavori.

I suoi lavori più recenti sono invece sempre più legati ai sistemi di energia, quanti e campi di forze, piuttosto che alle masse e ai volumi definiti.

Blind Light fa parte di questi. è un grande cubo di vetro pieno di vapore. Dall’esterno le ombre dei visitatori che vi accedono si vedono pian piano sparire. All’ interno si perde ogni riferimento, non si vede al di là del proprio naso. Fa freddo e ci si sente a disagio e soli.

Lo spettatore prende così coscienza del proprio corpo e della propria vulnerabilità.

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