Una parola può cambiare direzione, un oggetto può smettere di essere quello che conosciamo. Un’immagine quasi invisibile può tornare a galla grazie al gesto di chi la guarda, è su questi piccoli slittamenti che Shilpa Gupta costruisce da anni una pratica artistica capace di mettere in discussione ciò che consideriamo familiare.
Da oggi, 15 settembre 2026 al 6 gennaio 2027, la GAM – Galleria d’Arte Moderna di Milano ospita “One Palm Closer to the Sky”, mostra personale dell’artista indiana curata da Bruna Roccasalva e promossa da Fondazione Furla e GAM per l’ottava edizione di Furla Series.


Nata nel 1976 e attiva a Mumbai, Gupta lavora tra scultura, installazione, suono, luce, video e performance. Al centro della sua ricerca ci sono il linguaggio, la censura, la mobilità, i confini e i sistemi di potere che influenzano il modo in cui definiamo identità e libertà. Ma il suo lavoro non affronta questi temi attraverso immagini necessariamente spettacolari: spesso parte da qualcosa di estremamente semplice per introdurre una crepa nella nostra percezione.
La forza del lavoro di Shilpa Gupta sta anche nella sua capacità di partire da elementi estremamente semplici, una parola, un oggetto quotidiano, un gesto, per modificarne appena la funzione e far emergere ciò che normalmente rimane sullo sfondo. Il suo linguaggio è essenziale, ma non semplifica la complessità dei temi che affronta: censura, identità, appartenenza, libertà e sistemi di controllo diventano esperienze da attraversare più che concetti da osservare.

Gupta lavora spesso sulla percezione, creando situazioni in cui lo spettatore deve cambiare posizione, rallentare, ascoltare o intervenire per comprendere ciò che ha davanti. È proprio questo coinvolgimento a rendere instabile il confine tra opera e pubblico, tra spazio istituzionale e vita quotidiana. Nella sua pratica, infatti, il significato non è mai completamente fissato: può cambiare a seconda di chi guarda, del contesto e del modo in cui un’immagine, una parola o un suono entrano in relazione con noi.
Niente, nel lavoro di Gupta, è mai lasciato al caso. Dietro l’apparenza sottile e minimale dei suoi interventi si cela una critica affilata e consapevole alle strutture politiche e sociali. Ben lontano dall’essere un mero esercizio estetico, il suo approccio essenziale è una scelta strategica: eliminando il rumore visivo superfluo, l’artista ci mette direttamente a confronto con il peso del controllo, della violenza sistemica e della censura di Stato.
Questa poetica attraversa tutte le opere presenti alla GAM. In HOPE, una monumentale banderuola collocata nel cortile della Villa Reale sostituisce al tradizionale gallo la parola “hope”, trasformando un semplice dispositivo che indica la direzione del vento in un simbolo di orientamento e possibilità. In Truth, invece, la parola “truth” è rovesciata e può essere letta correttamente soltanto attraverso il suo riflesso, mettendo in discussione l’idea di una verità immediatamente accessibile.



Più fisica è l’esperienza di Breathe, dove tracce quasi invisibili di proteste realmente accadute emergono soltanto grazie al gesto del visitatore, mentre When the Stone Sang to the Glass (Bella Ciao) porta la memoria della protesta dentro uno spazio domestico attraverso mobili, bicchieri e oggetti trasformati in strumenti sonori. Anche SoundOnMySkin, con il suo display di lettere che compone e scompone frasi, lavora sull’instabilità del linguaggio. Opere diverse per forma e materiali, ma unite dalla stessa strategia: introdurre un piccolo errore, uno spostamento o un’interruzione per costringerci a guardare di nuovo.
Come suggerisce il titolo della mostra, per avvicinarsi al cielo non serve necessariamente un grande movimento. A volte basta spostare una mano, una parola o il proprio sguardo di poco.

