Art Matsuyama Miyabi e il lato oscuro della bellezza
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Matsuyama Miyabi e il lato oscuro della bellezza

Matsuyama Miyabi
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Arianna Maria Leva

Non è la paura a catturare per prima lo sguardo nelle opere di Matsuyama Miyabi, ma la loro bellezza. Figure femminili avvolte in kimono, fiori, animali e scenari sospesi sembrano appartenere a un universo raffinato e immobile. Poi, osservandole più a lungo, emergono dettagli che cambiano completamente la scena: qualcosa di oscuro si nasconde sotto quella superficie perfetta, trasformando la delicatezza in inquietudine.

Il suo universo visivo si muove infatti in quella zona sottile in cui eleganza e morte, delicatezza e violenza, attrazione e disagio finiscono per convivere nella stessa immagine. È un immaginario che guarda alla tradizione dell’ukiyo-e e alla rappresentazione della bellezza femminile, ma la sposta verso un territorio molto più oscuro e contemporaneo. La stessa artista ha definito il proprio linguaggio “Neo-Ukiyo-e”, mentre diverse sue opere mettono in dialogo l’estetica del mondo fluttuante dell’epoca Edo con temi come morte, destino e paura.

Uno degli elementi più riconoscibili delle opere di Matsuyama Miyabi sono i suoi personaggi femminili. Le figure sono spesso composte con grande attenzione all’eleganza della posa, all’acconciatura, ai vestiti e ai dettagli ornamentali. Ma basta guardare gli occhi per capire che quella bellezza non è rassicurante. Gli occhi bianchi, quasi privi di espressione, sono uno dei simboli ricorrenti del suo lavoro. L’artista li associa metaforicamente alla cecità dell’umanità: i suoi personaggi guardano senza realmente vedere, trasformando lo sguardo in qualcosa di più vicino a un’assenza che a una presenza.

È proprio questo contrasto a rendere le sue immagini così efficaci. Una donna può indossare un abito elaborato e avere i capelli decorati con fiori, ma il suo volto può suggerire contemporaneamente assenza, dolore o minaccia. In altre opere compaiono corvi, scheletri, sangue, fantasmi, lune e animali, elementi che non sembrano aggiunti semplicemente per creare un’estetica dark, ma diventano parte di una narrazione più ampia sulla fragilità della vita. Il suo archivio comprende lavori come The Last Supper, Dying Moon, The Wandering Ghost, Bubbles e Faces, dove morte e inquietudine ritornano attraverso scenari e simboli differenti.

Anche il colore contribuisce a creare questa sensazione sospesa. Matsuyama non costruisce immagini particolarmente sature o luminose: la sua tavolozza tende verso tonalità basse, polverose, quasi consumate. Grigi, beige, neri, rossi scuri, verdi desaturati e blu profondi costruiscono superfici che sembrano appartenere a un tempo indefinito. Il colore non serve quindi soltanto a riempire la scena, ma a toglierle contemporaneità. È come se le immagini fossero già ricordi, fotografie di qualcosa che è successo molto tempo prima o che forse deve ancora accadere.

Ed è proprio qui che il suo stile diventa interessante: non mostra tutto. Lascia degli spazi vuoti, delle ambiguità, dei dettagli che sembrano interrompersi prima di essere spiegati. Dietro questo immaginario non c’è soltanto la tradizione giapponese. Tra le influenze dichiarate dall’artista compaiono anche Junji Ito e Zdzisław Beksiński, due riferimenti molto diversi ma accomunati dalla capacità di costruire mondi inquietanti e psicologicamente disturbanti. Anche il cinema horror e i thriller fanno parte del suo universo di riferimenti.

Matsuyama Miyabi ha raccontato di essere stata attratta dalla paura fin dall’infanzia e, in particolare, dalla riflessione sulla morte. Non la considera però soltanto una fonte di angoscia: nella sua ricerca convivono nichilismo ed esistenzialismo, come se confrontarsi con la fine fosse anche un modo per osservare diversamente la vita. Per questo le sue opere non sembrano semplicemente illustrazioni “dark”. Sono piuttosto piccole scene sospese, dove ogni elemento – una donna, un corvo, un fiore, una luna, una macchia di sangue – sembra avere una seconda vita nascosta.

Forse è proprio questa la parte più interessante del lavoro di Matsuyama Miyabi. Non cerca di scegliere tra bello e inquietante. Li mette uno accanto all’altro fino a renderli quasi inseparabili. La sua estetica prende forme tradizionalmente associate alla grazia, il kimono, i fiori, i volti femminili, le composizioni ordinate, e le lascia lentamente scivolare verso qualcosa di perturbante. Il risultato è un mondo in cui la morte non arriva come una rottura improvvisa, ma sembra essere stata presente fin dall’inizio, nascosta dentro la bellezza.

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Scritto da Arianna Maria Leva

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