Max Guther disegna il mondo come se lo osservasse da una postazione invisibile posta sopra ogni cosa, ogni stanza, ogni strada, ogni vita qualunque. È praticamente impossibile che non abbiate mai incontrato un suo lavoro, infatti l’illustratore e designer tedesco, con base a Berlino, è oggi una delle firme più richieste dall’editoria internazionale. The New Yorker, il New York Times Magazine, The Atlantic, GQ e Bloomberg Businessweek lo hanno chiamato – e continuano a chiamarlo – per raccontare per immagini quello che le parole, da sole, non bastano a spiegare.


La cifra stilistica di Guther è la prospettiva isometrica, la stessa con cui i videogiochi degli anni ‘90 costruivano città in miniatura. Non c’è nessun punto di fuga e tutto è visibile insieme, come in un plastico architettonico o in una casa di bambola aperta sul lato per mostrare cosa si cela nelle stanze. Un espediente che, applicato alla solitudine da smartworking, alle ansie scaturite dai social e dalle app di incontri o alla sorveglianza digitale, trasforma l’illustrazione in una piccola autopsia sociale a bassa voce.
Guther si definisce ossessionato dai dettagli minimi della vita quotidiana e dal comportamento umano, quelli che però quando mancano si nota. Dettagli che restituiscono, con un realismo quasi ostile, la verità delle nostre abitudini più private.

Tra i lavori più noti, la cover del Google Doodle per i trent’anni della caduta del Muro di Berlino, le collaborazioni con Nike, Vitra, Camper e Balenciaga, oltre a numerose copertine per la rivista tedesca Zeit Campus. Il suo archivio, consultabile sul suo sito, è un catalogo di mondi paralleli abitati da personaggi minuscoli e affaccendati, sempre osservati da troppo lontano per essere giudicati.









