Spiagge, tramonti, amici, videogiochi, musica, viaggi, internet, situazioni quotidiane, immagini che sembrano appartenere alla vita di tutti i giorni e che, passando attraverso il suo sguardo, diventano frammenti di un diario visivo. L’artista ha iniziato a dipingere graffiti a tredici anni, costruendo nel tempo un linguaggio che oggi vive tanto sui muri quanto nelle gallerie.


La prima cosa che colpisce di Imon Boy, però, non è necessariamente ciò che dipinge, ma ciò che sceglie di non mostrare. La sua identità resta anonima e il nome con cui firma le opere è diventato una sorta di personaggio. Non c’è il volto dell’artista a fare da chiave di lettura e al centro rimangono le immagini, i personaggi e le storie che costruisce.
Imon Boy non sembra interessato a costruire un universo separato dalla realtà, ma a trasformare quella che già conosce. I riferimenti alla cultura degli anni Novanta e Duemila si mescolano a scene di vita vissuta: videogiochi, cinema, internet e meme convivono con il mare della Costa del Sol, con gli amici e con episodi legati alla sua esperienza nel graffiti. Le sue opere funzionano così come piccole finestre su un mondo personale, senza però chiudersi nell’autobiografia.
Anche la presenza ricorrente della polizia assume un tono particolare, invece di trasformare il conflitto tra writer e autorità in un gesto esclusivamente aggressivo, Imon Boy lo racconta spesso con ironia, quasi come una situazione assurda della vita quotidiana. È una delle caratteristiche che distinguono il suo approccio, il mondo dei graffiti rimane legato alla clandestinità, ma viene osservato con leggerezza, humour e una certa tenerezza.



Negli anni il passaggio dalla strada allo studio non ha significato abbandonare il graffiti. Le due dimensioni continuano a contaminarsi. I muri, gli schizzi e le esperienze raccolte fuori diventano materia per dipinti e sculture, mentre il lavoro in studio permette di rallentare e trasformare quelle stesse situazioni in immagini più intime. Il risultato è un linguaggio che non cerca necessariamente di dimostrare quanto possa essere “tecnico” il graffiti, ma quanto possa essere personale.
Da Málaga a Los Angeles, Londra, New York e Hong Kong, il lavoro di Imon Boy ha progressivamente lasciato la strada per entrare nelle gallerie internazionali, senza perdere del tutto quella sensazione di immediatezza da muro trovato per caso. Nel 2026 il suo percorso continua anche attraverso nuovi progetti espositivi e una collaborazione con la galleria Lyle O. Reitzel, annunciata a luglio.
Forse è proprio questa la parte più interessante della sua ricerca, cioè che Imon Boy non usa la strada soltanto come superficie, ma come modo di guardare il mondo. Prende ciò che incontra, lo mescola con la memoria visiva della sua generazione e lo restituisce sotto forma di immagini colorate, ironiche e apparentemente semplici. Dietro quei personaggi e quelle scene quotidiane, però, rimane una domanda più sottile: quanto della nostra identità raccontiamo attraverso ciò che scegliamo di mostrare, e quanto invece attraverso ciò che decidiamo di tenere nascosto?



