Un po’ di artisti da cameretta che dovresti tenere d’occhio

Un po’ di artisti da cameretta che dovresti tenere d’occhio

Claudia Maddaluno · 4 anni fa · Art

Più o meno da un anno a questa parte c’è una nuova generazione di artisti che macina milioni e milioni di visualizzazioni su YouTube, standosene comodamente nella propria cameretta. Sono giovani, creativi, indipendenti, si producono da soli e usano Internet come un mezzo a proprio vantaggio: conoscono infatti perfettamente qual è il modo di uscire dalla loro stanza e raggiungere una cospicua fanbase, pur restando dentro quattro pareti.

Di qui la definizione di “bedroom pop artists” che ci dà la misura di un altro tratto che li accomuna: un genere musicale che si muove tra l’indie, il pop, la psichedelia e che suona in maniera cheap, lo-fi, DiY.

Spotify li ha raccolti in una playlist che in pochi mesi ha raggiunto più di 100.000 followers. Noi te ne mettiamo qualcuno qui sotto.

boy pablo

Il 5 ottobre è uscito il suo nuovo EP, “Soy Pablo”, che segue “Roy Pablo” con cui ha debuttato nel 2017. Stiamo parlando di boy pablo, giovane artista norvegese che ci ha fatti innamorare suonando in mezzo al mare con una felpa rosa confetto e dei pantaloncini neri.

Il suo è un sound che fluttua dolcemente tra il jazz, il surf-rock e il dream-pop, che guarda a Mac DeMarco ma anche a qualcosa di tremendamente nostalgico e anni 80: i synth, i riverberi, gli arrangiamenti lo-fi creano un’atmosfera romantica alla quale difficilmente possiamo resistere.

Cuco

Cuco è uno degli artisti più promettenti di quest’anno (e sicuramente farà il botto nel 2019). Si chiama Omar Banos, è di origini messicane e ha 19 anni ma, nonostante sia giovanissimo, ha già pubblicato tre progetti negli ultimi tre anni: “Wannabewithu, “Songs4u” e l’ultimo EP dal titolo “Chiquito“.

La sua particolarità è senza dubbio quella di scrivere sia in inglese che in spagnolo, mescolando il rap a un sound da cameretta piuttosto cheap ma anche piuttosto sognante.

Di recente ha pubblicato un brano con Clairo, sua coetanea di Boston che, come lui, fa milioni di views standosene comodamente a casa.

Phum Viphurit

Altro nome interessante di questa nuova ondata di indie-pop è Phum Viphurit, giovane songwriter neo-zelandese di base a Bangkok che ha pubblicato nel 2017 il primo album dal titolo “Manchild” da cui è tratto il singolo/video “Long Gone” che oggi conta più di 8 milioni di views su YouTube. Quella che fa la definisce “sunshine music” e noi aggiungiamo che si tratta un neo-soul molto fresco,  impreziosito da chitarre calde e melodie pastose.

Non sappiamo ancora di preciso quando uscirà il suo nuovo album ma dovrebbe arrivare entro l’anno. Notizia delle ultime ore è che potrebbe esserci una collabo tra Phum e il sopracitato boy pablo. Incrociamo le dita.

Yellow Days

Campione di streaming YouTube è Yellow Days, aka George Van Den Broek, di cui ti abbiamo già parlato qui. Nel suo universo sonoro troviamo il nu-soul ma anche il rap, il jazz e l’indie in un mix che versato sulla sua voce calda diventa una pozione magica e pericolosissima. Negli ultimi due anni ha pubblicato “Harmless Melodies” e “Is Everything Okay In Your World?” ma presto arriverà anche qualcosa di nuovo, perché proprio negli ultimi mesi sono usciti i singoli “How Can I Love You?” e “What’s It All For?”

Intanto che aspettiamo, riguardiamoci questo video che è bellissimo.

Puma Blue

Jacob Allen, in arte Puma Blue, viene da Londra e ha 22 anni. Ci piace perché il suo timbro di voce è seducente ma lontanissimo dall’esserne consapevole. Ha esordito l’estate scorsa con l’EP Swum Baby ma ha da poco pubblicato anche un secondo capitolo dal titolo Blood Loss che contiene dell’ipnotico jazz lo-fi al quale è difficile restare indifferenti.

Il suo artista preferito è Jeff Buckley e ora schiacciate play e ditemi se non si sente tutto.

Cosmo Pyke

Cosmo Pyke non è un nome d’arte ma il vero nome di questo giovanotto di 19 anni che viene da Peckham e si dedica, oltre alla musica, anche all’industria fashion e all’arte. Siamo sempre nel mondo incantato del jazz contaminato dal soul i cui numi tutelari sono King Krule e Steve Lacy.

Just Cosmo è uscito nel 2017 e ora aspettiamo di sentirne di più

Clairo

L’abbiamo nominata qualche riga più su, senza dirvi che in realtà è lei la vera regina del cosiddetto “bedroom-pop”. Claire Cottrill, in arte Clairo, ragazzina di Boston che con il video di “Pretty Girl” girato tra le quattro pareti colorate della sua cameretta ha raggiunto milioni e milioni di followers. Complice quel suo viso angelico acqua e sapone e una produzione di bassissime pretese ma al contempo molto affascinante.

Quest’anno è uscito il suo primo EP diary 001, ma noi vogliamo l’album.

Rex Orange County

Non so: vi è mai capitato di sentire alla radio quel soffice ritornello che fa “Loving is Easy / You had me fucked up”? Bene, Era Rex Orange County che lo scorso anno ci ha deliziati con l’album Apricot Princess ed ha affiancato Tyler, The Creator in un brano dall’ultimo Flower Boy.

Aspettiamo tutti le sue prossime mosse.

Gus Dapperton

Capelli biondo platino, occhi come smeraldi. Gus Dapperton ha poco più di vent’anni e viene da New York con un sound molto più maturo della sua età che mescola anni 80 e 90, con una precisa ricercatezza estetica.

All’EP d’esordio del 2017, Yellow And Such, ha fatto seguito You Think You’re a Comic ma il singolo da poco pubblicato “World Class Cinema” ci preannuncia che qualcosa di nuovo sta arrivando.

mxmtoon

mxmtoon è il moniker della diciottenne Maia, songwriter di Oakland che, come si legge dalla sua bio, “scrive musica triste nella sua cameretta e fa video stupidi su YouTube”. Ha pubblicato dal 2017 a oggi 13 singoli tra cui l’ultimo “i feel like cheet”, coniugando R&B, hip-hop e bellezza.

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La storia del Two Horse logo di Levi’s

La storia del Two Horse logo di Levi’s

Andrea Tuzio · 6 ore fa · Style

Il 2023 è l’anno in cui si festeggia il 150esimo anniversario del primo jeans della storia, il leggendario, immortale e immarcescibile Levi’s 501.

Era il 1873 quando il sarto americano di origine lettone-ebraica Jacob Davis e il sig. Levi Strauss riuscirono ad ottenere il brevetto per quel design iconico e che è ancora oggi rappresenta il jeans per eccellenza. Ovviamente nel corso di 150 anni il Levi’s 501 si è evoluto adattandosi ai tempi, ma la sfida più difficile che Davis e Strauss dovettero affrontare sin dal primo momento fu quella di distinguersi dalla concorrenza che intanto iniziava a farsi strada. 

Le idee furono tante, come ad esempio i rivetti in rame che i due brevettarono per primi – e che poi, una volta scaduto, anche i competitor iniziarono ad utilizzare – il design arcuate delle tasche posteriori e la red tab, a Levi’s serviva qualcosa che contraddistinguesse il loro 501 in modo netto e riconoscibile.

L’anno della svolta fu il 1886, quando quella che era già diventata un’azienda che produceva jeans in serie, decise di aggiungere quello che poi diventerà un simbolo inconfondibile del brand, un segno di riconoscimento unico e peculiare che segnerà la storia di Levi’s.

Il famosissimo Two Horse logo, ovvero il logo che raffigura due cavalli che, legati a un jeans, tiravano uno da una parte e uno dall’altra provando in qualche modo a romperlo e dividerlo in due. Il logo intendeva rappresentare la duplice visione che i fondatori intendevano trasmettere: la qualità e la resistenza del prodotto e naturalmente la sua autenticità. Si consideri anche che fino al 1928 il nome dell’azienda è stato “The Two Horse Brand” per poi cambiare in Levi’s.

All’inizio però il logo dei due cavalli non nacque per finire sulle famosissime etichette di pelle – che poi diventarono in carta e in seguito in jacron, un derivato della cellulosa – ma veniva stampato sulla stoffa delle tasche all’intento dei jeans, dal 1890 fino al 1900, quando poi fu aggiunta l’etichetta che tutti conosciamo ancora oggi e che rappresenta più di tutto il brand americano. 

L’etichetta assunse nel tempo una valenza importantissima, permetteva agli acquirenti che ad esempio erano analfabeti (molti ai tempi, parliamo della fine dell’800 nel vecchio west americano) oppure per quelli che parlavano una lingua diversa, di riconoscere immediatamente i jeans Levi’s grazie proprio al Two Horse logo sull’etichetta in pelle sul posteriore.

Da ormai più di un secolo, il logo con i due cavalli è elemento distintivo e unico di Levi’s ed è rimasto per lo più lo stesso lungo tutto questo tempo, salvo piccolissime variazioni. 

Le collaborazioni che Levi’s ha realizzato poi negli anni a venire hanno modificato, ogni volta in modo diverso naturalmente, il logo negli anni proprio per lanciare e dare più risalto alla collabo in questione, mantenendo però la sua caratteristica principale, la riconoscibilità. 

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Lo stile immortale di Karl Lagerfeld

Lo stile immortale di Karl Lagerfeld

Andrea Tuzio · 2 settimane fa · Style

Mancano poco più di 3 mesi all’evento più importante e glamour del mondo della moda e non soltanto, il Met Gala 2023.
Nella giornata di ieri il Costume Institute ha svelato che a fare da co-chair ad Anna Wintour, durante l’evento che si terrà il primo lunedì del mese di maggio e che inaugurerà la mostra di questa stagione, ci saranno anche Penelope Cruz e Dua Lipa, che vanno a completare il quartetto composto dall’attrice Michaela Coel e sua maestà Roger Federer.

La mostra del Costume Institute del Metropolitan Museum di New York di quest’anno sarà dedicata all’immortale Karl Lagerfeld, uno dei più importanti, visionari e decisivi designer di ogni tempo.
La retrospettiva si intitolerà Karl Lagerfeld: A Line of Beauty e sarà un viaggio lungo la carriera dello stilista che ha contribuito, grazie alla sua visione unica, alla storia delle maison per le quali ha lavorato, su tutti Chanel e Fendi.

Prendo spunto da questa notizia e, a distanza di un mese dal 4° anno dalla scomparsa dello stilista tedesco, provo a raccontarvi lo stile personale, peculiare e inimitabile di Karl Lagerfeld.

Se esiste un personaggio della nostra contemporaneità che chiunque, o quasi, potrebbe riconoscere attraverso esclusivamente il suo look e la sua estetica, quello è di certo il “Kaiser”.

Lagerfeld era un tutt’uno con il suo stile, esprimeva la sua personalità. Gli elementi caratteristici e che lo hanno contraddistinto per anni sono sempre rimasti gli stessi ma, così come la sua visione e il suo lavoro, si sono evoluti insieme alla totalità del suo look.

L’immagine che è entrata di diritto nell’immaginario collettivo è di sicuro quella della leggendaria coda di cavallo che porta sin dal 1976. Prima caratterizzata da un nero corvino e poi da un bianco quasi immateriale, reso tale dall’utilizzo quotidiano e maniacale dello shampoo secco Klorane. 

Altro elemento imprescindibile del look di Lagerfeld è l’immancabile camicia bianca dal colletto alto e super inamidato che il designer tedesco commissionava ai sarti di Jermyn Street, Hilditch & Key al centro di Londra, pare che nel suo armadio ne avesse più di 1000. 

Gli accessori hanno anche loro un ruolo fondamentale: le cravatte, gli occhiali da sole neri caratterizzati da una montatura molto spessa e i sempre presenti gioielli dal gusto gotico realizzati ada hoc da Chrome Hearts oppure quelli dall’estetica vintage della gioielleria parigina di Lydia Courteille. 

A proposito di se stesso Karl Lageferld si definì così in un’intervista all’Observer nel 2007: “Sono una caricatura di me stesso, e mi piace. È come una maschera. Per me il Carnevale di Venezia dura tutto l’anno”.

Lo stile immortale di Karl Lagerfeld
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Il tema della salute mentale nello show SS01 di Alexander McQueen

Il tema della salute mentale nello show SS01 di Alexander McQueen

Andrea Tuzio · 3 settimane fa · Style

Ci sono momenti che fanno la storia, momenti che restano per sempre nell’immaginario di chi ha avuto la fortuna di vederli, di parteciparvi e la capacità di pensarli e di trasformarli in qualcosa che ha segnato per sempre e in modo indelebile il corso degli eventi.
Senza paura di essere smentito, uno di questi momenti nel mondo della moda contemporanea è senza dubbio lo show della Spring/Summer 2001 di Alexander McQueen dal titolo “Voss”

Iniziamo col dire che chiamarlo semplicemente “show” è estremamente riduttivo. È stato un qualcosa che ha valicato ogni tipo di confine e che ha saputo amalgamare in modo assolutamente peculiare e unico moda, arte, performance, denuncia sociale e sensibilizzazione su un tema che oggi è più importante e contemporaneo che mai, la salute mentale.

Sublime, incantevole, scioccante, potente, coinvolgente e destabilizzante, la sfilata SS01 di Alexander McQueen è stata tutto questo e molto altro. Una rappresentazione quasi teatrale di una condizione umana estremamente complessa e ancora oggi denigrata, quella dell’instabilità mentale e di tutte quelle difficoltà legate alla salute mentale che colpiscono a vari livelli un’enorme fetta della popolazione umana. 

Una delle sfilate più note, famose e rivoluzionarie dello stilista inglese scomparso a soli 40 anni nel 2010, “Voss” è un momento altissimo della storia della moda contemporanea sotto tutti i punti di vista.

Il titolo dell show è un richiamo alla natura, alla sua bellezza e incanto (Voss è una città norvegese famosa per la natura selvatica e meravigliosa in cui si trova) e infatti i capi della collezione rispecchiano proprio questo aspetto – si vedano gli abiti costruiti anche con elementi naturali ed animali come gusci di molluschi e uccelli impagliati. Ma ce n’è un altro molto più importante e nascosto davanti agli occhi di tutti i presenti e non soltanto: il contesto e la scenografia dello show.

Una grossa scatola di vetro a mo’ di passerella posta di fronte agli spettatori e ai tantissimi fotografi invitati alla sfilata e che rappresentava il centro nevralgico dell’intero show. 

Piastrelle bianche come quelle tipiche di un ospedale psichiatrico così come le pareti composte da specchi come quelli che troviamo nelle sale degli interrogatori, utilizzati per controllare cosa succede all’interno senza essere visti e, come ultimo elemento, un’altra scatola di vetro ma ricoperta di metallo per nascondere il contenuto. 

La scelta di McQueen fu quella di calare il pubblico immediatamente in un’atmosfera surreale e inquietante: per più un’ora il pubblico è stato lasciato ad aspettare l’inizio della sfilata mentre poteva soltanto vedere se stesso riflesso sulle pareti a specchio della scatola con in sottofondo soltanto il suono di un battito cardiaco molto lento e continuato. 

In questo modo il designer ha coinvolto in modo diretto anche il pubblico, spingendoli in una condizione di stress e angoscia, quasi come vivessero una sorta di coercizione a restarsene lì, seduti e costretti ad aspettare. La stessa coercizione delle persone costrette a vivere intrappolate in una condizione molto difficile da capire, da condividere e che spesso porta, ancora oggi, in molti casi all’emarginazione a causa di repressioni e superficialità (anche se le cose stanno per fortuna stanno cambiando grazie alla normalizzazione e alla sensibilizzazione sul tema della salute mentale). 

Le modelle si muovevano come se fossero vulnerabili e indifese, attanagliate dalla paura e dall’angoscia, di chi è forzatamente rinchiuso non soltanto in luogo fisico ma in un posto dell’anima e della mente dalle quali è difficile scappare. 

Dopo l’ultima modella in passerella, che ha sfilato con un corpetto composto da vetrini di microscopi dipinti di rosso sangue e una gonna rossa di piume di struzzo, le luci si spegnono, la musica si ferma e l’unico rumore di fondo torna ad essere un lento battito cardiaco. 

Una volta riaccese le luci, la scatola ricoperta d’acciaio di apre e mostra il suo interno: la scrittrice Michelle Olley nuda, con un respiratore, un paio di corna, distesa su una chaise longue e circondata da farfalle, come una venere post-apocalittica. 

Un finale che lascia lo spettatore a bocca aperta e senza parole, ma allo stesso tempo lo costringe a riflettere in modo quasi prepotente su uno degli aspetti più delicati e rilevanti per la nostra vita: la cura, la comprensione e l’accettazione dei disturbi mentali a tutti i livelli. 

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L’infinito nella collaborazione tra Louis Vuitton e Yayoi Kusama

L’infinito nella collaborazione tra Louis Vuitton e Yayoi Kusama

Andrea Tuzio · 4 settimane fa · Style

Quella tra Louis Vuitton e Yayoi Kusama rappresenta molto più di una semplice collaborazione che mette insieme moda e arte. 
Questo 2023 della maison francese diretta (per la parte del womenswear) dal designer Nicolas Ghesquière è iniziato all’insegna del colore e della bellezza senza tempo, ma non soltanto.

L’idea della collaborazione LV x Yayoi Kusama, nasce durante la pandemia del 2020 e riprende la prima joint venture tra l’iconica artista giapponese e la maison del gruppo LVMH del 2012: un vero e proprio dialogo che fa un passo ulteriore cercando l’infinito, che rappresenta la ricerca ossessiva della Kusama, classe ’29, sin da quando aveva 10 anni. Questa ricerca viene espressa artisticamente attraverso i suoi ormai caratteristici pois, colorati e ripetitivi, che hanno invaso l’intero universo Vuitton dialogando appunto con il monogram della maison francese.

Borse, giacche, pantaloni, occhiali e accessori ricoperti dagli Infinity Dots di Yayoi Kusama diventano opere d’arte da collezione che, grazie alla condivisione di codici estremamente riconoscibili e immediati (i pois e il monogram), parlano a chiunque. 

La ricerca dell’infinito dell’artista giapponese si riflette sulla campagna dedicata alla collezione LV x Yayoi Kusama, il cui nome è proprio Creating Infinity, in una spinta fortissima verso il perpetuo, l’eternità, l’immortalità. 

Il progetto ha coinvolto a livello globale le migliori boutique del marchio e le più importanti billboards in circolazione, come ad esempio il robot con le sembianze dell’artista che dipinge i suoi pois in vetrina nello store di New York sulla Fifth Avenue oppure le enormi immagini in 3D che campeggiano sovrastando tutto e tutti a Tokyo, o ancora l’enorme istallazione sullo splendido palazzo degli Champs-Elysées che ospita la bellissima boutique della maison a Parigi, ricoperto dai pois colorati e da una gigantesca Yayoi Kusama che li dipinge direttamente sulle mura dell’edificio.


Naturalmente anche Milano è stata coinvolta in questo progetto, con la riapertura dell’ex Garage Traversi, chiuso da 20 anni e riportato a nuova vita, che Vuitton ha fatto diventare la sua casa durante i lavori di ristrutturazione della storica sede di Palazzo Taverna. Il primo piano dell’edificio razionalista progettato dall’architetto Giuseppe De Min negli anni ’30 – la prima autorimessa multi-piano di Milano – è dedicato agli special projects della maison francese   tra cui proprio Creating Infinity. I mondi di Kusama e Vuitton si fondono in quello che è l’universo dell’artista giapponese: i suoi Infinity Dots, neri in questo caso, invadono lo spazio giallo, mentre le Metal Ball riflettono l’ambiente circostante in una sorta di ripetizione infinita. 

La campagna dedicata alla collezione LV x Yayoi Kusama è altrettanto imponente. Scattata dal fotografo Steven Meisel e con la direzione creativa di Ferdinando Verderi, Vuitton ha messo insieme una serie di top model di livello assoluto in una festa di colori in cui gioco e sogno convivono perfettamente.

Bella Hadid, Gisele Bundchen, Christy Turlington, Liya Kebede, il modello e fotografo originario del Senegal Malick Bodian, la modella cinese Fei Fei Sun, Natalia Vodianova, il modello olandese Parker Van Noord, l’americana Karlie Kloss, la modella olandese Rivanne Von Rompaey, la cinese He Cong, la top model americana di origini sud-sudanesi Anoki Yai e infine, dopo un periodo di assenza dalle scene, la modella e attrice statunitense Devon Aoki

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