Another Time, Another Place è un libro fotografico che contiene gli scatti della fotografa Bethany Eden Jacobson tornando nella New York downtown degli anni Ottanta. Prima che venisse normalizzata, capitalizzata e infine svuotata; quando lo spazio urbano era ancora una zona di rischio e possibilità, e non una risorsa da monetizzare. Il progetto, sostenuto da una campagna Kickstarter attiva fino al 14 febbraio e pubblicato da Damiani Books, raccoglie fotografie in bianco e nero e a colori di Jacobson, accompagnate da testi originali di Jeffrey Deitch, Hugo Vitrani e Carlo McCormick.
Bethany Eden Jacobson non documentava quella scena dall’esterno: la abitava. «Fotografavo da una posizione di immersione, non di osservazione», racconta. «Non erano incarichi affrontati a distanza: erano i miei amici, i miei collaboratori, i miei amanti, i miei vicini di casa, e a volte le persone da cui dipendeva la mia sopravvivenza». Alla fine degli anni Settanta Tribeca era ancora un territorio marginale, deserto di notte, privo di servizi essenziali. «Il quartiere non era ancora stato rinominato in un brand, né occupato da celebrità. Era grezzo, silenzioso e spesso intimidatorio».
I loft erano enormi spazi commerciali non ristrutturati, con pavimenti di legno grezzo e riscaldamenti inaffidabili. Dal suo edificio, incastrato tra architetture Art Déco e Beaux Arts, Jacobson osservava la città pulsare di notte. «Le luci degli uffici e i riflessi verdi delle Torri Gemelle davano a New York un bagliore magnetico». A pochi isolati di distanza si concentravano luoghi oggi mitologici: il Fun Gallery, Area, Franklin Furnace, Artists Space, Group Material, Exit Art, il Clocktower. «Erano spazi no-profit e sperimentali, modellati dalla necessità e dalla collaborazione. Le azioni collettive degli artisti erano comuni, rese possibili dal costo basso degli spazi, prima che il mondo dell’arte si commercializzasse del tutto».
In quel contesto, la fotografia non era una carriera ma una pratica istintiva. «Non pensavo alla fotografia come a un futuro professionale. Era uno strumento, un modo per rispondere fisicamente ed emotivamente alle persone e ai luoghi intorno a me». L’intimità con i soggetti definiva il suo sguardo: «Non ero interessata a monumentalizzare nessuno o a trasformarlo in un’icona. Rispondevo alla presenza, al gesto, alla fiducia». Che fossero artisti al lavoro illegalmente nei tunnel della metropolitana o Iggy Pop sdraiato senza esitazione sul bordo di un tetto a cinque piani, «la macchina fotografica diventava parte dello scambio, non una barriera». Anche gli spazi non erano semplici sfondi: «Tetti, moli ed edifici abbandonati erano collaboratori attivi, carichi di pericolo, libertà e possibilità».
Guardando oggi le immagini di luoghi come il Fun Gallery, Area o i West Side piers, Jacobson è chiara su cosa sia andato davvero perduto. «La perdita non è solo architettonica, è psicologica e sociale». Quegli spazi esistevano perché permettevano autonomia. «Avevo un loft di duemila piedi quadrati, ero l’ultima inquilina rimasta. Lì ho amato, ho scritto, ho filmato, ho scaldato il corpo con una stufa a gas traballante, ho fotografato artisti sui tetti e organizzato feste fino all’alba». Ciò che manca oggi è la condizione che rendeva tutto questo possibile: «La libertà di rischiare, di fallire, di vivere fuori da gerarchie fisse. Quando quegli spazi sono scomparsi, la libertà che permettevano è scomparsa con loro».
Il libro include figure oggi centrali nel canone come Jean-Michel Basquiat e David Wojnarowicz, ma rifiuta la narrazione per icone isolate. «Il downtown non funzionava intorno alle star», spiega Jacobson. «Era sostenuto da reti di artisti, musicisti, scrittori, filmmaker e lavoratori che condividevano spazio, lavoro, strumenti e idee». Molti protagonisti di quella scena non sono diventati famosi. «Spesso perché erano donne, queer, poveri, artisti di colore o semplicemente non interessati al sistema commerciale dell’arte».
La cultura dei graffiti e dell’hip-hop era parte integrante di quel tessuto. «Writer come Futura 2000, Rammellzee, Phase 2, Lady Pink, Daze e Crash erano centrali. Li fotografavo nei tunnel della metropolitana, mentre lavoravano con una velocità e un’audacia incredibili». Spazi come Fashion Moda nel South Bronx e il Fun Gallery nell’East Village erano punti di contatto fondamentali tra comunità diverse. «Mostrare il collettivo era un modo per resistere al mito che riduce la storia a pochi nomi compatibili con il mercato».
Another Time, Another Place parla apertamente di cancellazione. «Quello che oggi viene romanticizzato nasceva dalla necessità, non dalla scelta». Accanto all’energia creativa c’era una costante precarietà. «La gentrificazione non ha cancellato solo gli edifici, ma le condizioni che rendevano possibile la produzione culturale: l’accessibilità, l’improvvisazione, la condivisione. L’estetica è rimasta, la libertà no».

Tornare oggi su questo archivio ha cambiato il rapporto dell’artista con le immagini. «Quando le ho scattate non pensavo alla legacy». Molte fotografie non erano mai state pubblicate, molte persone ritratte non ci sono più. «La memoria riempie ciò che l’immagine non può contenere: la fame, la paura, l’euforia, la sensazione che il tempo fosse instabile». Le immagini non sono cambiate, ma il loro peso sì. «Ora sento più chiaramente tutto ciò che portano con sé; e tutto ciò che, nel frattempo, è stato cancellato».
Sostenere questo progetto oggi significa sostenere una memoria collettiva che parla direttamente al presente: di chi ha diritto allo spazio, di chi viene ricordato e di cosa si perde quando la cultura diventa esclusivamente commercio.
