Ormai quasi un anno fa, la ormai viralissima Mandarin Jacket di adidas, pensata per il mercato cinese è andata virale ovunque. A quasi un anno di distanza, questa giacca di adidas continua a far discutere: non solo per il design, ma per quello che racconta su origine, stile e identità.
Nata come capo per il Capodanno Lunare e diffusa inizialmente sulla piattaforma Xiaohongshu, è diventata virale anche in Occidente, dove è stata subito etichettata come Mandarin jacket. Da lì è partita la polemica: alcuni hanno criticato il termine, considerato impreciso o colonialmente connotato, proponendo di sostituirlo con Tang jacket. Quello che sembrava un semplice problema di naming si è trasformato rapidamente in una discussione più ampia su appropriazione culturale, identità e su chi abbia l’autorità di definire cosa sia — o non sia — “cinese” nella moda contemporanea.
@jdkicks Should they have left these as a China exclusive? #adidas #streetwear #fashion #fyp ♬ original sound – Josh Dominic
Come racconta molto bene Carolyn Marie Yim su Designed in China, la giacca in questione fa parte della linea adidas etichettata come “New Chinese Style”, una definizione abbastanza vaga che pone alcuni limiti già a monte. Volumi morbidi, silhouette a scatola, colletto alto, chiusura a nodi: elementi che in Occidente vengono spesso letti come “tradizionali”, ma che in questo design sono riassemblati attraverso un linguaggio sportswear dal respiro più ampio. Le tre stripes lungo la manica non cercano di mimetizzarsi: funzionano come una frattura visibile, il segno che non si tratta di rievocazione ma di traduzione. Insomma, qualcosa di stratificato difficile da definire in una sola definizione.

È proprio questa ambiguità ad aver acceso la conversazione. Quando la giacca ha iniziato a circolare fuori dal suo contesto originale, si è riattivata così una disputa su come chiamare questo tipo di capo. Mandarin jacket per alcuni, Tang jacket per altri. Una discussione che sembra linguistica, ma che in realtà riguarda il controllo della narrazione culturale: chi decide cosa è “cinese”, e in base a quale storia.

Il punto è che nemmeno la storia degli elementi che compongono questo design non è mai stata lineare. La silhouette che oggi associamo a queste giacche deriva dal magua manciù, un indumento funzionale pensato per l’equitazione e poi imposto come codice visivo durante la dinastia Qing. Anche i dettagli considerati iconici, come le chiusure a nodo, non nascono come ornamento simbolico, ma come soluzioni pratiche, affinate in contesti imperiali e militari. Ciò che oggi leggiamo come tradizione è spesso il risultato di adattamenti, forzature e passaggi di potere.
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Nemmeno i nomi aiutano davvero a fissare un’origine precisa come ricorda sempre Carolyn Marie Yim. Tang è un termine carico di prestigio storico, ma il suo uso come sinonimo di cinese non nasce in Cina: si consolida alla fine dell’Ottocento in California, all’interno delle comunità cantonesi e hokkien migrate a San Francisco. Rifiutando di definirsi “Qing”, il nome della dinastia percepita come oppressiva, queste comunità guardano alla dinastia Tang, considerata un’età dell’oro, per chiamarsi Tangren, ribattezzare le Chinatown Tangrenjie e definire i propri abiti Tangzhuang. Più che un’eredità antica, quindi, la “Tang jacket” è il risultato di una strategia diasporica, nata per affermare dignità e continuità culturale in un contesto ostile.
Anche Mandarin non arriva dalla Cina. Il termine è il prodotto di una lunga catena di traduzioni e scambi: dal sanscrito mantrī (consigliere), al malese menteri, fino al portoghese mandarim, usato dai commercianti europei del Cinquecento per indicare i funzionari imperiali cinesi. Solo più tardi la parola passa a designare la lingua, e ancora più tardi viene caricata di un significato culturale più ampio. In origine, però, non indicava un popolo né una civiltà, ma una funzione amministrativa.
Lo stesso vale per molti dettagli che oggi leggiamo come “tradizionali”. Le chiusure a nodo, i cosiddetti frog buttons, non sono di origine cinese ma si diffondono soprattutto in epoca Yuan, legate alle esigenze pratiche della cavalleria mongola. In tutti questi casi siamo davanti a etichette e forme nate da migrazioni, conquiste e adattamenti, non a origini ascrivibili a un unico luogo o momento storico.

È qui che la giacca adidas smette di essere solo un prodotto e diventa un caso interessante. Funziona perché incarna una condizione contemporanea: la cultura come stratificazione. Un capo che mette insieme genealogie diverse, progettato da designer con traiettorie non esclusivamente cinesi, prodotto da un colosso tedesco, reso desiderabile da piattaforme sia cinesi che occidentali nell’arco di circa un anno. Il suo appartenere alla cultura cinese non corrisponde necessariamente alla verità, ma a qualcosa di, appunto, più stratificato.
E forse è proprio questo il motivo per cui la giacca ha funzionato così bene online. Non come simbolo di appartenenza, ma come occasione su cui proiettare significati diversi. Invece di chiedersi quale sia il nome giusto, forse ha più senso riconoscere questa giacca proprio per quello che è: un indumento che vive a metà fra informazioni fraintendibili e estetiche virali. Non un’eredità da proteggere, ma una forma in movimento.
