Art La Biennale più fluida di sempre
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La Biennale più fluida di sempre

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Giorgia Massari
biennale arte 2024

Outsider, indigeni, queer e autodidatti, sono loro i protagonisti della 60esima edizione della Biennale Arte di Venezia. Curata da Adriano Pedrosa, Stranieri Ovunque è una celebrazione della diversità e del cambiamento, assecondando l’urgenza che il tema richiede. La Biennale non è mai stata più fluida di così, ma anche così colorata. Il colore, presentissimo e brillantissimo, cela solo momentaneamente la densità emotiva delle opere esposte, talvolta drammatiche e sensibili. A partire dalla facciata del Padiglione Centrale, decorata interamente dal collettivo brasiliano Makhu con la storia del Grande Coccodrillo, che anticipa da subito il mood dell’intera esposizione. Lo straniero, per citare il titolo ripreso poi dall’installazione luminosa di Claire Fontaine all’inizio del percorso, è qui inteso in tutte le sue sfaccettature. Così la Biennale 2024 diventa un duplice viaggio, concreto per riferirsi a quegli artisti emigrati dal loro paese d’origine o che hanno scelto una vita nomade, e astratto per affrontare un percorso intimo e identitario. In generale, i visual sono tanti e differenti ma è il medium tessile a ricorrere in modo particolare. Anche la pittura è parecchio presente, a discapito della tecnologia – come installazioni video e opere digitali – e della scultura, alle quali è stato dato poco spazio. Forse, in questo senso, emerge così una visione non del tutto veritiera dell’arte prodotta dalle sottocategorie, qui rappresentate e valorizzate, offrendo in questo modo il solo binomio outsider – tradizione. Infatti la sensazione è quella di una varietà di linguaggi racchiusi sotto un ombrello dal sapore primitivo, che guarda alle pratiche domestiche, come quella del cucito, e ai materiali naturali o di riuso.

A pochi giorni dall’apertura ufficiale al pubblico, facciamo un po’ di chiarezza e, nonostante le quasi 27 mila persone presenti durante l’anteprima stampa che hanno reso difficoltosa la visita, proviamo a trarre le nostre considerazioni, cercando di darvi qualche consiglio, soffermandoci su uno dei progetti che ci è piaciuto di più, non a caso un’opera video.

Claire Fontaine, Ph Marco Zorzanello

Poca scultura, poca tecnologia, ma perché?

Lo abbiamo chiesto all’architetto e curatrice Maddalena D’Alfonso, esperta in allestimenti museali e da anni impegnata nello studio e nella ricerca sulla curatela e i musei del Brasile. «Dal mio modesto punto di vista la riduzione dei medium fatta da Pedrosa, che ha visto molta arte contemplativa, ovvero pezzi alle pareti, poche installazioni e alcuni ben calibrati elementi di fotografia e di video arte, è dovuta a un’operazione culturale. Ha scelto di musealizzare le opere d’arte, se si guardano l’allestimento e l’ambiente in cui fa muovere il visitatore si ritrova un ambiente museale, piedistalli, pareti bianchi, didascalie leggerissime a destra e a sinistra. Si tratta di una scelta precisa, intellettuale e sottile, tantissime delle opere appaiono per la prima volta al pubblico – non solo in Biennale – perché sono opere di artisti fragili di comunità finora largamente emarginate, la cui visione può essere sminuita se vuoi, quindi la riduzione dei mezzi espressivi, a quelli più naturali e facili consente di vedere l’arte per quello che è, per la sua bellezza e insieme di storicizzare il nucleo espositivo. Le Biennali del secondo dopoguerra esposero solo le opere delle ricerche delle avanguardie espulse e ridicolizzate dai regimi, nonostante producessero forme d’arte più complesse e performative. Se vuoi Pedrosa ha compiuto un’operazione analoga

Bordadoras de Isla Negra, Ph Marco Zorzanello

I Padiglioni nazionali, un discorso a parte

Diverso è il discorso per i Padiglioni nazionali distribuiti principalmente nei Giardini, ma che continuano anche all’Arsenale, compreso quello italiano quest’anno curato da Luca Cerizza con l’installazione di Massimo Bartolini, per altro già presentata al Centro Pecci di Prato e che ha generato non poche controversie. Chi lo ha amato, anche per il tema dedicato all’ascolto dell’altro, e chi invece non è stato conquistato, come il sindaco di Venezia Brugnaro che, durante l’inaugurazione, ha dichiarato «Non mi piace, sono tubi innocenti», aggravando il tutto mettendosi a giocare con l’acqua dell’installazione centrale, o ancora Vittorio Sgarbi che l’ha definito “una presa in giro”. Insomma, un’edizione turbolenta che ancor prima dell’apertura aveva visto una serie di proteste per la partecipazione di Israele, continuate durante la preview e che ha visto il padiglione «chiuso fino a liberazione degli ostaggi e cessate il fuoco».

Padiglione Italia, Massimo Bartolini, Due Qui | To Hear; Ph Andrea Avezzù 

A parte le lunghe code che hanno reso inagibili la maggior parte dei Padiglioni, se non a seguito di interminabili attese, la selezione è più dinamica e sperimentale rispetto all’esposizione di Pedrosa. Da Yuko Mohri che avevamo già visto al PAC di Milano, a quello francese che ripropone l’arte tessile ma qui in dialogo con un’installazione video-sonora con il linguaggio estremamente contemporaneo di Julien Creuzet. Meno raffinato è il Padiglione degli Stati Uniti, che attira dall’esterno per la struttura rosso fuoco posizionata davanti alla facciata, ma che delude all’interno con un’esposizione di Jeffrey Gibson che, a nostro avviso, esplora la storia americana, indigena e queer con un modus operandi scontato – vedi i colori e l’uso delle perline – e leggermente kitsch. Grande hype invece per il Padiglione della Santa Sede, dislocato rispetto alla sede principale della Biennale. Si trova al carcere femminile della Giudecca e si accede solo su prenotazione, lasciando rigorosamente il cellulare all’ingresso. L’unica opera visibile dall’esterno è quella di Maurizio Cattelan, un grande dipinto posizionato sulla facciata che rimanda visivamente ai piedi in primo piano nel celebre dipinto Compianto sul Cristo morto del Mantegna.

Yuko Mohri, Compose, 2024. Installation, Japan Pavilion at La Biennale di Venezia. Photo by kugeyasuhide. Courtesy of the artist, Project Fulfill Art Space, mother’s tankstation, Yutaka Kikutake Gallery, Tanya Bonakdar Gallery

Da emarginati a protagonisti, la Biennale di Pedrosa riesce a farlo

Vogliamo concludere questo rapido resoconto con una delle opere che più ci ha emozionato, sottolineando l’importanza che questa Biennale sta avendo in termini socio-culturali. Stiamo parlando dell’installazione audio-video di Gabrielle Goliath, che, per la sua densità, richiederebbe un articolo a parte. L’opera è parte della mostra collettiva al Padiglione centrale e ben chiarifica l’intento di Pedrosa, dare spazio alle fragilità dell’emarginato, al punto di renderlo protagonista. In Personal Accounts, il titolo dell’opera, sono proprio le vittime della violenza patriarcale a parlare, ma non letteralmente. L’artista sud-africana Goliath presenta un progetto transnazionale ancora in corso, che consiste nel registrare le testimonianze di persone nere, di pelle scura, di indigeni, femme, queer, persone non-binarie e trans, togliendo del tutto il suono delle parole e lasciando solo gli elementi paralinguistici, vale a dire respiri, attimi di silenzio, deglutizioni, movimenti del volto e delle mani. Qui risiede il dolore, sembra dirci con una delicatezza che lascia anche gli stessi visitatori senza parole. «Questo gesto artistico sfida le norme della leggibilità e credibilità, tipicamente associate a tali resoconti; crea un ambiente di sostegno in cui le testimonianze non possono mai essere disconosciute o sminuite».

Gabrielle Goliath, Personal Accounts, 2024. Ph Matteo de Mayda

Insomma, con tante opere mai esposte prima e di artisti anche sconosciuti ai molti, questa è senza dubbio una Biennale tutta da scoprire con calma, magari in un giorno feriale per godersela senza la ressa del pubblico domenicale.

Padiglione Francia, Julien Creuzet, Ph Marco Zorzanello
Padiglione USA, Jeffrey Gibson, Ph Matteo de Mayda
Padiglione Centrale, La Biennale di Venezia 2024, Andrea Avezzù

In cover: Facciata Padiglione Centrale, Collettivo Mahku, ph Matteo de Mayda

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Scritto da Giorgia Massari
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