Branislav è un giovane ma già affermato fotografo di origini slovacche.
Nei suoi scatti indaga la relazione tra uomo e tecnologia, ispirato dal design e dall’architettura industriale.
Il metodo è quello di catalogare in maniera scientifica elementi industriali e urbani estraendoli dai loro contesti, portandoli nei luoghi dell’arte dove collocati in serie acquisiscono una nuova indentità visiva.
I coniugi Becher promotori della “scuola di Dusseldorf“, inventarono già negli anni ’50 questo tipo di fotografia e per 40 anni documentarono l’architettura industriale in giro per Europa e Stati Uniti. Con un metodo freddo e asettico riuscirono ad eliminare la presenza dell’uomo dall’immagine fotografica e la presenza dell’autore stesso: inanimata catalogazione di una realtà che sembra non appartenerci affatto.
I due riuscirono a dare una nuova identità alle cisterne, gasometri, scavatrici, un’aura che appartiene all’arte della scultura e della pittura (per questo ricevettero il leone d’oro per la scultura alla Biennale di Venezia del 1991).
Branislav Kropilak, insieme ad altri famosi fotografi contemporanei come Andreas Gursky e Thomas Ruff, riesce a perpetuare l’idea dei Becher, in chiave contemporanea e attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie.
I cartelloni luminosi diventano satelliti, i depositi diventano Transformes, i garages spazi digitali, consolidando l’importanza della “scuola di Dusseldorf“ per la storia dell’arte.
“Niente è più astratto della realtà“. Giorgio Morandi.























