Ci sono posti che non ti aspetti che ti possano colpire. Peccioli è uno di questi. Un borgo arroccato in provincia di Pisa, poco più di quattromila abitanti, il tipo di posto che potresti attraversare senza fermarti. Eppure, se ci arrivi all’alba di un mattino di maggio, trovi un gruppo di persone sedute sull’erba a guardare una scultura alta dieci metri che si apre lentamente con la luce del mattino. Quella scultura si chiama Breath, ed è firmata da Emiliano Ponzi e Dario Spinelli.
Peccioli e il MACCA: un museo che non ha pareti
Prima di parlare dell’opera, bisogna capire il luogo. Perché Peccioli non è solo uno scenario: è un progetto culturale che negli ultimi decenni ha trasformato un piccolo comune toscano in uno dei casi più discussi di arte pubblica in Italia. Il meccanismo è semplice quanto visionario: le risorse generate dalla Belvedere S.p.A. — la società che gestisce localmente il ciclo dei rifiuti — sono state progressivamente reinvestite in cultura, infrastrutture e arte contemporanea.
Il risultato è il MACCA, il Museo d’Arte Contemporanea a Cielo Aperto: una collezione diffusa che oggi conta oltre settanta opere distribuite nel territorio, firmate da artisti come Daniel Buren, Alicja Kwade e Patrick Tuttofuoco. Non c’è biglietteria, non c’è reception. Il museo è il paesaggio stesso.
“Peccioli ha costruito un fil rouge nella diversità” — racconta Cristiano Seganfreddo, direttore di Flash Art e curatore di Breath — “popolando anno dopo anno con grande costanza questo esempio territoriale unico. Non è un progetto di due o tre anni. È un progetto che ha 25 anni. Per 25 anni questo comune ha cambiato il suo volto attraverso la trasformazione della discarica e ha utilizzato la contemporaneità, l’arte, come strumento di evoluzione del territorio.“


Lo spillo tra due mondi
Breath sorge sulla sommità di una delle colline del borgo, una posizione non casuale, pensata perché l’opera sia visibile da lontano come un segno nel paesaggio, equidistante tra le colline e il paese. Da quella distanza si presenta come una forma verticale, a metà tra un monumento e qualcosa di vivo. Avvicinandosi, la struttura rivela la sua complessità: acciaio satinato, una base circolare di otto metri di diametro, una costellazione di elementi metallici che ruotano attorno a un asse centrale catturando luce e vento.
A realizzarla materialmente insieme a Ponzi c’è Dario Spinelli, experiential designer con un background che si muove esattamente sul confine tra digitale e fisico come per le installazioni immersive, i sistemi cinetici e ambienti interattivi. La sfida qui era prendere un linguaggio nato su superfici bidimensionali e trasferirlo in qualcosa che non solo è tridimensionale, ma deve resistere alle stagioni, al vento, al peso del tempo.
“Mi piace pensarla come un piccolo spillo che collega due mondi diversi” — spiega Spinelli — “quello naturale e quello umano. L’idea è essere in mezzo a due mondi in una serie di maniere diverse e non appartenere nettamente a nessuno dei due, ma fare da collegamento.”
Lavorare con Ponzi ha significato confrontarsi con questa tensione in modo diretto. “Il tentativo è di traslare un tratto che è bidimensionale, anche se pittoricamente molto spazializzato, in qualcosa che non solo è tridimensionale, ma deve avere caratteristiche tecniche di durevolezza. L’obiettivo è mantenere una certa riconoscibilità del tratto su una struttura che però deve essere solida e leggera allo stesso tempo.” Una delle sfide maggiori, dice, ma anche la soddisfazione più grande. Soprattutto considerando che l’opera si muove, ci sono parti meccaniche, un sistema cinetico che non concede semplificazioni. “A noi non piace renderci la vita facile, anche perché è l’unico modo per superare i propri limiti.“
La scelta dell’acciaio satinato risponde a questa logica in modo preciso. Non il metallo specchiante che riflette e si impone, ma una superficie che assorbe e restituisce la luce in modo morbido, che si mimetizza senza sparire. È sia una scelta tecnica — l’acciaio inossidabile garantisce durevolezza e resistenza alle condizioni atmosferiche — che estetica. “Non vuole essere invisibile, ma si vuole, in qualche modo, mimetizzare e integrare all’interno dell’ambiente. Soprattutto dal punto di vista della luce, funziona particolarmente bene.“
Una conferma inaspettata è arrivata quasi subito dopo l’installazione: già il primo giorno, un uccello ha cominciato a nidificare sull’opera. Lo racconta Seganfreddo con una soddisfazione difficile da nascondere: “fa capire che in modo naturale era già stato accolto come un elemento integrato con il territorio dove si è impiantato e dove è nato.”

Il centro dell’opera è la parte più inaspettata
Ma è il centro a custodire la parte più inaspettata di Breath. All’interno della struttura c’è un fiore meccanico. Si apre all’alba, lentamente, seguendo il ciclo naturale della luce e si richiude al tramonto. Ogni giorno, indipendentemente da chi c’è a guardarla.
Noi l’abbiamo visto in momenti diversi della giornata dall’alba, al tramonto e la sera quando la struttura esterna continua a girare nel buio e il fiore è già chiuso da ore; è un gesto quasi discreto, se paragonato alle dimensioni dell’opera. Lo potresti quasi mancare, se non sapessi che sta accadendo.
Ponzi parla di questo con una frase che vale più di qualsiasi descrizione tecnica: “Se non siamo visti, se non ci applaudono in continuazione, se non ci laicano in continuazione, esistiamo lo stesso. Noi esistiamo perché la nostra ragione, come un fiore, cresce, non si pone il problema di crescere se cresce da una roccia, da una fogna o in un giardino botanico. Quella è la sua natura; cresce, va avanti e si sviluppa seguendo quello che c’è scritto nel suo DNA. La stessa cosa facciamo noi, quindi esistere anche se nessuno ti vede non vuol dire esistere di meno, vuol dire solo aver capito come gestire proprio un narcisismo.“

Sincronizzarsi con la natura
Emiliano Ponzi è un nome che nel mondo dell’illustrazione non ha bisogno di presentazioni. The New York Times, The New Yorker, Apple, Hermès. Ma Breath non nasce da una commissione, bensì nasce, come racconta lui stesso, dall’ascolto. “Se senti che quel linguaggio che stai usando non basta più a farti capire, a esprimere te stesso, hai bisogno di esplorare.“
La scelta della collina l’aveva già fatta mentalmente da anni. Un punto equidistante tra le colline e il paese, visibile da entrambe le direzioni, in grado di raccontare quel rapporto particolare che esiste tra l’uomo e la natura in questo angolo di Toscana, una convivenza equilibrata, quasi organica.
“Sincronizzarsi con la natura vuol semplicemente dire uscire dal nostro loop quotidiano di abitudini, anche di abitudini tossiche di pensiero. Scelgo di venire qui magari alle 7 di mattina o alle 7 di sera e di aspettare che il fiore si apra o si chiuda. Sono pochi minuti, però sono parte di una scelta e ti fanno partecipare a un processo.“
Le scelte progettuali più forti, dice Ponzi, sono quelle che non si vedono: gli spazi negativi, i vuoti attraverso cui entra il cielo, le colline, la luce che cambia con l’ora del giorno e con la stagione.
Dal punto di vista curatoriale, Seganfreddo inquadra tutto questo in una distinzione importante: non arte ambientale, ma arte ambientata. “Viene in molti casi trascurato il tema del paesaggio, della localizzazione o della relazione. Questo è un paesaggio comunque incredibile, ma anche molto fragile. Per cui c’è stata molta attenzione e molta cura nel valutare un elemento che diventasse un segno del territorio integrandosi con il territorio stesso.” E aggiunge: “L’arte è quando la creatività impone e propone qualcosa di nuovo. Se non c’è quella caratteristica, diventa decorazione o diventa cosmesi.“

Un’ultima domanda, quello che resta
In conclusione, ho fatto la stessa domanda a tutti e tre: cosa speri che resti a chi vede Breath all’alba o al tramonto: un’immagine, una sensazione, una domanda? Tre persone diverse, tre ruoli diversi, tre risposte che insieme raccontano l’opera meglio di qualsiasi descrizione.
Spinelli dice una cosa semplice: spera che resti una sensazione di pace. Qualcosa di ipnotico, come guardare un fuoco. “Qualcosa che va a pescare nel nostro cervello rettiliano e ci lascia sollevarci da quelli che sono poi i pensieri quotidiani.“
Seganfreddo la vede come un contraltare necessario: “Quasi questo diventa una sorta di contraltare per farti entrare e per farti fermare all’interno del contesto con un altro tipo di approccio. Le opere ambientate ti permettono di allargare lo sguardo e di entrare in uno stato di osservazione interiore diversa.”
Ponzi spera in qualcosa di ancora più casuale: che la gente arrivi senza sapere niente di lui, senza contesto, senza aspettative. E che l’incontro avvenga lo stesso.
Il titolo dell’opera è accompagnato da un verso di Emily Dickinson: “The Landscape listens — Shadows — hold their breath.” Una frase che, in certi momenti sull’erba di quella collina, non sembra una citazione ma una descrizione precisa di quello che sta succedendo intorno a te.


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