La fotografia sensuale e analogica di Chantal Convertini

La fotografia sensuale e analogica di Chantal Convertini

Giulia Guido · 2 anni fa · Photography

Siamo stati immediatamente catturati dalla bellezza degli scatti di Chantal Convertini aka Paeulini. Sensuali, delicati e intimi. 

Chantal Convertini è una ragazza di 28 anni che si è avvicinata alla fotografia quasi per caso e solo successivamente ha deciso di trasformare questa grande passione in un lavoro. Come molti suoi coetanei il primo approccio che ha avuto con la fotografia è stato attraverso il digitale. Poi, in un secondo momento, quattro anni fa si è avvicinata anche al mondo dell’analogico. Questo ha portato Chantal Convertini a sapersi destreggiare benissimo tra le due tecniche, prediligendo l’analogico per i suoi progetti personali. 

I protagonisti dei suoi scatti sono due, la luce e i corpi di giovani donne. 

La luce è quasi sempre quella naturale, che rischiara leggermente interni di case e camere da letto. A volte le sue fotografie sono illuminate giusto da qualche raggio di sole che penetra tra le fessure di tapparelle e persiane chiuse. 

Questi fasci si posano sui corpi nudi e sui volti dei suoi soggetti, spesso femminili, come nella serie A feminine view on femininity, in cui Chantal Convertini dà una sua personale visione dell’universo femminile. 

Spesso però, davanti all’obiettivo ci si mette lei stessa, creando dei fantastici autoritratti, intimi e personali. 

La fotografia sensuale e analogica di Chantal Convertini | Collater.al

Qui sotto trovate una selezione dei suoi scatti, per scoprirne di più andate sul suo sito, sul suo profilo Instagram e sul suo profilo Patreon, dove potrete sostenerla anche finanziariamente.  

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Come si fa ad aprire uno spazio espositivo? L’esperienza di Église Art

Come si fa ad aprire uno spazio espositivo? L’esperienza di Église Art

Laura Tota · 6 giorni fa · Photography

Quando si parla di professioni legate alla fotografia, se dovessimo fare un censimento delle attività legate a questo mondo, resteremmo sorpresi nello scoprire quanto è prolifico il settore lavorativo legato all’immagine.
Ogni mese, chiederemo a degli addetti ai lavori legati alla fotografia di raccontarci il dietro le quinte legato alla loro attività: scopriremo gioie e dolori di queste professioni contemporanee e daremo alcuni tips utili a chi vuole avvicinarsi a questo mondo.

Per questo primo appuntamento, abbiamo posto qualche domanda a Iole Carollo, una dei soci fondatori di Église Art, un luogo di formazione dedicato alla fotografia nonché uno spazio espositivo tra i più suggestivi non solo di Palermo, ma forse di tutta l’Italia. Come suggerisce il nome, Église Art è infatti ospitato all’interno di una chiesa seicentesca nel cuore della Kalsa del capoluogo siciliano, uno spazio ricco di suggestioni e caratteristiche peculiari che influenzano e determinano in maniera importante i contenuti di volta in volta ospitati. 

Eglise Art | Collater.al

Far nascere uno spazio dedicato alla fotografia vuol dire, sin da subito, definire le finalità: questa scelta, già decisiva di suo, determinerà poi tutte le attività dello spazio stesso: nel caso di Église Art, qual’è stata la sua mission e in che modo le attività/finalità si sono evolute nel tempo?

Église è un’associazione con finalità sociali e culturali, fondata nel 2016 da Alberto Gandolfo, Peppe Tornetta e me, tra il 2019 e il 2021 si sono uniti Simona Scaduto e Michele Vaccaro. Gli intenti iniziali erano quelli di creare un luogo di formazione alla fotografia e uno spazio espositivo. Nel 2018, in concomitanza con il progetto #18Esplorazioni curato da Benedetta Donato, abbiamo deciso che Église diventasse uno spazio indipendente con lo scopo di promuovere la cultura visiva, attraverso attività espositive, di formazione, di scambio e di collaborazione con operatori e professionisti del settore.

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Palermo è nell’immaginario italiano (e mi azzarderei a dire mondiale) un crocevia di culture, un melting pot vivo di istanze culturali che insistono, si incontrano e si scontrano su un territorio particolarmente complesso. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa impresa in una città così particolare come Palermo? Quanto è importante la relazione con il territorio in cui si vive e le altre realtà che si occupano di fotografia?

Palermo è una città ricca di storia e cultura, in cui hanno convissuto persone di origini differenti che hanno facilitato lo scambio e il ricambio di idee e soluzioni che sono un valore aggiunto per chiunque si avvicini a Palermo; a questo si aggiunga il costo della vita, ancora conveniente, che si traduce in costi di gestione sostenibili per spazi come il nostro.
Nel corso degli anni abbiamo osservato l’avvio di splendide realtà, come PUSH, Minimum, Baco about Photographs, Maghweb, Booq, piccole case editrici, teatri e spazi indipendenti, gestiti spesso da artisti, e, a dispetto dei pochi lettori, anche librerie al cui interno sono organizzate diverse attività. Aspetto che conferma il grande fermento culturale che caratterizza la città.
Tuttavia, Palermo è una città dura, e questo fermento è di fatto legato alla crescita delle singole realtà e degli individui che le vivono e alle relazioni, più o meno buone, che si intessono. Palermo è di fatto un crocevia, ci sono tante persone che vi si trasferiscono, ci sono moltissimi artisti che vengono da ogni parte del mondo, si innescano rapporti e scambi utili per tutti, ma alla fine è quasi obbligatorio lasciare Palermo per poter crescere ancora e ancora. 

Ma fintanto che si decide di restare, la relazione con il territorio è fondamentale, direi. La rete di relazioni che si intessono è alla base del sistema comunità, e questo vale anche per gli spazi indipendenti, tutti, al di là del settore di interesse.
È importante espandere il tessuto sociale e culturale di riferimento, fare rete è utile affinché le cose funzionino, sia nella parte strettamente programmatica sia per creare nuove possibilità per se stessi.
Per noi fare rete è imprescindibile, oltre alle collaborazioni già avviate come quelle con Laboratorio Zen Insieme, Block Design e La Bandita, abbiamo fondato un distretto artistico, proprio nel periodo in cui è scoppiata la pandemia da Covid – 19 che ha rallentato e modificato le relazioni. KAD Kalsa Art District lo abbiamo fondato con altri spazi indipendenti, operatori culturali, artisti e curatori. Inoltre, portiamo avanti collaborazioni con fotografi/e, come Mimi Mollica (fondatore del Photo Meet London) che da anni organizza nella Valle del Belìce dei workshop fotografici, da 3 anni presso Église Art ne tiene uno dedicato proprio alla città con ospiti importanti come Bruce Gilden e Amber Terranova.

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Gestire uno spazio dedicato alla fotografia è sicuramente cosa complessa e suppongo richieda un impegno costante da parte di chi decide di gestirlo. Quali competenze è necessario che lo staff abbia per gestire uno spazio dedicato alla fotografia in maniera ottimale?

Quando si decide di avviare uno spazio dedito alla cultura, prima delle competenze è necessario avere delle specifiche propensioni, quali la curiosità, l’attitudine alla ricerca, la capacità di lavorare in gruppo e un forte interesse nel settore in cui si opera. Le competenze si possono acquisire in seguito, ma sono necessarie, senza dimenticare che non si smette mai di imparare e che è importante fare tesoro degli errori che si commettono.
Il nostro gruppo presenta competenze e interessi molto diversificati che dipendono anche dai singoli percorsi, Michele viene dal reportage, Simona utilizza la fotografia come pratica artistica, io sono archeologa e sono specializzata nel fotografare opere e allestimenti, gli altri due soci invece hanno lavori non legati alla fotografia, quindi con specifiche skills legate ai loro settori.

Facendo parte di Église siamo anche operatori culturali, organizzare e gestire attività utili alla promozione e alla diffusione della cultura comprende, anche, la gestione del project management, della produzione dei progetti, della comunicazione, a queste attività si deve affiancare l’analisi del contesto in cui si opera. Bisogna essere sempre aggiornati e in grado di approfondire le tematiche che si affrontano e, quindi, di contestualizzarle al tempo e allo spazio che si vivono, cogliendo tutte le opportunità di scambio e collaborazione con altri professionisti.

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Ho visitato Église Art in diverse occasioni, e devo dire che sono rimasta quasi stordita dalla bellezza di questo luogo: la possibilità di recuperare uno spazio pressoché abbandonato, di riportarlo in vita e vestirlo con cultura e arte è il sogno di chiunque lavori in questo settore. In più, l’estrema complessità architettonica credo costituisca una sfida davvero interessante per chi si occupa di fotografia e progettualità culturale.
Quanto lo spazio di Église Art influisce sulle scelte curatoriali della programmazione, considerando soprattutto i limiti espositivi e quindi quanto il fatto che non sia una classica galleria determina la selezione dei progetti?

A oggi, gli spazi di Église Art sono la piccola chiesa seicentesca e il Lab, subito adiacente alla prima, entrambi hanno delle connotazioni forti.
Il Lab di fatto è un piccolo appartamento, con un giardino nella parte posteriore, qui siamo riusciti a ricavare uno spazio in cui è possibile ospitare fotografi/e e altri due condivisi, in cui sono anche la nostra biblioteca a scaffale aperto e la fanzinoteca di Zines Palermo, il festival dedicata alle zine di cui siamo cofondatori con Block Design e Lino Ganci.
La chiesa, invece, è il luogo dedicato alle mostre fotografiche, è un luogo storico, in cui è necessario intervenire con dei lavori di restauro e ristrutturazione, la copertura momentanea è sorretta da un’impalcatura di tubi Innocenti, l’arco, che divide l’aula principale dallo spazio che era subito dietro l’altare, ha la chiave di volta rotta, così è sorretto da un’impalcatura di sicurezza. La chiesa è un luogo affascinante, di primo acchito visivamente tende a vincere su quanto è esposto, ma la presenza delle impalcature comporta un grande lavoro di progettazione curatoriale ed espositiva. Non basta un luogo per rendere un progetto culturale speciale, servono visioni e voglia di sperimentare ed è questo che, in questi anni, abbiamo messo in atto. 

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Aprire uno spazio fotografico è il coronamento di un sogno per chi vuole perseguire una propria linea di ricerca in maniera autonoma e sviluppare una proposta curatoriale indipendente. Ma tralasciando la variante del desiderio e del sogno e avvicinandoci più alla concretezza del reale, quali sono i fattori da tenere in considerazione nel momento in cui si vuole aprire uno spazio dedicato alla fotografia? Quali quelli da non sottovalutare?

I fattori da valutare e tenere in considerazione sono diversi, dipendenti tutti dalla strada che si vuole percorrere, mettendosi sempre in una posizione di ascolto e pronti a cambiare direzione se serve.
Come detto prima, lo studio e il mantenersi sempre aggiornati sono fattori imprescindibili, poi bisogna avere pazienza e forza di volontà per intraprendere un cammino lento ma funzionale alla crescita. È necessario porsi davanti una serie di traguardi, alcuni più semplici da raggiungere, così da riuscire a fronteggiare inevitabili frustrazioni, altri più irti di ostacoli, sapendo anche che molti dei risultati che si otterranno saranno intangibili. Bisogna focalizzarsi su quello che si ritiene essere utile e stimolante, senza guardare necessariamente al nome di tendenza.
Gli spazi indipendenti sono luoghi stimolanti, fedeli a se stessi ma mai uguali, tuttavia sono tra i più vulnerabili dal punto di vista economico, perché non hanno la forza economica utile alla continuità di programmazione delle attività. È necessario tenere conto dell’aspetto economico, viviamo in un periodo storico in cui il denaro è utile per crescere, migliorarsi, per essere davvero indipendenti e, quindi, non scendere a compromessi, mantenendo salda la propria identità: è necessario investire e reinvestire, davvero, sia su stessi, sul gruppo che sullo spazio. 

Credo che uno dei fattori che spesso si sottovaluta sia l’impatto della burocrazia, ma ovviamente vale per ogni settore del nostro paese, non solo in ambito culturale. Altro fattore da non sottovalutare è il passare del  tempo: cambia tutto, fattori macroeconomici, società, le persone che si hanno intorno, gli obiettivi personali e comuni, i gusti del pubblico e le sue esigenze. Bisogna avere una visione molto chiara e una buona dose di intuito per arginare i cambiamenti. 

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Ultimamente, si assiste alla chiusura di numerose realtà dedicate all’arte e alla fotografia. Spesso la causa è prettamente finanziaria.
Ti chiedo dunque: come può sostenersi da un punto di vista economico uno spazio che non è finalizzato alla vendita?

I primi anni ci siamo autofinanziati, situazione a lungo andare diventata insostenibile, così abbiamo iniziato a collaborare con altre realtà locali, offrendo loro servizi e collaborando a progetti finanziati. L’unione fa davvero la forza, la collaborazione e la condivisione sono aspetti molto importanti.
Bisogna avere prontezza di spirito e trovare soluzioni differenti per i singoli progetti. Da qualche mese, stiamo lavorando anche con un paio di professionisti per l’ideazione e la realizzazione di progetti, nonché per la partecipazione a bandi nazionali e internazionali.
Certo, sarebbe maggiormente utile il riconoscimento da parte delle istituzioni, specialmente dopo la pandemia si è generato uno sconforto diffuso, alcuni spazi o hanno chiuso o sono destinati alla chiusura, noi stessi ci siamo ritrovati a discutere sul da farsi: un sostegno economico a merito sarebbe davvero importante, così come avviene in altri paesi europei.

Come si fa ad aprire uno spazio espositivo? L’esperienza di Église Art
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La fotografia stenopeica scattata dalla bocca di Justin Quinnell

La fotografia stenopeica scattata dalla bocca di Justin Quinnell

Tommaso Berra · 4 giorni fa · Photography

Che cos’è la fotografia stenopeica? Si tratta un’immagine scattata attraverso il procedimento fotografico della stenoscopia, una tecnica che come le fotocamere più moderne sfrutta il principio della camera oscura, utilizzando però un piccolo foro come obiettivo, che attraverso la diffrazione crea immagini.
Justin Quinnell è considerato tra i principali esperti di questa tecnica, sia per i suoi quasi trent’anni da docente in tutto il mondo sia per la sua produzione artistica di fotografie sperimentali.
Da Bristol, dove vive, realizza fotografia utilizzando camere stenopeiche, creando situazioni e punti di vista insoliti, grazie alle possibilità del mezzo e alle deformazioni dell’immagine.

Tra le serie fotografiche più bizzarre di Justin Quinnell c’è quella realizzata utilizzando una smileycam, una macchina fotografica che l’artista inserisce completamente dentro la propria bocca, sfruttando così la forza di un punto di osservazione – POV per utilizzare una definizione di moda – insolita e molto bizzarra. nell’inquadratura compaiono quindi tutti i denti di Quinnell, che l’osservatore finisce di conoscere meglio del dentista dello stesso artista. Oltre i denti di volta in volta si presentano diversi soggetti, che descrivono la quotidianità di Justin, si parte infatti con lo spazzolino alla mattina, passando per i pasti e il cocktail da condividere alla sera. Dalla bocca del fotografo teniamo traccia anche dei suo viaggi, così tra un incisivo e un canino spunta Piazza San Marco a Venezia e il Teatro dell’Opera di Sidney.

La stenoscopia non prevede nessuna particolare messa a fuoco, per questo le foto sembrano molto amatoriali. In passato ha rappresentato un punto alto per la tecnologia, ora, superata da obiettivi e lenti decisamente più performanti, viene utilizzata per progetti più sperimentali e artistici, grazie alla possibilità di poter creare punti di vista strani e risultati imprevedibili. Il lavoro di Quinnell ne è un esempio molto chiaro, se poi aveste voglia di scoprire cosa vede la vostra bocca, qui potete trovare anche la smileycam.

Justin Quinnell | Collater.al
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Una nuova mostra a Bologna curata da Mulieris Magazine

Una nuova mostra a Bologna curata da Mulieris Magazine

Tommaso Berra · 4 giorni fa · Photography

Per due mesi, dal primo febbraio al 30 marzo 2023, a Bologna lo spazio espositivo il concept studio THE ROOOM ospiterà una nuova mostra, curata da Mulieris Magazine.
Il titolo del progetto è DREAMTIGERS, una citazione allo scrittore argentino Jorge Luis Borges e al suo straordinario immaginario in cui gli animali ricoprono un ruolo fondamentale per stimolare ricordi e immaginazione.

DREAMTIGERS è una mostra che grazie alle opere di Lula Broglio, Alejandra Hernández, Joanne Leah, Sara Lorusso, Sara Scanderebech, Ayomide Tejuoso (Plantation), assieme alle installazioni di The Mosshelter di Marco Cesari, si serve dell’immaginazione. Questa dimensione apre così un mondo di possibilità non solo per la mente ma anche per la rappresentazione di ciò che è reale.
Una fusione, quella tra reale e immaginario, che Sigmud Freud definiva l’ombelico del sogno, luogo indefinito in cui è possibile affrontare con libertà i temi che in questi anni hanno fatto conoscere al pubblico la realtà di THE ROOOM e Mulieris Magazine. Tra questi temi sicuramente c’è la condanna a qualsiasi forma di discriminazione e la parità di genere, affrontate negli anni attraverso la divulgazione, splendidi volumi e progetti artistici molto interessanti che continueranno con la mostra Bolognese.

Mulieris Magazine | Collater.al
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Corpo e cenere nei ritratti di Olivier Valsecchi

Corpo e cenere nei ritratti di Olivier Valsecchi

Tommaso Berra · 2 settimane fa · Photography

La serie BlackDust realizzata dal fotografo parigino Olivier Valsecchi continua i suoi precedenti lavori che hanno come elemento centrale l’azione dei corpi e della polvere. La scelta di Valsecchi è quella di uniformare la composizione attraverso un monocromo nero che toglie identità di genere ai soggetti, uniformando corpi e sfondo senza far perdere risalto alla plasticità dei soggetti e alle forme dei muscoli in tensione.
BlackDust è una ricerca di tre anni sul corpo umano, l’ultilizzo della cenere e del carbone si allaccia al tema dei cicli della vita, molto caro a Olivier Valsecchi. Le pose scelte dall’artista, che in questo caso svolge la funzione di coreografo e direttore d’orchestra, sono tutte di tensione ed esplosività. Le braccia si contorcono e i tendini tirano le fibre, trasformando un ammasso di carne in una montagna su cui franano detriti vulcanici lanciati in cielo e pronti a sedimentarsi. Valsecchi ha scelto di concentrarsi sul momento di azione, in una narrazione che prima di voler vedere i sedimenti si gode lo spettacolo dell’esplosione.

Olivier Valsecchi | Collater.al
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