Nelle fotografie di Helena Georgiou, spesso non succede molto, almeno in apparenza, ma è proprio in questo spazio ridotto all’essenziale che le immagini iniziano a parlare. Una figura seduta contro una parete quasi completamente bianca, un albero piegato dal vento davanti al mare. Cinque sedie sospese sull’acqua. Un’ombra che attraversa un muro e trasforma un’architettura in una composizione astratta. Scene che, prese singolarmente, sembrano appartenere alla normalità, ma che attraverso il suo sguardo assumono un equilibrio diverso, quasi straniante.


Nata e cresciuta a Nicosia, Cipro, Helena Georgiou ha una formazione che attraversa fotografia, interior design e storia dell’architettura. La fotografa ha studiato Interior Design all’University of Nicosia, fotografia e giornalismo alla Michigan State University e storia dell’architettura alla Harvard Extension School; il suo percorso comprende anche studi di storia della fotografia e, più recentemente, archeologia e storia.
È una formazione che aiuta a leggere alcune costanti del suo lavoro, come l’attenzione alle proporzioni, alle linee, alle superfici e soprattutto al modo in cui una figura può modificare la percezione di uno spazio. Prima ancora di raccontare una storia, Georgiou costruisce l’immagine attraverso ciò che decide di lasciare dentro e fuori dall’inquadratura.



Nelle fotografie di Helena Georgiou, le persone sembrano spesso quasi scomparire all’interno dell’ambiente. Una donna vestita di nero diventa un punto verticale accanto alla lunga ombra di una scala; un uomo siede sotto una piccola finestra azzurra; una figura attraversa un paesaggio innevato seguendo una recinzione che si perde verso l’orizzonte. La presenza umana non serve quindi necessariamente a raccontare chi abbiamo davanti. Diventa una misura, qualcosa che permette di percepire la dimensione dell’architettura, la distanza, il vuoto.
Il suo lavoro non si limita però alla fotografia documentaria, nel portfolio di Georgiou convivono street photography, ritratti, architettura, still life, minimal photography e immagini ottenute attraverso manipolazione digitale.
Questa dimensione emerge soprattutto quando la realtà viene ricomposta fino a diventare quasi irreale. Una fila di sedie davanti all’acqua, per esempio, non ha bisogno di un intervento evidente per sembrare una scena costruita. Allo stesso modo, nelle immagini in bianco e nero, il contrasto tra una persona e uno spazio vuoto può spostare una situazione quotidiana verso qualcosa di più indefinito. Georgiou ha inoltre ricevuto una Honorable Mention ai Monochrome Awards nel 2016 e nel 2019, entrambe nella categoria Photomanipulation.

Ma è soprattutto il rapporto tra osservazione e costruzione a rendere riconoscibile il suo approccio. La macchina fotografica non sembra limitarsi a registrare ciò che trova davanti a sé: seleziona, ordina, semplifica.
In molte delle sue fotografie la luce non è semplicemente ciò che illumina la scena, ma è parte della scena stessa. Nei lavori in bianco e nero, invece, il passaggio tra luce e ombra accentua ancora di più la struttura degli spazi. È un’attenzione che trova una spiegazione anche nelle parole della fotografa: in diverse interviste ha sottolineato il ruolo di luce, ombre, texture, pattern e simmetrie nella costruzione delle sue immagini, collegandolo anche alla propria formazione nel design e nell’architettura.
Il risultato non è una fotografia che cerca necessariamente l’evento. Quella di Helena Georgiou è una fotografia che si concentra sulla possibilità di guardare più a lungo qualcosa che, nella vita quotidiana, rischieremmo di attraversare senza notarlo.


Nel corso degli anni Georgiou ha esposto in diversi contesti internazionali. Tra questi figurano il Parlamento europeo a Bruxelles e Strasburgo e Somerset House a Londra, nell’ambito delle esposizioni legate ai Sony World Photography Awards. Nel 2024 è inoltre risultata finalista nelle National & Regional Awards dei Sony World Photography Awards.
La sua ricerca continua così a muoversi tra osservazione del quotidiano e costruzione di immagini più sospese, senza rinunciare alla componente documentaria. È questa oscillazione a rendere interessanti le sue fotografie, ciò che vediamo è reale, ma il modo in cui viene organizzato nell’inquadratura ci costringe a considerarlo da un’altra prospettiva.



