C’è una cosa che Karlheinz Weinberger non ha mai fatto: pensare a se stesso come a un fotografo. Di giorno era un uomo qualunque: magazziniere alla Siemens di Zurigo, timbrava il cartellino dal 1955, anno dopo anno, fino alla pensione nel 1986. Di notte, era tutt’altro.
Negli anni ’50, mentre la Svizzera borghese guardava dall’altra parte, Weinberger iniziava a seguire per le strade di Zurigo un gruppo di ragazzi impossibile da ignorare: pompadour impomatati, jeans stretti, giacche di pelle, fibbie enormi incise con la faccia di Elvis. Erano gli Halbstarken — letteralmente “i mezze-forze” — la prima sottocultura giovanile del dopoguerra europeo. Nati ai margini di Germania, Austria e Svizzera, si ispiravano a Marlon Brando, James Dean, al rock’n’roll che arrivava dall’America come un segnale di disturbo su una frequenza proibita.
Weinberger li fotografava ovunque: nel suo appartamento (le tende opache di sua madre come sfondo ricorrente), nei vicoli di Zurigo, nelle campagne durante le gite fuori porta. I suoi soggetti non posavano, si esibivano. Pantaloni cuciti su misura con parole come Texas e ranch, bottoni dei jeans sostituiti da dadi e bulloni, cinture lavorate a mano con borchie metalliche. Un immaginario inventato, artigianale, americano solo nell’aspirazione.

«Non ho mai pensato a me stesso come a un fotografo di moda.»
— Karlheinz Weinberger, New York Times, 2001
Cinquant’anni di silenzio
Le fotografie rimasero chiuse per decenni. Weinberger continuò a lavorare alla Siemens, a fotografare di nascosto, a costruire un archivio che nessuno avrebbe visto: decine di migliaia di stampe, diapositive, negativi. Nel frattempo, in parallelo e altrettanto silenziosamente, documentava operai, motociclisti e atleti per la rivista gay underground Der Kreis, sotto il nome in codice Jim. Due vite, una sola macchina fotografica.
Poi, nel 1999, una piccola casa editrice zurighese pubblicò il primo libro. Nel 2000 arrivò la mostra al Museum of Design di Zurigo. Il mondo si accorse di lui. Aveva quasi ottant’anni.



L’eredità di Weinberger
Versace gli dedicò una campagna-tributo, mentre Il New York Times lo intervistò nel 2001, ma non solo, designer come Wolfgang Tillmans e Collier Schorr lo citano come riferimento fondante. Le sue fotografie — grezze, intime, cariche di desiderio e umorismo — sono oggi nell’immaginario di chiunque lavori con la moda, lo streetwear, l’estetica queer. Un archivio del margine, costruito da un uomo che non si è mai messo al centro.
Weinberger morì nel 2006, celebre. Per quasi mezzo secolo era rimasto anonimo per destino o forse per scelta. Le sue storie non avevano bisogno di lui per essere vere. Avevano bisogno solo di tempo per emergere.
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