War is the content

Nell’agosto del 1990 le truppe irachene di Saddam Hussein invadono il Kuwait. Pochi mesi dopo, quando nel gennaio 1991 parte l’operazione Desert Storm, la guerra entra nel palinsesto televisivo come evento continuo e apparentemente “leggibile”.
Durante la guerra del Golfo l’accesso dei giornalisti fu spesso controllato dalle forze armate e il risultato era che la maggior parte delle immagini “circolanti” era compatibile con una narrazione già pronta, la guerra giusta, chirurgica. Le sofferenze irachene rimanevano tenute fuori, il racconto era come igienizzato o omogeneizzato.
Tutti noi per la prima volta ci trovavamo davanti a una grande ambiguità: immagini potentissime mostravano e nascondevano allo stesso tempo. Più la guerra era visibile più diventava astratta. Adatta a essere guardata.

Trentasei anni dopo, scorrendo i video pubblicati dagli account ufficiali della Casa Bianca e dell’IDF (le Forze di Difesa di Israele) durante le operazioni militari contro l’Iran, assistiamo a un passaggio ulteriore. La guerra non viene solo comunicata, viene impacchettata “native” per piattaforme, con le regole estetiche e narrative dei Reel di Instagram e di TikTok: ritmo, emozione, riconoscibilità, serialità, musichette orecchiabili e un frame “morale” subito decodificabile.

Guardando i loro contenuti si ha l’impressione di essere davanti a qualcosa di profondamente sbagliato, ma decisamente coerente col mondo in cui viviamo

Eravamo abituati all’idea che le istituzioni usassero un linguaggio sobrio per separare il linguaggio del potere dal linguaggio della folla, rendere l’istituzione riconoscibile come istituzione e non come parte della rissa. La sobrietà è stata a lungo una forma di legittimità che prometteva controllo emotivo.
Quell’equazione si è incrinata, la politica parla in un  contesto mediatico in cui l’attenzione è competitiva, e sceglie quindi di adeguarsi all’algoritmo, di giocare su ciò che divide, polarizza e viene premiato. Oppure ne è ormai schiava?

I commenti e le definizioni fioccano a migliaia e definiscono la comunicazione attuata “delirante” e “distopica”. Aggettivi figli della sensazione che qualcosa sia profondamente fuori posto: la guerra raccontata con gli stessi strumenti e lo stesso stile usati per parlare di sneaker e di cibo.

Ma prima di liquidare tutto come un’anomalia morale dell’era dei social, forse vale la pena fermarsi un momento e chiedersi se il problema sia davvero questa propaganda (beh, certo che lo è), oppure se oltre a tutto questo, molto più semplicemente, abbiamo perso il gusto per l’indignazione.

L’idea che il potere voglia usare i media più popolari del proprio tempo per raccontarsi, e per legittimarsi, è vecchia almeno quanto i media stessi. Talmente vecchia che ormai dovremmo esserne abituati. 

Proprio noi, non possiamo dimenticarci di come, negli anni ’20 e ’30, fu proprio Mussolini a intuire l’aiuto fondamentale che il cinema avrebbe potuto dare alla causa fascista. È proprio così che nel 1924 è nato l’Istituto Luce, con il dichiarato obiettivo di produrre cinegiornali da proiettare obbligatoriamente in tutte le sale cinematografiche prima dei film. Le immagini di Mussolini che guida trattori nelle bonifiche dell’Agro Pontino, che inaugura infrastrutture, che arringa folle oceaniche, entrano senza permesso nella testa di tutti. 
Poi arriva l’idea geniale – diabolica, ma geniale -, Cinecittà. Inaugurato nel 1937, il complesso di studi cinematografici e televisivi più grande d’Europa è una perfetta macchina culturale e ideologica nelle mani del regime e a suo completo servizio. 
La stampa, la pubblicità, il cinema, tutto diventa estremamente coerente e in linea con il regime. 

Con un piccolo sforzo, possiamo fare anche un salto in avanti di 80 anni e potremmo notare che le cose non sono molto cambiate. Ci ricordiamo tutti il primo TikTok di Berlusconi?! Quella che sembrava una mossa anacronistica, ovvero un politico di ottant’anni che sbarca sulla piattaforma simbolo della Gen Z, seguiva in realtà una logica precisa con l’obiettivo di arrivare all’elettorato più giovane. 

Ancora più evidente è la strategia di Matteo Salvini, forse il primo politico in Italia ad adattare, se non proprio a costruire la sua comunicazione seguendo le regole e la grammatica dei social. Ricordate “La bestia” e la macchina social costruita in questi anni?
Tutti abbiamo visto almeno una volta una sua foto in riviera romagnola durante l’estate, un selfie con i sostenitori o contenuti che seguono i trend del momento.

Chi comanda è sempre la piattaforma e qualsiasi cosa ci atterri deve arrendersi e assoggettarsi ad essa, al suo linguaggio, ai suoi formati, ai suoi algoritmi. 

La forma è contenuto. O per citare Marshall McLuhan, il medium è il messaggio.

Donald Trump ha sicuramente capito le potenzialità di questi mezzi – Instagram e TikTok – e li utilizza tutti i giorni, fin dal primo momento del suo secondo mandato, come strumento principale della propria narrazione politica, consapevole di avere l’attenzione di tutti gli utenti. Non deve stupire, quindi, trovare all’interno di questo macabro gioco anche i profili ufficiali di istituzioni come la Casa Bianca o l’IDF. 

Il fatto che questi contenuti siano perfettamente coerenti col tone of voice dei luoghi che li ospitano non vuol dire che siano giusti, ma fa emergere il vero paradosso. 

Viviamo in un ambiente digitale in cui qualsiasi argomento viene tradotto nel linguaggio dei social e viene ridotto a video brevi, grafiche accattivanti, meme virali, dall’adozione di una dieta sana a interventi chirurgici, dall’istruzione all’informazione. 
Accettiamo senza problemi che un chirurgo spieghi un intervento su TikTok. Che un nutrizionista riassuma anni di studi e possibili problematiche in sessanta secondi. Che questioni di geopolitica diventino video verticali che possiamo guardare in velocità x2.

Ma quando la stessa grammatica viene usata da un’istituzione per raccontare un’operazione militare, improvvisamente scopriamo che quel linguaggio ci sembra “distopico”.

È davvero così sorprendente?

La guerra mette a nudo ciò che avevamo accettato in silenzio, cioè che la piattaforma non è solo un luogo dove passano i contenuti, ma un dispositivo che li trasforma, e trasformandoli cambia anche noi, il nostro modo di sentire e di giudicare.

Il punto non è solo la propaganda, quella è sempre esistita, il punto è che abbiamo perso la capacità di indignarci nel modo giusto. O forse che la nostra indignazione è diventata una modalità del feed, un contenuto tra gli altri, con lo stesso destino.

Ci indigniamo per le fake news, ma siamo spesso i primi a condividere articoli senza averli letti. 
Ci indigniamo per i guadagni degli influencer, ma continuiamo a seguirli, commentarli, comprare i loro prodotti.
Ci indigniamo se Trump pubblica il video di un bombardamento con la musica della Macarena, ma il suo post col pinguino è stato trasformato da decine di brand in campagne pubblicitarie. 

Un’indignazione da salotto.

Un’indignazione che non riesce ancora ad ammettere che la forma è contenuto, che se l’obiettivo è quello di spostare l’attenzione dalle atrocità alla potenza bellica o quello di trasformare il racconto da “gli Stati Uniti sono i cattivi” a “gli Stati Uniti sono i più fighi” allora la strategia attuata è tanto spaventosa quanto consapevole, disgustosamente consapevole. Perché quando la guerra assume il ritmo di un reel, quando le immagini di un bombardamento vengono montate come un trailer, quando la musica epica o il remix latinoamericano accompagna un’operazione militare, la percezione cambia. La distanza si riduce. La gravità si attenua. Lo spettacolo surreale prende il posto della realtà.

Noi siamo sempre le generazioni cresciute a film hollywoodiani che hanno normalizzato ed estetizzato la guerra per trasformarla in armi giocattolo da vendere a Natale. Cosa c’è da stupirsi? Come puó apparirci come un’eccezione? In realtà è la conseguenza coerente di un lungo processo culturale.

E intanto, mentre fuori dai nostri piccoli schermi la guerra continua, i ruoli dei Paesi vengono sovvertiti e gli interessi economici guidano le scelte politiche, noi continuiamo a indignarci, seduti comodamente sul divano, convinti che la nostra indignazione serva a opporci a qualcosa, senza renderci conto che la nostra attenzione è parte dello spettacolo che crediamo di criticare.

In un mondo in cui la guerra può diventare contenuto, la politica può diventare contenuto, persino l’indignazione può diventare contenuto, come si ricostruisce uno spazio pubblico in cui non tutto debba performare per esistere, e in cui la misura, l’analisi, la contraddizione, non siano percepite come debolezze comunicative?

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