A volte basta spostare lo sguardo di pochi centimetri per accorgersi che due cose, fino a quel momento completamente estranee, sembrano appartenere alla stessa immagine. Un colore che ritorna, una forma che si completa, un elemento che trova per caso il proprio posto accanto a un altro. Sono coincidenze rapide, quasi invisibili, che il fotografo Domingo Nardulli raccoglie nella serie fotografica Allineamenti silenziosi.


Il progetto nasce da una piccola ossessione, cioè trovare un ordine nelle cose senza doverlo imporre. Domingo Nardulli osserva ciò che lo circonda e aspetta che siano gli elementi stessi a creare una relazione. Automobili, alberi, edifici, persone, oggetti e frammenti di paesaggio diventano così parte di composizioni che sembrano studiate, anche quando sono il risultato di un incontro completamente casuale.
Non c’è, infatti, l’intenzione di modificare la realtà, al contrario, il fotografo si limita a riconoscere qualcosa che esiste già, ma che spesso passa inosservato. È il tempo dedicato all’osservazione a fare la differenza: guardare più a lungo permette di trovare connessioni tra ciò che, a prima vista, non sembra averne nessuna. Le fotografie mettono così in dialogo elementi lontani tra loro. Naturale e artificiale, movimento e immobilità, pieno e vuoto si incontrano all’interno dello stesso spazio, creando piccoli equilibri destinati a durare soltanto il tempo necessario per essere fotografati. Subito dopo, basta che una persona si sposti, che un’auto riparta o che la luce cambi perché quella relazione scompaia.
A unire le immagini c’è anche un colore: il verde. Presente con intensità diverse, evidente oppure quasi nascosto, ritorna nella serie come un filo visivo che collega luoghi e situazioni differenti. Non è un elemento narrativo e non conduce verso una destinazione precisa. È piuttosto una traccia, qualcosa che permette alle fotografie di riconoscersi anche quando tutto il resto cambia.



Il silenzio del titolo nasce proprio da questo modo di guardare, Allineamenti silenziosi non ha bisogno di spiegare le relazioni che costruisce: lascia che siano le immagini a suggerirle. Ogni fotografia sembra contenere una domanda molto semplice: è davvero una coincidenza o siamo noi a cercare continuamente dei legami nelle cose che vediamo?
Nardulli non prova a risolvere questa ambiguità ma la conserva, le sue fotografie non raccontano un mondo finalmente ordinato, ma quei pochi istanti in cui abbiamo la sensazione che lo sia. Fotografare, in questo caso, significa quindi non spostare nulla. Significa aspettare. E riconoscere il momento preciso in cui due cose lontane sembrano incontrarsi, almeno dentro un’inquadratura.



