Un volto allungato fino quasi a perdere le proprie proporzioni, un’automobile trasformata in una forma impossibile, un personaggio familiare che improvvisamente smette di essere riconoscibile. Nelle sculture dell’artista Kiko Miyares qualcosa sembra sempre essere fuori posto. Eppure è proprio questa alterazione a costringerci a guardare più attentamente.


Nato a Llanes, nelle Asturie, nel 1977, Miyares si è formato come pittore prima di spostare progressivamente la propria ricerca verso la scultura, soprattutto quella in legno. Dal 2004 ha fatto di questo materiale il centro della sua pratica, trasformandolo in uno strumento per mettere in discussione il modo in cui riconosciamo forme, corpi e immagini.
Il suo lavoro parte spesso da qualcosa che conosciamo già. Una testa, un volto, un corpo, un’automobile o un personaggio appartenente alla cultura popolare. Il passaggio successivo è quello decisivo: Kiko Miyares ne altera proporzioni, prospettiva e struttura fino a creare una figura che rimane abbastanza familiare da essere riconosciuta, ma abbastanza deformata da non poter essere letta nello stesso modo di prima.
È una zona intermedia che interessa particolarmente l’artista, quella in cui l’occhio riconosce un’immagine e, subito dopo, si accorge che qualcosa non torna. Le sue sculture non chiedono semplicemente di essere osservate da un punto preciso. Cambiando posizione, cambiano anche le relazioni tra le parti, e ciò che sembrava una figura compatta può trasformarsi in una composizione quasi astratta.


La distorsione, quindi, non è soltanto una scelta estetica. È il vero strumento attraverso cui Miyares lavora sulla percezione. Anche la scelta della materia contribuisce a rendere questo processo particolarmente fisico, il legno mantiene tracce del lavoro manuale, mentre la progettazione delle opere è diventata nel tempo sempre più complessa. È questo contrasto tra pianificazione e gesto artigianale a caratterizzare la pratica di Miyares: l’immagine può nascere da un’idea precisa, ma deve poi confrontarsi con la materia, con i suoi limiti e con le sue imperfezioni.


Questa tensione diventa evidente anche nelle sue sculture di automobili. In una serie presentata da Colossal, piccoli veicoli scolpiti da blocchi di legno sembrano dirigere verso l’esterno lunghi fasci luminosi che diventano contemporaneamente fari, sostegni e parti strutturali dell’opera. L’oggetto conserva la propria riconoscibilità, ma la sua funzione viene completamente ripensata.
Una volta modificata un’immagine che credevamo di conoscere, anche la nostra memoria deve fare un piccolo lavoro di ricostruzione. Il personaggio rimane lì, ma non coincide più del tutto con quello che ricordavamo. È in questo scarto che le sculture di Miyares trovano la loro forza. Non sostituiscono la realtà con una versione fantastica: prendono qualcosa di familiare e lo spingono abbastanza lontano da renderlo nuovamente interessante. La deformazione diventa così un modo per interrompere l’automatismo dello sguardo.
Le opere di Kiko Miyares funzionano anche quando non sappiamo nulla della loro storia. Prima ancora di interpretarle, ci costringono a fare una cosa molto semplice, cioè guardarle una seconda volta.


