Calma, Don’t Look Up è solo una commedia

Calma, Don’t Look Up è solo una commedia

Tommaso Berra · 8 mesi fa · Art

Quando la mamma, con la ciabatta in mano, ci invitava a venire da lei promettendo che non avrebbe fatto nulla era lecito pensare che non sarebbe stato così. Quando Don’t look Up, nuovo film distribuito da Netflix, diretto e sceneggiato da Adam McKay ci dice fin dalle prime scene che sarà un prodotto leggero e non un miracolo cinematografico è lecito fidarsi che sia così. Invece no, non riusciamo più ad apprezzare neanche i cinepanettoni, anche quando sono realizzati con 75 milioni di dollari.
La stroncatura di massima da parte del banco dei critici, con chiocciola a precedere il nome, non si giustifica, o solo in parte. Ok, le caricature di personaggi facilmente riconoscibili (Trump, Musk/Jobs) sono scontate, ma si tratta di una commedia. Nelle commedie popolari l’uomo che tornando a casa trova la moglie a letto con l’amante non mostra grande profondità psicologica, ma più pazzia, resa ridicola perché esasperata, e così i personaggi del film.
Don’t Look Up è una commedia, il cast da All Star Game non era una polizza che ci avrebbe garantito il rimborso delle due ore e mezza di vita perse sul divano davanti al MacBook.
Anche se i temi messi in scena da McKay possono farlo pensare (crisi ambientale, potere delle istituzioni, fiducia nella tecnologia e nella scienza), il film non è un film impegnato, di quelli con attori languidi, nei quali gli astrofisici come Randall Mindy ( Leonardo DiCaprio) e Kate Dibiasky (Jennifer Lawrence) sarebbero stati ben truccati, e non con la più probabile camicia a quadri che compare nel film. Don’t Look Up non aspira alla gloria eterna perché non mette nella propria zona di comfort nessuno degli attori, equilibrando le scene in cui compaiono Meryl Streep (Madame President), Cate Blanchett, Mark Rylance, Timothée Chalamet, Ariana Grande e Jonah Hill. 

I dialoghi di Don’t Look Up sono linee comiche in stile Saturday Night Live (per il quale non a caso Adam McKay è stato autore per sei anni ad inizio carriera), nei quali si vedono molte delle derive assurde verso le quali si stanno spingendo i media e la popolazione negli ultimi anni, negli USA e con risultati più goffi in Italia. Presidenti e sindaci con fan page di “bimbe” che spuntano ovunque, portavoce bravi perché sanno portare una Birkin di Hermès (e la salvano dall’apocalisse, grazie al cielo), scienziati (da leggere sotto la voce “virologi”) sexy a cui basta una “ospitata” per trovare l’inclinazione giusta dello sguardo a favore di camera.
Indirettamente Don’t Look Up parla molto anche dell’Italia, e dell’incapacità di dar retta alle opinioni scientifiche, (come chiarito dallo stesso DiCaprio durante un’intervista), un tema attuale, del quale abbiamo capito solo che non ci stava facendo ridere, confermando che si è guardato il dito e non la luna.
Il film, che non guarderò comunque due volte, mi è sembrato quindi volutamente disordinato, replicando quella confusione dei media e del dibattito pubblico di voler parlare di tutto nello stesso momento. Nella prima scena alla casa bianca si parla in un solo dialogo di una cometa catastrofica, dell’indignazione per il costo delle merendine, di bellezza, di autorità scientifica, di politica e di prestigio delle università, tutto rimandando la decisione rispetto all’unico vero motivo per cui i protagonisti erano in quella stanza.
La Casa Bianca, o lo studio del talk show condotto da Cate Blanchett, sono metafore dei salotti nei quali si lascia la parola a esperti di dubbia esperienza, sembrerà quasi di aver spento Netflix e aver girato su un programma Tv italiano d’opinione.
I personaggi sono tagliati a pezzi grossi, alla trama manca sale ed equilibrio, è la parodia di un mondo che già di per sé si autoparodizza. Non era abbastanza chiaro che l’insegna fuori recitava, “trattoria con menù operaio” e non “bistrot a due stelle Michelin”? Per fortuna abbiamo un piano per deviare la cometa, che con affetto chiameremo Omicron, intanto non guardiamo in alto, potremmo togliere gli occhi dal dito e vedere la luna. 

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Tommaso Berra · 9 ore fa · Photography

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Tommaso Berra · 2 settimane fa · Photography

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10 foto per scoprire Fiumefreddo Photo Festival

10 foto per scoprire Fiumefreddo Photo Festival

Tommaso Berra · 2 settimane fa · Photography

Negli scorsi giorni ha inaugurato nel suggestivo borgo del basso Tirreno cosentino di Fiumefreddo Bruzio il Fiumefreddo Photo Festival. L’evento dedicato alla fotografia contemporanea è alla sua prima edizione e ospita artisti italiani e internazionali, oltre ad una sezione dedicata ai fotografi emergenti.
Fino al 10 settembre l’evento ospiterà gli scatti degli artisti, insieme a eventi, talk e workshop che approfondiranno il tema dell’edizione, intitolata “MIDWAY: between past and future”.
L’obiettivo dei progetti è quello di descrivere il tempo che ci appartiene ma anche di suscitare perplessità e innescare dubbi, approfondendo il tema della salvaguardia ambientale e climatica e alle ricadute culturali, politiche e sociali che questa innesca.

Fiumefreddo | Collater.al

Tra i nomi protagonisti del festival ci sono Misha Vallejo Prut, con il suo racconto della comunità indigena Kichwa di Sarayaku (in Ecuador), Marco Zorzanello e le sue immagini di come il settore del turismo stia reagendo agli effetti del cambiamento climatico e Gabriele Cecconi, in mostra con un’indagine fotografica sul micro-cosmo del Kuwait. Tra gli altri poi anche Giacomo d’Orlando e le sue serre subacquee, Fabian Albertini e Alex Urso.
La vincitrice della call dedicata ai fotografi emergenti è Bianca Maldini, che al festival presenterà “Una volta qualcuno mi disse”, progetto espositivo che nasce da una ricerca personale sull’incredibile, sull’irrazionale.
Dai uno sguardo a 10 delle migliori fotografie in mostra a Fiumefreddo Photo Festival, una terrazza sul mondo che si apre nel cuore del Mezzogiorno d’Italia.

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Alexandre Silberman
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Maria Giulia Trombini
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Gabriele Cecconi
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Giacomo D’Orlando
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Misha Vallejo
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Bianca Maldini
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Marco Zorzanello
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Francesca Corriga
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Alex Urso
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Fabian Albertini
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Esistono due diverse Hong Kong negli scatti di Cody Ellingham

Esistono due diverse Hong Kong negli scatti di Cody Ellingham

Tommaso Berra · 2 settimane fa · Photography

Il fotografo neozelandese Cody Ellingham crede che esistano due versioni di Hong Kong: una reale che esiste con i suoi grattacieli monumentali e una che ricordiamo con affetto nei nostri ricordi. 
La serie “Fantasy city by the harbour” – dalla quale è nato anche un libro fotografico – nasce proprio dal tentativo di provare a capire come di possa tornare all’ “altra” Hong Kong, di cui rimangono solo i sogni e le atmosfere dense di neon e persone che freneticamente percorrono le strade della città asiatica.

Gli scatti mostrano principalmente l’architettura della città, studiata attraverso i momenti di calma della metropoli. Infatti non compaiono mai le persone, una sfida se si pensa che Hong Kong è una delle aree più densamente popolate del pianeta con i suoi 7 milioni di abitanti.
Nelle strade quindi rimane sono il silenzio, interrotto dal ronzio dei neon, che Cody Ellingham utilizza per accentuale l’effetto estetico degli scorci, come fossero scenografie di un film futuristico ambientato in una città iper tecnologica tra androidi e macchine volanti.
Il fotografo ha avuto modo di studiare la città durante i suoi frequenti viaggi, scegliendo i momenti di calma per rendere ancora più vivida e reale quella Hong Kong che persisteva nei suoi ricordi ma che era difficile ritrovare nella vita di tutti i giorni. La nebbia favorisce il clima di sospensione generale delle scene, i grandi billboard sembrano tv lasciate accese dopo essersi addormentati sul divano mentre le luci dei grattaceli smentiscono il tutto: la città non sta dormendo.

Cody Ellingham | Collater.al
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