Fragmenta, l’opera di Micaela Lattanzio sulla frammentazione dell’identità femminile

Fragmenta, l’opera di Micaela Lattanzio sulla frammentazione dell’identità femminile

Giulia Leggieri · 3 anni fa · Art

Fragmenta è un progetto di Micaela Lattanzio, fotografa e artista romana, che esplora la frammentazione dell’identità femminile attraverso la destrutturazione e la successiva rielaborazione di ritratti femminili. 

I volti fotografati dall’artista vengono infatti meticolosamente ritagliati e smembrati in tanti minuscoli frammenti. Questi vengono poi riorganizzati e riuniti su un nuovo supporto, ricreando l’immagine originale ma questa volta totalmente destrutturata.

Micaela Lattanzio esplora così gli intricati percorsi di coscienza e autoconsapevolezza, simbolicamente rappresentati in quest’opera che va al di là della forma.

Fragmenta, l’opera di Micaela Lattanzio sulla frammentazione dell'identità femminile | Collater.al

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Short video for Breakfast – Changeover, il corto sull’amore di Mehdi Alibeygi

Short video for Breakfast – Changeover, il corto sull’amore di Mehdi Alibeygi

Giulia Pacciardi · 3 anni fa · Art

L’amore non è un sentimento razionale e su questo siamo, più o meno, tutti d’accordo.
Ma cosa si è disposti a fare per ottenerlo?
Alcuni direbbero tutto, i più cinici probabilmente lo negherebbero.
Ma, tralasciando massimi sistemi e disquisizioni varie, la verità è che tutto, a volte, è anche il minimo.

Changeover, un corto animato dell’illustratore e animatore Mehdi Alibeygi, racconta in maniera accattivante, in un rollercoaster di situazioni ironiche, la storia di un povero uccellino che tenta in ogni modo di attirare l’attenzione di una sua simile.

La fine, però, è una risata un po’ amara.

Short video for Breakfast – Changeover, il corto sull’amore di Mehdi Alibeygi
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Cenere, l’ultimo progetto di Gonzalo Borondo in Italia

Cenere, l’ultimo progetto di Gonzalo Borondo in Italia

Giulia Pacciardi · 3 anni fa · Art

“Cenere” è la compresenza di due concetti agli antipodi, è come accendere una candela in un cimitero e scegliere di posarla in una nicchia vuota che attende il divenire.

L’inizio la fine è l’inizio la fine è l’inizio la fine è…

Sono queste le parole che Gonzalo Borondo ha scelto per raccontare Cenere, il suo ultimo progetto realizzato all’interno della cappella funebre del cimitero di Selci per la residenza d’arte PUBBLICA.

Un intervento complicato che alle 8 grandi pitture, nate per descrivere le diverse vie dell’uomo, si sommano altrettante suggestioni fornite dalle 8 lastre di vetro sulle quali padroneggia il simbolo primo della caducità della vita, la candela.

Fondamentale poi la luce, usata come forma di dialogo tra le diverse forme artistiche, ma anche come necessaria combinazione tra i freddi della pittura ed i carnali caldi dei fasci luminosi che circondano il profilo della grande croce centrale.

Durante l’inaugurazione, avvenuta il passato 27 Maggio, è stato presentato anche l’object d’art che contiene la memoria testuale, visiva e materica di questo incredibile progetto.

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Cenere, l’ultimo progetto di Gonzalo Borondo in Italia
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Cenere, l’ultimo progetto di Gonzalo Borondo in Italia
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Short video for Breakfast – You Lose, come si vince un pugno al circle games

Short video for Breakfast – You Lose, come si vince un pugno al circle games

Giulia Pacciardi · 3 anni fa · Art

Non c’è niente di meglio di un giochino per sfogare la propria ira.
Se poi la propria ira si può sfogare su qualcun altro, bene o male che faccia, è ancora meglio.

Ve lo ricordate il circle games?

Quel cerchio fatto con le dita che se guardato e non “bucato” vi faceva guadagnare almeno un buon pugno sulla spalla?
Bene, quel cerchio è il protagonista dello short video di oggi.

You Lose, diretto da Jesse Vogelaar, esplora l’assurdità di un loop infinito che ha caratterizzato l’infanzia di molti di noi.
Con ironia e personaggi improbabili vi mostra come si vince ma, soprattutto, come si perde.
Tanto alla fine si perdeva sempre.

Short video for Breakfast – You Lose, come si vince un pugno al circle games
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Short video for Breakfast – You Lose, come si vince un pugno al circle games
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Nos Primavera Sound 2017 – Saudade, Salsedine e Sound System

Nos Primavera Sound 2017 – Saudade, Salsedine e Sound System

Aurora Alma Bartiromo · 3 anni fa · Art

Tornata da Porto mi ci sono voluti due giorni per riprendermi. Il traffico, il caldo asfissiante e tutte quelle caratteristiche che rendono Roma un posto – sì bellissimo ma – invivibile, mi hanno lasciata in uno stato catatonico in cui se chiudevo gli occhi e le orecchie vedevo azulejos, sentivo bella musica, il vento dell’Oceano mi rendeva i capelli perennemente spettinati e miracolosamente sulla faccia c’era sempre un sorriso. Sì, Porto è una città di cui – e in cui – è facile innamorarsi, non importa di cosa o chi.

Nos Primavera Sound 2017 - Saudade, Salsedine e Sound System | Collater.al

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Ma, ora che sono sulla via della ripresa, il punto è che sì, a Porto c’ero andata per il Nos Primavera Sound e anche di questo è molto difficile parlar male.

DAY 1

Dopo aver mangiato una Francesinha e aver acquisito le calorie necessarie per sopravvivere almeno fino al mio rientro, mi sono avviata verso Matosinhos, la zona di Porto affacciata sull’Oceano dove si trova Parque da Cidade, la location del Nos.

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Partiamo proprio da questa: un grande parco che sembra fatto apposta per ospitare concerti, in qualunque palco e da qualunque posizione l’acustica era quasi-perfetta.

Mi affretto subito verso il palco principale perché sento l’inconfondibile sound dei Cigarettes After Sex. Le persone sono ancora poche, il sole è appena spuntato dopo una giornata abbastanza nuvolosa e la voce di Greg Gonzalez coccola le orecchie e l’anima.

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Ultime note e un attimo di indecisione dovuta alla secchezza delle fauci e alla voglia di birra superata poco prima dalla voglia di musica.

Con un bicchierone in mano mi sposto all’altro palco – il Super Bock, per rimanere in tema – dove Rodrigo Leão & Scott Matthew con simpatia e bravura riescono a far sorridere anche quelli che sono lì per caso.

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A fine concerto molti cominciano ad avere un po’ di fame e il Market rialzato si rivela un posticino davvero ok con tanta scelta tra tipico ed internazionale, insomma non i soliti panini da festival senza anima.

Intanto sul palco principale Miguel ha appena attaccato e, malgrado non sia esattamente una sua fan, c’è da dire che il tramonto e la birra ormai in circolo aiutano. Il sole cala e tutte le persone che ho intorno sorridono, è davvero difficile non farsi coinvolgere dal clima di presa a bene generale.

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Che gli Arab Strap sanno il fatto loro invece lo sappiamo e ci accompagnano perfettamente nella notte concludendo con The First Big Weekend che conquista anche quelli che non li hanno ancora capiti.

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Tutti cominciano a correre verso il palco principale attirati dall’inno “We Run the Jewels, my friend”. Il fomento ormai è generale e tutto il live del duo hip-hop statunitense è in continua salita: impossibile fermarsi.

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Nemmeno il tempo di riprendere il fiato che al Super Bock attacca Flying Lotus confermandosi maestro del visual così semi-nascosto da proiezioni che ti fanno viaggiare anche senza musica…ma c’è anche quella, per cui tutto sembra perfetto. La calca è tanta e la scelta del palco più piccolo forse non è delle più felici. Ballare è abbastanza complicato ma forse meglio così visto il dissipamento generale di sali minerali dovuti ai RTJ.

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Siamo alla fine, tutti sono in attesa trepidante dei Justice, il duo electro francese con una passione per le croci. Già dall’attacco (ndr Safe and Sound) il pubblico va in visibilio. La classe non è acqua: l’insieme di luci, il ritmo incalzante e perfetto e la presenza scenica dei due coinvolgono tutti in un finale in cui l’unica nota negativa è che sono solo le 2 e nell’aria la voglia di tornare a casa non c’è, al massimo un po’ di preoccupazione per la fila all’Uber Lounge.

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DAY 2

Dopo aver bevuto la giusta dose di Porto a stomaco vuoto e arrivata ai cancelli un po’ stordita mi rendo conto di essermi persa i First Breath After Coma, che fa molto – ma molto! – più caldo del giorno prima e che le persone attorno a me sono già più di ieri e continuano ad arrivare.

Mi dirigo verso il palco principale dove ad accogliermi ci sono gli australiani Pond che condividono membri e melodie con i Tame Impala, pur essendo sicuramente meno conosciuti. Riescono a farmi prendere bene nel giro di due canzoni e vedo che la sensazione è condivisa.

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Saltellando vado al Super Bock dove ci sono i Whitney con tutta la loro dolcezza. Julien Ehrlich a metà live comunica al pubblico che da pochi giorni è morto suo nonno: la tenerezza che già sentivamo per loro arriva al livello 1000 e la sensazione generale è quella di un abbraccio collettivo.

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Ancora un po’ frastornata dalle emozioni tenere a cui non sono abituata ritorno al palco principale dove Angel Olsen è pronta ad accompagnare il calare del sole con la sua voce suadente e grintosa al tempo stesso. Ha un vestitino verde che si abbina alle luci rigorosamente verdi e sembra una fatina con una carica erotica non indifferente. Un tramonto ancora migliore del giorno prima.

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Dal palco piccolo sulla collinetta intanto si sentono i versi incazzati degli Sleaford Mods e per cambiare un po’ ritmo e umore corro di là.

Ora cominciano le decisioni difficili, accantono subito l’idea di nutrirmi (viste anche le file chilometriche) e decido di saltare gli Swans, un po’ a malincuore ma li ho già sentiti più volte e sicuramente li risentirò ancora.

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Intanto al palco principale sono tutti in attesa dei – o di, come tutti dicono – Bon Iver. Mi rendo finalmente conto del sold out di oggi e della marea di gente che si trova al Parque da Cidade. Riesco non-so-come a farmi largo tra la folla fino ad arrivare in ottava fila. Ho una certa tecnica per questo ma sicuramente il merito va anche ai Portoghesi che sono le persone più rilassate del mondo. Ovviamente qualche lacrimuccia, tantissime luci, e un finale in acustico con l’immancabile Skinny Love.

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Frastornata dall’emozione e dalla folla che cerca di muoversi verso altri lidi mi trovo davanti ad una scelta difficilissima e decido di andare a riflettere al Pitchfork dove tutti aspettano che Hamilton Leithauser suoni 1000 times.

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Decido in fine di saltare i King Gizzard & The Lizard Wizard sperando di ribeccarli presto e ritorno al palco principale per il fighissimo – da tutti i punti di vista – Nicolas Jaar. Un live coraggioso, forse non troppo apprezzato dal pubblico che a quest’ora vorrebbe ballare, ma lo sappiamo che Jaar non è un tipo facile e lo amiamo proprio per questo.

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Sono le 2.30 e tutti si spostano al Pitchfork, il palco discotecaro che ci accompagnerà fino all’alba. Richie Hawtin si tira un set pesantissimo e Mano Le Tough lo segue a ruota.

Stanca e con un po’ di mal di testa, ma felice, me ne vado verso i cancelli con la luce del sole e la voglia di crollare a letto per risvegliarmi prontissima ad un ultimo giorno di fuoco.

DAY 3

Anche oggi un caldo notevole e un po’ di vino in corpo. Ho dormito poco perché Porto meritava un’altra passeggiata e l’altro lato del Douro era ancora inesplorato.

Arrivo più tardi del solito, alle 21, e mi fermo al Pitchfork a sentire le schitarrate di Mitski, l’ennesima super-woman di questa line-up che ha dato molto spazio – finalmente – alle donne.

Risalgo la collinetta per caricarmi al punto giusto con i Death Grips che non deludono per niente: una carica fuori controllo che unisce noise e rap in un modo strano e perfetto.

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Ascolto solo le prime 3 canzoni perché al palco principale stanno per arrivare i Metronomy e non me li voglio perdere per nessuna ragione al mondo.

Estetici come pochi e con un ritmo invidiabile e coinvolgente a livelli altissimi, fanno cantare e ballare il pubblico dalla prima all’ultima canzone. Insomma, non solo The Bay ma proprio tutte tutte.

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All’ultima nota decido di ascoltare i Japandroids restando ferma dove sono e sedendomi comodamente sul pratone – tanto si sentono benissimo – mentre aspetto trepidante Aphex Twin.

Un maestro, poco altro da dire. Sugli schermi cominciano ad alternarsi le facce del pubblico storpiate alla sua maniera fino ad arrivare a strane ragazze in bikini e a quelli che suppongo siano politici portoghesi viste le reazioni fomentate del pubblico. Piano piano il set diventa sempre più spinto fino al punto in cui non ballare diventa praticamente impossibile e gli effetti stupefacenti sono sempre più visibili sui visi delle persone che mi circondano. Sul finale Aphex scende anche tra il pubblico. Perfetto.

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Tutti si spostano al Pitchfork dove sta per attaccare Tycho. Sono praticamente sconvolta dall’emozione per tutti i motivi possibili e immaginabili e per me è uno dei set più attesi.

Una classe senza pari, la perfezione dall’inizio alla fine, le proiezioni più belle del festival (tra cui, punta di diamante, alcuni frame de La Montagna Sacra di Jodorowsky). Un vero viaggio, di quelli che ti ricordi dopo anni e sorridi.

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At the end, Bicep e Marc Piñol chiudono mantenendo un livello molto alto – pur ovviamente non potendo superare Tycho – e il mattino si rivela grigio e bellissimo.

I gabbiani hanno invaso Parque da Cidade e mi spingo fino all’Oceano guidata dagli stormi. La linea tra il cielo e il mare è invisibile, acqua e aria sono la stessa cosa come la gioia di questi bellissimi giorni e la tristezza del loro essere giunti al termine. Qualche foto Ghirri-style ma nessuna lacrima: il sorriso continua ad essere lì insieme alla consapevolezza che tutto finisce ma per fortuna esistono i ritorni.

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