I funghi sono ovunque 

I funghi sono ovunque 

Giorgia Massari · 11 mesi fa · Art, Design

Negli ultimi anni stiamo assistendo a un ritrovato interesse per i funghi. La loro forma è ripresa da artisti, designer e stilisti, e le loro radici – chiamate micelio – vengono usate per sintetizzare nuovi materiali eco-sostenibili. Ma perché sta accadendo tutto ciò, e chi sono i protagonisti di questa nuova tendenza? Nelle prossime righe affronteremo vari discorsi, che vedono il fungo come protagonista di una rivoluzione, sia da un punto di vista iconografico sia da quello risolutivo, nell’ottica di diventare una potenziale e valida risposta ai nostri problemi. 

funghi e micelio | Collater.al
© Yayoi Kusama

I funghi in effetti sono ovunque, non solo visivamente, nelle arti e nella cultura visiva ma, soprattutto, sui nostri corpi e nel nostro habitat. Sono elementi invisibili da cui dipendiamo per la sopravvivenza. Basti pensare che dai funghi si ricavano i farmaci o che l’intero sottosuolo è costituito da una rete fungina, detta Wood Web Wide, che collega gli alberi tra loro e permette la sopravvivenza del 90% delle piante. 

Nell’immaginario comune i funghi sono qualcosa di misterioso, di cui non sappiamo abbastanza e che spesso associamo alla classica figura fiabesca, con il cappello rosso a pois bianchi. Alice in Wonderland di Lewis Carroll è un chiaro esempio della dimensione magica associata ai funghi, che pervade le nostre menti fin dalla tenera età, così come l’arte psichedelica degli anni ’60, scaturita dai viaggi allucinogeni causati, guarda caso, dal fungo parassita della segale, conosciuto con la sigla LSD. Un ulteriore e immediato link visivo è scaturito dalle opere della famosa artista giapponese Yayoi Kusama, che da poco sfocia anche nel mondo della moda, collaborando con il brand di lusso Louis Vuitton. 

funghi e micelio | Collater.al

Ma, si sa, le cose più belle sono anche quelle che nascondono qualche sorpresa. Questi funghi rossi e bianchi – l’amanita muscaria – per quanto bellissimi, sappiamo bene essere i più velenosi e letali. Ecco che allora il “mistero funghi” si infittisce. La loro natura bivalente oscilla da un lato benevolo a uno malefico, costituendo una dicotomia spaventosa e, inoltre, il loro aspetto spesso inospitale e poco attraente, ha causato negli anni una sorta di indifferenza e una poca volontà nell’approfondire la loro conoscenza. 

Dal fungo immortale a The Last of Us

In realtà, se guardiamo la storia dell’arte, o in più in generale la storia dell’uomo, notiamo come questo elemento dall’aspetto “alieno” ci abbia da sempre affascinato. È infatti un’iconografia che ricorre spesso nell’arte greca e romana: è presente nei mosaici, nelle sculture, ma anche nelle rappresentazioni bibliche, così come in quelle rinascimentali.

Oggi però, l’attenzione che si sta riservando al fungo è più approfondita, non solo come simbolo ma come elemento in grado di ripensare il mondo. In quest’ottica, la saggistica contemporanea ha contribuito alla presa di coscienza nei confronti di questo elemento, in grado di portare grandi cambiamenti sulla Terra e nel nostro modo di vivere. Il famoso saggio “Il fungo alla fine del mondo” dell’antropologa americana di origini asiatiche Anna Tsing sul fungo matsutake, mette in luce la componente eterna e indistruttibile dei funghi. Essi sono infatti presenti dall’inizio dei tempi e probabilmente lo saranno anche alla fine, crescendo “sulle rovine del capitalismo”, come si legge dal sottotitolo del libro. I funghi matsutake sono in grado di sopravvivere in qualsiasi habitat, persino su terreni radioattivi. Furono infatti i primi organismi a nascere e crescere sul suolo colpito dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki che, fatalità, appaiono come nuvole dalla forma fungina.

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Bomba atomica su Hiroshima

Ancora di più, in chiave astratta, Merlin Sheldrake ne “L’ordine nascosto. La vita segreta dei funghi” parla di come i funghi modifichino il flusso delle nostre vite. “Mangiano le rocce, generano il terreno, digeriscono le sostanze inquinanti, possono fornire nutrimento alle piante così come ucciderle, sopravvivono nello spazio, inducono allucinazioni, producono cibo e medicine, manipolano il comportamento animale e influenzano la composizione dell’atmosfera terrestre. I funghi sono una chiave per comprendere il pianeta in cui viviamo, ma anche il nostro modo di pensare, sentire e comportarci”.
Se i funghi sono in grado di garantirci la vita, sono anche in grado di togliercela. Proprio su questo “giocano” registi e direttori artistici che scelgono il fungo come protagonista e agente scatenante di situazioni apocalittiche e catastrofiche, come nel caso del videogame e della, successivamente, famosissima serie tv, The Last of Us.

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© The Last of Us

Dai funghi a testa in giù di Höller alle metamorfosi di Anicka Yi

Accade spesso che l’arte rifletta ciò che la cultura di massa propone, cogliendone gli interessi e le perversioni o che, viceversa, la società assorba ciò che l’arte indaga. Lo stesso accade per i funghi, analizzati e proposti dagli artisti in diverse chiavi di lettura. Parlando di contemporaneità, primo su tutti è Carsten Höller (1961) che sceglie proprio il fungo, in particolare il già citato velenoso amanita muscaria, come elemento protagonista delle sue opere (oltre ai suoi famosi scivoli). Iconici sono i suoi Upside Down Mushroom Roominstallati nella sede milanese di Fondazione Prada, o il più recente lavoro Giant Triple Mushroomesposto dalla galleria Gagosian di Parigi. Höller è affascinato da questa tipologia di fungo in quanto notoriamente tossico e allucinogeno, oltre per il suo cruciale ruolo nello sviluppo dello sciamanesimo. Inoltre, come già abbiamo spiegato, questa tipologia fungina è presente nel nostro bagaglio immaginario fin da piccoli e, per tanto, è in grado di attivare nello spettatore dei meccanismi sincronici.

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© Carsten Höller, Fondazione Prada (Milano) – Photo credits Fondazione Prada

Nell’arte visiva il fungo dilaga, da Yayoi Kusama fino ad arrivare anche alla crypto art, come nel caso del collettivo AES+F che nel loro NFT “Psychosis Mushroom Field” raffigurano una serie di tipici funghi da risotto (il cantharellus cibarius) invasi da quelle che appaiono come vagine.
La forma del fungo approda anche nel design, già da tempo influenzato dalla sua particolare struttura, soprattutto nella realizzazione di lampade, come quella prodotta da Artemide “Nessino” disegnata da Giancarlo Mattioli, o come le più recenti sedute di Jonathan Anderson presentate nel giardino di Palazzo Isimbardi a Milano durante la Design Week 2023. Anche alcuni emergenti scelgono questa forma misteriosa come soggetto, un esempio è la giovane Jihyun Kim con le sue ceramiche, che riprendono la forma e le texture del nostro argomento di oggi.

Il fungo, però, non è solo bizzarro e intricato nella sua forma esteriore, ma lo è anche nella sua struttura, diventa infatti qualcosa da disvelare in un’ottica scientifica. In questo senso, l’artista Anicka Yi, con la sua recente esposizione “Metaspore” all’Hangar Bicocca di Milano, si inserisce con delle opere che vedono le spore, i funghi e i batteri protagonisti di una metamorfosi. Questi diversi organismi vengono infatti inseriti tra due lastre di vetro, permettendo la loro vita e dunque la loro evoluzione. In questo modo le opere rivelano la coesistenza e l’evoluzione, affrontando temi quali l’identità e la giustizia sociale.

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© Anicka Yi, Metaspore (Hangar Bicocca, Milano)Photo credits Hangar Bicocca

Edifici che crescono da soli: è possibile con i funghi?

Rimanendo in ambito scientifico, come anticipato, il fungo diventa protagonista di una possibile rivoluzione ecologica ed eco-sostenibile. Da anni siamo alla ricerca di nuovi biomateriali, il più diffuso e famoso è senza dubbio quello ricavato dalla canapa, ma anche il fungo presenta enormi potenzialità.
Dal micelio – per spiegarlo in breve, le “radici” dei funghi – possono essere ricavati tessuti e pellami, mattoni, vetrate, plastiche o addirittura carburanti. Negli ultimi anni numerose aziende hanno iniziato ad utilizzare questo nuovo materiale e a sfruttarlo in diversi modi. A partire dall’architettura che è stata in grado di concepire delle strutture letteralmente vive. Si tratta infatti di edifici che crescono da soli attraverso lo sviluppo di un substrato strutturale che sfrutta il micelio vivo. Il più grande edificio realizzato in questo modo si chiama Hy-Fi ed è una torre dalla forma organica costruito nel 2014 dallo studio di design The Living, esposta al MoMA di New York. I mattoni fungini crescono e si arrampicano su una struttura di supporto, senza consumare alcun tipo di energia ma anzi, in maniera del tutto naturale, senza nemmeno servirsi di manodopera umana.

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Torre Hy-Fi, The Living studio, New YorkPhoto credits MoMA New York

Questo materiale, grazie alla sua robustezza, può quindi sostituirsi ai mattoni e diventare negli anni a venire un metodo per combattere le problematiche ambientali. Lo sa bene il designer e imprenditore Maurizio Montalti che ha fondato Mogu, un’azienda di bio-fabbricazione industriale che studia un modo per uscire dall’Antropocene (così è chiamata la nostra era geologica). Secondo Montalti il materiale mogu ha qualità tecniche ed emotivo-esperienziali, tali per cui potrebbe sostituire i materiali di origine sintetica a cui siamo abituati ma, in questo senso, è necessario che lo scarto cognitivo venga superato. In parole più semplici, come accade per il legno, che negli anni si trasforma e cambia aspetto, nei materiali organici questo processo è più rapido e visibile, quindi gli oggetti prodotti con questo materiale non possono promettere quell’eternità a cui aspiriamo e alla quale siamo abituati. Per tanto, questo cambiamento necessità un’evoluzione del pensiero che, indubbiamente, fa paura.

funghi e micelio | Collater.al
 © Stella McCartney

Il micelio approda anche nella moda: da Balenciaga a Hermès! 

Come conclusione di questo lungo e articolato discorso, che richiederebbe ulteriori approfondimenti, approdiamo sulle passerelle dell’alta moda. Per quanto il fungo – non quello rosso e bello di cui abbiamo tanto parlato – non abbia un aspetto così appetibile, è riuscito ad arrivare anche nelle idee e nelle ambizioni dei più grandi stilisti. Il 2021 infatti fu definito l’anno dei funghi per la moda e, a distanza di due anni, abbiamo assistito a evoluzioni interessanti.
Uno dei primi brand ad accogliere questo nuovo materiale fu Stella McCartney che presentò la discussa borsa Frayme Mylo, realizzata in pelle di micelio. Mylo è anche il nome universale con cui chiamare questo nuovo tessuto, prodotto dall’azienda Bolt Threads, scelto anche da Adidas, Bering, Lulelemon e successivamente anche da Kering, il gruppo con i marchi superlusso come Balenciaga, Bottega Veneta e Saint Laurent. Anche Hermès recentemente ha prodotto una nuova versione della sua borsa Vittoria, fatta però di Sylvania, un’altra tipologia di pelle a base di funghi prodotta dalla startup MycoWorks.

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© Hermès, borsa Vittoria

Il fungo ormai è inarrestabile, avanza in tutti i campi e chiede di essere accettato perché, per quanto diffuso, rimane ancora una scelta alternativa e non preferenziale. Non ci resta che aspettare e, come possiamo, incoraggiare questa nuova onda eco-sostenibile e misteriosa.

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La storia di Boby, il carrello nomade

La storia di Boby, il carrello nomade

Anna Frattini · 5 giorni fa · Design

Disegnato da Joe Colombo e prodotto da B—Line, Boby integra varie funzioni in un solo spazio ed è diventato un’icona del design fin da subito entrando nella collezione permantente del MoMA di New York e della Triennale di Milano. Si presenta in varie versioni e in colori diversi, con cassetti e scomparti realizzati in ABS. Progettato nel 1970, è diventato un elemento insostiuibile a casa o in ufficio, dal settore creativo fino a quello medico. La sua praticità parte dalle ruote, in poliproilene, che lo rendono facile da spostare e maneggevole.

boby colombo

L’idea di Joe Colombo resiste al tempo, dimostrando la sua capacità di trasformare le idee in prodotti funzionali. Il “mobile a torre”, ad oltre 50 anni dalla sua nascita, è ancora oggi un oggetto “razionale, funzionale e funzionante” proprio come lo descriveva il suo inventore. Boby rispecchia la visione di Colombo che puntava a creare complementi d’arredo dinamici e trasformabili, svincolati da concetti architettonici e volti a soddisfare tutte le esigenze pratiche.

boby colombo

In un primo momento Joe Colombo si dedica alla pittura passando poi nel 1953 alla facoltà di Architettura al Politecnico di Milano. Prima aderisce al Movimento Nucleare con Enrico Baj e Sergio Dangelo poi al MIBI (Movimento Internazionale per un Bauhaus Immaginista). Poi, approda al MAC (Movimento per l’arte Concreta) su invito di Bruno Munari. Nel 1964 vince la medaglia d’oro per il design alla XIII Triennale per la lampada Acrilica prodotta da Oluce. Poi arrivano anche la sedia no. 4801 per Kartell, la sedia Elda, la poltrona Tube e fra gli altri progetti, il condizionatore Candy e la Minikitchen per Boffi. Boby è uno degli ultimi design di Colombo – insieme alla collezione di lampade Topo, Colombo e Triedro – che morirà prematuramente nel 1971.

I disegni della poltrona Elda, Joe Colombo
Poltrona Tube, Joe Colombo
Lampada Acrilica, Joe Colombo
Lampada Acrilica, Joe Colombo
Il celebe Candyzionatore, Joe Colombo

La storia di Boby, il carrello nomade
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Isola Design, da Lampo si parla di sostenibilità

Isola Design, da Lampo si parla di sostenibilità

Giorgia Massari · 1 giorno fa · Design

La Milano Design Week è ufficialmente iniziata e il tema di quest’anno – Materia Natura – risuona in tutta la città. A partire da Lampo, quest’anno hub principale di Isola Design, che ospita due mostre a tema, sotto l’ombrello This Future is Currently Unavailable, il titolo scelto dal distretto. Da un lato la mostra Is One Life Enough? guarda a nuovi materiali sostenibili provenienti dall’oceano, dall’altro la collettiva ENHANCE ci parla di un design a servizio di soluzioni immediate e quotidiane. Ma non solo, anche da WAO PL7, sempre parte del distretto, ecoLogicoStudio pensa a tre oggetti per il futuro. Ma tornando in Scalo Farini, da Lampo, ci addentriamo nelle due mostre collettive per scoprire qualcosa in più.

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Cheuk Laam Wong

ENHANCE – Design for Social Impact by DesignWanted

«DesignWanted ha scelto di concentrarsi su questioni urgenti che, in vari modi, ci coinvolgono tutti», si legge sul comunicato stampa che anticipa la missione della mostra. Proporre soluzioni, ipotesi, alternative che possano avere un impatto sociale positivo sulle nostre vite. Da questa premessa si intuisce che l’estetica non è la priorità, al contrario è la funzionalità a emergere, «a sottolineare che il design non è solo creare progetti esteticamente piacevoli ma ha anche il potere di migliorare la qualità della vita di molte persone», ci spiega il curatore Juan Torres.

DesignWanted non vuole screditare il collectible design o il mondo del forniture, ma vuole sottolineare che c’è anche questo aspetto del design industriale che può approcciare problematiche ambientali e sociali. Qualcuno potrebbe pensare che sia una critica alla Design Week ma è solo un altro aspetto del design da considerare visto il momento storico che stiamo vivendo.

Juan Torres, curatore di ENHANCE

I designer coinvolti nella collettiva saranno Fucina Frammenti, Nick Geipel & Charlotte Von Ravenstein, Cheuk Laam Wong, Rehub, AmbessaPlay & Pentagram, Birdie, David Wojcik, Jonas Krämer, Simone Perini e Strena Medical. La selezione seguirà gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) identificati dai membri del WDO come particolarmente rilevanti per la comunità del design industriale e rifletterà l’impegno di DesignWanted verso le questioni contemporanee e la sua fiducia nel potenziale del design per trasformare positivamente la nostra società.

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Nanette De Kool_Interpunctie Colon screen ©Uppix

Is One Life Enough?

La mostra collettiva presenta una selezione di designer che esplorano il riutilizzo di prodotti progettati invece per un solo ciclo di vita. La sostenibilità è ovunque, dai pezzi all’allestimento. Fantolino, partner dell’evento, ha fornito cartoni per uova riciclati come base per i piedistalli, mentre Kineco ha realizzato i piani dei piedistalli con il micelio (di funghi ne avevamo già parlato qui). Tra la vasta selezione, in occasione della Design Week viene presentata Colab, la prima biblioteca di materiali negli Emirati Arabi Uniti, che promuove la condivisione e l’accessibilità delle risorse per sostenere la sostenibilità e l’innovazione nel design e nella produzione.

Is One Life Enough? Yu Watanabe, Radiance of Nature with Urushi ©Shinji Yagi, Yoshihiro Ozaki, Yu Watanabe

Tra i progetti e gli studi di design partecipanti figurano: ARTL, 1×1 systems, Abar Studio, Albin Karlsson, Alexandre Delasalle, altered artifacts, arkitettoria, Atelier LVDW, Austeja Platukyte, BlueCycle, Censis Rubliss, Daniyar Uderbekov, Dario Erkelens, Design by nico, Eco – Plexis, Emma Johann, Etcetera, Eva Ausmann, Ihab Hafez El Riz, Interesting Times Gang, Katherine Lopez, Krill Design, LFL-ShanghaiTech Mariekke Jansen, Marjan Colletti, Michelle Ivankovic, MushLume Lighting, NANETTE DEKOOL, Natalie Pichler, Oiamo, Owalla, Piece of Cake, POLIMAIR, Prostor Studio, Sabrina Merayo Nuñez, Senzaquadro®, Shaghayegh Ranjbar, Siyu Liu, Studio Jean Louis Noël, Studio Samira Boon, Masterpieces by Studio8, Tatiana, Skorodumova, Teresa Lobelia D’arienzo, The True Green, Ulrike Jurklies, Wknd Lab, Yasmine Mahmoudieh.

Is One Life Enough, Shaghayegh Ranjbar, teCHxtile ©Shaghayegh Ranjbar

Non solo mostre

Oltre alle due mostre principali, Lampo Milano ospita l’Isola Design Store e il Media Corner di Isola, nonché uno spazio dedicato a Talk e Panel Discussion. Isola in collaborazione con L’Essenziale Studio e HeyCrates, ha creato l’Isola Design Store, dove i visitatori possono acquistare piccoli pezzi di design, riviste e molti altri prodotti della community di designer. All’interno del negozio, L’Essenziale Studio ha creato anche un Media Corner dove, in collaborazione con DesignWanted, è possibile captare qualche scoop su alcuni dei personaggi chiave dell’Isola Design Festival.

crates design | Collater.al

Nell’ambito della collaborazione con Isola, IAMMI ha progettato non solo uno sfondo per Talk e Panel Discussion, ma anche un’installazione intitolata LIKE A ROCK. Con l’impiego dei prodotti della collezione Tofu, sedute morbide ma dall’aspetto roccioso realizzate con gommapiuma riciclata, anche IAMMI pone l’accento sulla sostenibilità utilizzando materiali ecologici fusi con il design artigianale.

IAMMI

Courtesy Isola Design, all designers

Isola Design, da Lampo si parla di sostenibilità
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L’allestimento autoriale secondo HeyCrates

L’allestimento autoriale secondo HeyCrates

Giorgia Massari · 7 giorni fa · Design

Non è facile sentir parlare di allestimento autoriale, anche tra gli addetti ai lavori non è un termine così diffuso. Forse la dicitura allestimento d’autore meglio spiega il concetto, ma rimane il fatto che non sia un pratica così radicata, per lo meno nel mondo dell’arte e del design. L’industria della moda al contrario sembra averne già carpito il potenziale, forse perché in termini di budget riesce a permetterselo e, d’altra parte, ha un gran bisogno di un effetto scenografico sia per gli shooting sia per le sfilate. Delle runway sceniche ne avevamo già parlato, soffermandoci sul lavoro dello studio Bureau Betak, che realizza i set delle sfilate di grandi maison tra cui Gucci, Bottega Veneta e Jacquemus, trasformandole in veri e propri show dal sapore artistico.

In ogni caso qualsiasi show – che si tratti di moda, arte o design – ha bisogno di una produzione o meglio, di servizi ben specifici che rendano il tutto possibile. Dai trasporti al packaging, dalla progettazione espositiva all’allestimento vero e proprio. Ma chi se ne occupa? Chi sono questi attori? Non è facile individuare realtà ben definite che si occupano di questi servizi dalla A alla Z, anche se negli ultimi anni stanno nascendo dei veri e propri brand – o studi di progettazione – che si propongono di rispondere a queste richieste in toto, inserendosi in un processo complesso, non solo da un punto di vista logistico ma portando un vero e proprio contributo creativo con una linea estetica solida. La loro posizione dietro le quinte rende difficile tracciarne un identikit, per questo lo abbiamo chiesto a Matteo De Nando, fondatore di HeyCrates, un brand emergente che rappresenta uno dei pochi esempi italiani di allestimento autoriale.

 
 
 
 
 
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Abbiamo conosciuto HeyCrates in occasione della Milano Design Week, precisamente da Lampo, il nuovo hub principale di Isola Design. L’allestimento che HeyCrates presenterà settimana prossima nella location di Scalo Farini ben rappresenta la direzione che il brand sta prendendo nell’ultimo periodo, concretizzandosi come punto di partenza di una seconda fase importante per il brand. Scopriamo qualcosa di più e addentriamoci dietro le quinte di una mostra.

Partiamo dalla definizione “allestimento autoriale” o “allestimento d’autore”. Negli ultimi anni è sempre più richiesto da varie industrie, pensiamo alla moda, ma anche al design e all’arte. In passato l’aspetto di produzione si riduceva a un semplice servizio anonimo. Perché oggi abbiamo bisogno di un allestimento che sia creativo e che abbia un’identità consolidata? Cos’è cambiato secondo te? 

Matteo De Nando: HeyCrates nasce in un ambito, quello dell’arte, che fa perno proprio sull’autorialità, la quale è spesso frutto di una sinergia di varie professioni, dalla progettazione di un’opera d’arte alla sua conservazione, passando per l’allestimento. Quello che ho potuto osservare in prima persona è che quest’ultimo decennio è contraddistinto da una sempre maggior quantità di eventi effimeri che costellano il calendario di tutte le grandi città. Di conseguenza penso che la richiesta di una progettazione originale, così come una logistica reattiva e “su misura”, sia cresciuta di pari passo.

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HeyCrates x L’Essenziale Studio vol. 05 – artwork by Jacopo Benassi – ph Matteo De Nando
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HeyCrates x Fondazione Stelline – Drifting Sides curated by Giacomo Zaza – ph Matteo De Nando

Qui si inserisce il tuo brand. Come nasce l’idea di HeyCrates? Qual è stata la tua intuizione? Pensi di esserti inserito e di aver successivamente riempito un vuoto che mancava soprattutto nel mondo dell’arte?

Matteo De Nando: Si può dire che HeyCrates sia nato sia da una forte necessità che da una grande curiosità e interesse verso il mondo dietro le quinte. Un Interesse anche estetico rispetto al sistema arte e i suoi meccanismi, declinato in una forma che possa valorizzare il progettista così come l’artigiano.

Quando penso all’allestimento di una mostra mi viene in mente il tanto amato modello alla “white cube” anche se negli ultimi anni sembra essere diventato obsoleto. Pensi che sia questo il motivo del successo dell’allestimento autoriale anche nel mondo dell’arte? Le gallerie, o più in generale gli spazi, hanno bisogno di allestimenti dall’effetto “wow” per adeguarsi a un nuovo linguaggio influenzato soprattutto dai social?

Matteo De Nando: Sicuramente i social, configurandosi come “archivio di novità”, influenzano incessantemente il modo di narrare al proprio pubblico. L’allestimento autoriale è sempre stato legato alla curatela, è tempo di valorizzare anche la produzione

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HeyCrates, family products picture 2024 | ph Michele Foti

Chi sono i vostri clienti ideali? Cosa bisogna aspettarsi quando si chiama HeyCrates?

Matteo De Nando: I miei clienti preferiti sono quelli con cui si parla di progetto e non di risoluzione di problemi. A HeyCrates piace progettare!

Parlando con te una parola che mi risuona in mente è ibrido. Un termine forse ampiamente utilizzato per dare una definizione a qualcosa che è difficile da spiegare in poche parole. Questo perché, oltre alla produzione, HeyCrates sviluppa in parallelo i suoi prodotti realizzati da designer italiani e non. Penso in particolare all’allestimento che presenterete a Isola – Storages -, spiegaci meglio di cosa si tratta. Sono prodotti su larga scala o a tiratura limitata? Strizzano l’occhio al collectible design?

Matteo De Nando: Per l’area shop di Isola ho pensato fosse il caso di riproporre il salottino Storages disegnato da Federico Fontanella in quanto assolve pienamente la funzione dello spazio regalando qualche spunto di riflessione in più sulle possibilità dell’imballaggio come mobilio, arredamento. Ad oggi abbiamo una famiglia di prodotti che si potrebbe dire di prima generazione, per cui sono sicuramente riconducibili al collectible nonostante puntino ad una produzione più vasta. 

Come scegli i designer con cui collaborare? Devono rispecchiare la tua visione? Sono collaboratori costanti o preferisci affidarti ai designer a seconda del progetto?

Matteo De Nando: Ad oggi sono sempre state persone con cui inizio spontaneamente dei dialoghi, ma che vanno oltre. Mi trovo quindi a fornire degli input e se questi vengono raccolti ed elaborati allora si parte.

Chiudiamo con una domanda sul futuro. Come ti immagini HeyCrates nel futuro prossimo? 

Matteo De Nando: Come una bottega del Quattrocento.

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ph Michele Foti
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HeyCrates x Mali weil | ph Matteo De Nando
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wood crate | ph Matteo De Nando

Courtesy HeyCrates
Cover: HeyCrates x Luertìs – furniture_ Mini by Riccardo Gianduzzo x HeyCrates_ph Cesare Lopopolo e Anna Vezzosi

L’allestimento autoriale secondo HeyCrates
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Home Studyo realizza gonfiabili di ceramica

Home Studyo realizza gonfiabili di ceramica

Anna Frattini · 2 settimane fa · Design

In Belgio c’è uno studio di design – Home Studyo – che realizza vasi e specchi che a un primo sguardo sembrano gonfiabili. D’altronde, l’inflatable design ha già fatto presa su di noi in passato. In questo caso, però, si tratta di prodotti in ceramica utilizzabili nella vita di tutti i giorni. Si tratterebbe di un escamotage per rendere durevole il look inflatable. Insomma, probabilmente i pezzi di Home Studyo vogliono assumere questo aspetto straniante di proposito. Quel che è certo è che questi oggetti riescono ad attirare l’attenzione.

L’approccio di Home Studyo

Sul sito di Home Studyo si legge che la filosofia di questo studio di design vede gli oggetti che scegliamo per le nostre case come parte di una collezione personale che definisce chi siamo, la nostra zona di comfort e la nostra identità. Un punto di vista sicuramente condivisibile che rivediamo anche nell’unicità dei loro pezzi. Sul loro profilo Instagram si può anche dare uno sguardo a una parte del processo produttivo dove la ceramica incontra quello che loro stessi chiamano playful design.

Home Studyo è nato poche settimane fa ma è uno degli studio di design da tenere sicuramente d’occhio non solo per l’unicità degli oggetti che propone ma anche per la forza comunicativa di questo brand. Il punto forte di questo progetto, forse, sta tutto nell’effetto straniante di cui abbiamo parlato prima e quello che ci aspettiamo sono altri prodotti realizzati con lo stesso concept in mente.

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