Design Bewilder, quando il design lascia crescere la materia
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Bewilder, quando il design lascia crescere la materia

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Arianna Maria Leva

Siamo abituati a pensare al design come a una pratica di controllo. Si disegna una forma, si sceglie un materiale, si stabiliscono dimensioni e finiture e poi l’oggetto viene prodotto. Ma cosa succede quando il materiale ha una propria autonomia?

Ora un tavolino può essere progettato, disegnato, tagliato e assemblato, oppure può crescere.

È da questa seconda possibilità che parte Bewilder, uno studio di Singapore che lavora esclusivamente con il regno dei funghi e che prova a spostare il confine tra coltivazione, ricerca e design. Qui il micelio non è semplicemente un materiale da modellare come tanti altri: è un organismo vivo, con tempi, comportamenti e forme proprie. Il lavoro del designer, quindi, non consiste soltanto nel decidere che aspetto avrà un oggetto, ma anche nel creare le condizioni perché qualcosa possa svilupparsi.

Fondato nel 2020 da Sze Kiat Ng, Bewilder coltiva oggi oltre 40 specie di funghi gourmet e medicinali, con un’attenzione particolare al Ganoderma e alle specie locali. Ma dalla loro attività sono nate applicazioni che vanno ben oltre il cibo: lampade, tavoli, oggetti scultorei, bouquet e Fungariums, piccoli ecosistemi pensati per coltivare funghi. Tutto parte dallo stesso universo biologico, osservato però da prospettive diverse.

La parte più interessante, però, è il modo in cui Bewilder mette in discussione il rapporto tra progettista e materia. Le lampade e gli oggetti dello studio nascono da un processo che può essere guidato, ma mai completamente programmato. Il micelio cresce, reagisce all’ambiente e sviluppa texture e forme proprie. Il progetto stabilisce alcune condizioni iniziali, poi deve accettare che qualcosa possa cambiare lungo il percorso.

Le opere di Bewilder non cercano di nascondere la loro origine organica per assomigliare a oggetti industriali. Al contrario, lasciano emergere ramificazioni, superfici irregolari e forme difficili da replicare, ogni pezzo conserva una parte di imprevedibilità, perché la materia continua a partecipare alla sua stessa costruzione.

Un esempio è The Weight of Nothingness, il coffee table presentato a Homo Faber 2026. L’opera, realizzata nel 2025, è composta da funghi cresciuti all’interno di uno stampo e guidati progressivamente verso un piano superiore in vetro cristallo. Il risultato mette in discussione una delle associazioni più immediate che abbiamo con i funghi: quella della fragilità. Un organismo percepito come morbido, effimero e quasi privo di struttura diventa infatti la base che sostiene un elemento pesante.

Ma forse il punto non è dimostrare che il micelio possa semplicemente sostituire un altro materiale. Bewilder sembra interessata a qualcosa di più complesso, cioè capire che cosa succede quando il design smette di imporre completamente la forma alla materia. La progettazione diventa allora una forma di collaborazione, in cui il controllo lascia spazio all’osservazione e la crescita entra nel processo produttivo.

È anche questo a distinguere gli oggetti dello studio. Una lampada o un tavolo non sono soltanto il risultato finale di un disegno trasformato in prodotto, ma la traccia di un processo durato mesi. Secondo Homo Faber, le opere di Bewilder possono richiedere dai tre ai nove mesi di crescita e vengono realizzate internamente, dal fungo alla forma finale.

In un momento in cui il biomateriale rischia di diventare una nuova etichetta del design contemporaneo, Bewilder riporta l’attenzione sul comportamento stesso della materia. Non usa il fungo soltanto perché è naturale ma cerca di capire che cosa può insegnare al progetto un materiale che non rimane immobile, che cambia, cresce e non può essere controllato fino in fondo.

Il designer non scompare, ma cambia ruolo, non è più soltanto chi dà forma a un oggetto ma è anche chi prepara un ambiente, orienta un processo e, a un certo punto, deve lasciare che sia la natura a fare la sua parte.

E se, invece di chiedere a un materiale di obbedire perfettamente a un progetto, provassimo ogni tanto a lasciare che fosse anche il materiale a suggerirci cosa può diventare?

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Scritto da Arianna Maria Leva

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