Design Gohar World, una tavola nel Paese delle Meraviglie
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Gohar World, una tavola nel Paese delle Meraviglie

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Arianna Maria Leva


Guardando Gohar World viene spontaneo pensare a una sorta di Alice nel Paese delle Meraviglie della tavola. Tutto sembra obbedire a regole leggermente diverse da quelle del mondo reale, non vendono solo oggetti, ma un immaginario. 

Ci sono oggetti che nascono per risolvere un problema e altri che, prima ancora, si chiedono se quel problema non possa diventare qualcosa di molto più interessante. Gohar World nasce da un progetto fondato nel 2020 dalle sorelle Laila e Nadia Gohar: un universo di oggetti per la tavola, tessili, gioielli e accessori che prende gesti quotidiani e li trasforma in piccoli rituali teatrali. A prima vista, Gohar World potrebbe sembrare una collezione di oggetti eccentrici: candele che sembrano pollo fritto, borse per baguette, guanti da cucina bordati di pizzo e strani porta uova. Ma fermarsi all’estetica curiosa sarebbe riduttivo, perchè loro fanno qualcosa in più. decidono di trattare la normalità come materiale di progetto.

Laila Gohar, artista e designer nata al Cairo, aveva già costruito la propria ricerca attorno al cibo e alla sua trasformazione in esperienza visiva. Prima di Gohar World aveva lavorato attraverso installazioni commestibili e progetti per realtà come Gucci, Hermès e Prada. Nadia, invece, arrivava principalmente dalla pittura. Le due sorelle hanno sviluppato Gohar World attraverso conversazioni tra New York e Toronto, fino a immaginare non tanto un marchio quanto, letteralmente, un mondo. Ed è proprio questa idea di mondo a rendere il progetto diverso da un normale studio di tableware.

Gli oggetti non vengono pensati come elementi isolati, ma come parti di una stessa grammatica. La tavola diventa uno spazio da abitare, quasi da mettere in scena. Gohar World dichiara apertamente che il progetto nasce attorno a tradizione, tempo e artigianato, con l’idea che apparecchiare, cucinare, scegliere i fiori e preparare qualcosa per gli altri siano gesti che richiedono tempo e che proprio per questo hanno valore.

Una delle cose più interessanti del mondo Gohar è il modo in cui recupera oggetti e tecniche che normalmente associamo a una domesticità quasi fuori dal tempo, pizzo, ricami, centrini, tovaglie, merletti, e li sposta completamente di contesto.

Ci sono, per esempio, doily in pizzo Battenburg decorati con perle, pensati come sottobicchieri ma abbastanza teatrali da poter essere appoggiati anche sui bicchieri quando ci si allontana dalla tavola. Altri centrini possono essere personalizzati con iniziali o motivi. Gohar World non inventa necessariamente una nuova funzione, ma rende memorabile una funzione quasi insignificante. Da qui nasce quella sensazione stranissima per cui un oggetto sembra contemporaneamente familiare e assurdo. Un guanto da cucina diventa quasi un accessorio da sera; un tovagliolo sembra un capo d’abbigliamento; un lampadario contiene delle uova; una baguette riceve una custodia come se fosse un oggetto prezioso.

L’Egg Chandelier, per esempio, è realizzato in ferro battuto a mano al Cairo ed è ispirato alle lavorazioni in ferro presenti nel quartiere delle sorelle. L’uovo non è quindi soltanto una forma buffa: nel linguaggio più recente di Gohar World è diventato anche un simbolo della casa, dell’inizio e della continuità.

Un centrino non è più soltanto un centrino se improvvisamente diventa un oggetto prezioso, ricamato e decorato con perle. Un uovo non è più soltanto qualcosa da servire a colazione se può diventare un lampadario, un gioiello o il centro di una composizione. Il design interviene proprio lì, nello spazio minimo tra ciò che conosciamo e ciò che non ci aspettavamo di vedere. È una forma di lusso molto diversa da quella fondata sulla perfezione industriale. Gohar World lavora infatti con atelier familiari in diversi Paesi, dal Cairo a Bologna, passando per Vietnam, Austria e altri centri artigianali, e valorizza tecniche come il vetro soffiato a bocca, il ricamo e le candele intinte a mano.

C’è poi un altro elemento in cui Gohar World dimostra una notevole consapevolezza: la comunicazione. Gli oggetti sono strani, ma lo sono anche le immagini che li raccontano. Sul sito, nei lookbook e soprattutto sui social, Gohar World costruisce un universo visivo coerente in cui tavole apparecchiate, cibo, persone, tessuti e oggetti sembrano appartenere alla stessa storia. L‘immagine diventa parte dell’oggetto stesso. Una baguette avvolta in un fiocco di raso, una candela che sembra un alimento o un guanto da cucina bordato di pizzo funzionano perché vengono inseriti in una scena capace di amplificarne il carattere. Non è soltanto il prodotto a essere fotografato: è il mondo in cui quel prodotto dovrebbe esistere.

Il loro Instagram segue esattamente questa logica. Più che un catalogo, sembra un’estensione del progetto: fotografie editoriali, tavole, dettagli ravvicinati, momenti di studio e immagini che mescolano moda, cibo e design. Anche il sito ufficiale va nella stessa direzione, con sezioni come Lookbook, Studio Lunch e City Guides, che allargano il racconto ben oltre la vendita degli oggetti. Anche le collaborazioni confermano questa attitudine. Dal lavoro con Gucci, Hermès e Prada fino a progetti con Byredo e HAY, il linguaggio di Gohar non viene semplicemente applicato a un prodotto: diventa spesso il punto di partenza per costruire una campagna, un’esperienza o un’intera atmosfera.

Gohar World dimostra di aver capito una cosa fondamentale del design contemporaneo, cioè che un oggetto non vive più soltanto nello spazio fisico. Vive nelle immagini che lo raccontano, nel modo in cui viene fotografato, condiviso e desiderato. E Gohar World sembra aver progettato con la stessa cura entrambe le cose.

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Scritto da Arianna Maria Leva

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