Ci sono riviste che parlano della notte e riviste che cercano di impedirle di finire, No One Magazine appartiene alla seconda categoria.
Nasce ad Amsterdam nel 2023 dall’iniziativa di Việt Raider-Hoàng e Jeremy Raider-Hoàng, due professionisti del design che hanno deciso di fare una cosa apparentemente poco sensata: raccontare la nightlife queer contemporanea attraverso un oggetto di carta, destinato a sopravvivere alla festa che racconta.
Il primo numero, pubblicato nell’aprile 2024, è dedicato proprio ad Amsterdam, città alla quale il progetto deve molto: una storia di squatting, pratiche di riduzione del danno e club culture queer, ma anche la trasformazione urbana che sta rendendo sempre più difficile l’esistenza degli spazi che quella cultura ha prodotto.
No One nasce precisamente in questa frizione fra l’effimero e la memoria.
Il nome deriva da una chiara dichiarazione di intenti: “we’re no one without each other, and none of us is like another” che non significa che l’individuo non esiste senza la comunità, ma che la comunità non deve trasformarsi in una massa indistinta.
La nightlife, in questo caso, non è il fondale decorativo di una rivista di moda fra le tante: è un’infrastruttura sociale. Musica e arti, espressione ed estetica, luoghi e atmosfere, salute fisica e mentale, politiche e regolamentazione della notte sono i cinque assi attraverso cui No One Magazine costruisce ogni numero.

Azzardo a questo punto un salto quantico che mi affascina e quindi tiriamo in ballo addirittura un filosofo come Michel Foucault che, nel 1967, elaborò il concetto di “eterotopia” per descrivere quei luoghi reali che funzionano come spazi altri: luoghi che appartengono alla società ma che, contemporaneamente, ne riflettono, sospendono o rovesciano le regole. Il carcere e il cimitero erano per Foucault esempi di eterotopie; ma la definizione è abbastanza elastica da permetterci di riconoscere qualcosa di simile anche nel dancefloor. Per alcune ore, dentro un club, corpi, identità, gerarchie, abiti e comportamenti possono assumere combinazioni che fuori da quelle quattro mura sarebbero impossibili o almeno più difficili. La nightlife queer è, in questo senso, una macchina eterotopica: costruisce cioè – almeno temporaneamente come poi dirà Hakim Bey definendole appunto Zone Temporaneamente Autonome (o T.A.Z.) – un altro mondo dentro quello esistente. No One Magazine tenta una ulteriore salto, ancora più ambizioso: prendere quel mondo e impedirgli di scomparire all’alba, quando le luci si accendono.
Il primo numero del 2024, lo fa attraverso dodici storie che mettono insieme collettivi, artisti, organizzatori, storici, attivisti e membri della comunità. La redazione parte dall’archivio e torna al presente, passando da realtà storiche come De Trut, Spielraum e Lesbique a esperienze più recenti come BODY, Club Transmission e De Reünie. L’introduzione della storica Manique Hendricks insiste proprio sulla necessità di conservare le eredità queer della città. La copertina contiene forse la metafora migliore dell’intero progetto: una costellazione di sticker, forniti da vari collettivi della scena, applicati manualmente e quindi differenti da copia a copia. Gli adesivi che nella vita notturna vengono spesso messi sulle fotocamere dei telefoni per impedire di fotografare diventano qui frammenti di memoria. Un piccolo cortocircuito perfettamente underground: ciò che normalmente serve a sottrarre qualcosa allo sguardo diventa materiale editoriale.


Nelle 158 pagine del secondo numero (2025), No One sposta il proprio radar verso Ho Chi Minh City e Hanoi. Il progetto cambia geografia, ma non metodo: entra nella scena locale cercando persone, collettivi e pratiche che normalmente non arrivano nel racconto internazionale. La scelta è significativa perché evita l’idea, ormai piuttosto logora, secondo cui esisterebbe un unico modello globale di nightlife queer da esportare. Ogni città ha invece la propria grammatica, le proprie contraddizioni, le proprie forme di resistenza, e quando la rivista non può limitarsi a raccontare, prova a costruire altri dispositivi. Alla seconda uscita si accompagna infatti Đi Đi Đi, una compilation in vinile di sette tracce, realizzata con creativi vietnamiti e destinata anche a sostenere il locale A Queer Museum, uno spazio collettivo di archiviazione queer-femminista. È qui che No One Magazine smette definitivamente di essere soltanto una rivista per farsi una piccola infrastruttura nomade: stampa, eventi, zine, film, musica, incontri. L’archivio non è più una stanza piena di documenti, ma qualcosa che continua a muoversi insieme alle persone che lo producono.


Il terzo numero, pubblicato nel giugno 2026, arriva a Philadelphia e affronta esplicitamente il tema della conoscenza. La città viene raccontata attraverso genealogie che collegano il presente a una storia queer molto più lunga: il magazine omofilo Drum, nato proprio a Philadelphia nel 1964; le proteste di Dewey’s del 1965; la Philadelphia soul come matrice della futura cultura disco e house; ballroom, rave e spazi DIY. Fra le storie compare anche quella di Bounce House, progetto dove l’ospitalità diventa una possibile forma di politica dello spazio, mentre il numero si chiude idealmente ai margini della città, con il pier-rave di concrète, famigerato rave che si svolge sul molo della città dell’amore fraterno. La traiettoria è ormai evidente: Amsterdam, Vietnam, Philadelphia. Non una collezione di scene, ma una geografia alternativa della notte.


No One non sostiene che tutte queste esperienze siano uguali, al contrario, la rivista sembra essere attirata proprio dalle differenze, dalle discontinuità, dalle cose che non tornano. La sua indipendenza sta anche qui: non costruire un’identità editoriale sufficientemente stabile da diventare un nuovo brand, ma cambiare pelle ogni volta che cambia il luogo. È una rivista che preferisce la mappa al monumento, anche per questo la sua grafica non cerca la neutralità elegante (e insulsa) del magazine tradizionale.
L’estetica di No One non è un filtro, ma un dispositivo. Non cerca di riprodurre l’energia della notte con l’imitazione del caos, né di addomesticarla attraverso la pulizia formale della rivista patinata. Piuttosto, la rivista tratta la pagina come un piano di atterraggio su cui materiali eterogenei – fotografie, sticker, playlist, fumetti, materiali effimeri e testi – possono depositarsi conservando la propria autonomia. Non c’è gerarchia visiva, non c’è una gabbia che imprigiona; ogni elemento occupa lo spazio che gli compete. La grafica di No One lavora preferendo la somma alla gerarchia, la stratificazione alla narrazione lineare. L’effetto è quello di una mappa mentale più che di una vetrina in cui le immagini non illustrano i testi, i testi non spiegano le immagini, e la lettura diventa un’esplorazione attiva, un movimento tra le tracce di una scena che la rivista non vuole rappresentare ma ospitare.
No One Magazine dichiara apertamente di voler offrire un’esperienza opposta alla natura fugace dei media digitali e alla stessa volatilità della nightlife. È una posizione quasi paradossale la sua: raccontare una cultura nata in luoghi temporanei attraverso uno degli oggetti più statici che esistano.
Ma proprio per questo funziona.

In un sistema culturale in cui tutto deve essere immediatamente fotografato, condiviso, indicizzato e sostituito, No One sostiene una tesi radicale: forse conservare qualcosa significa anche sottrarlo alla sparizione immediata. L’editoria underground ha sempre avuto questa strana vocazione: non nasce necessariamente per essere eterna; nasce spesso perché qualcuno sente che, se non stampa quella cosa adesso, domani potrebbe non esistere più.
No One non usa la rivista per pubblicizzare la notte, ma usa la notte per dimostrare perché una rivista debba ancora esistere e forse è questa la sua intuizione più originale. L’underground è ciò che produce continuamente altri modi di stare insieme, altri linguaggi, altri spazi. Come una festa che finisce, ma lascia dietro di sé qualcosa che non può essere fotografato: una relazione, un ricordo, una possibilità. No One prova semplicemente a dare una forma a questo sfuggente qualcosa ed ecco che la carta si trasforma nell’archivio provvisorio della notte, e quando la musica si spegne, quando le luci si riaccendono e il club torna a essere soltanto un anonimo edificio, rimane una rivista a ricordarci che, per qualche ora, lì dentro è esistito un altro luogo, un altro modo di vivere insieme.
Rubrica a cura di Francesco Ciaponi