Collyrium – Un viaggio nella testa di Guillermo del Toro

In questo articolo parliamo di un regista che, grazie alla sua visionaria ricerca estetica, è diventato uno dei cineasti più amati: Guillermo del Toro.

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19 novembre 2018

In questo articolo andremo a parlare di un regista che grazie alla sua visionaria ricerca estetica e ai premi recentemente vinti, è diventato sicuramente uno dei cineasti più discussi degli ultimi tempi: Guillermo del Toro. 

Guillermo del Toro nasce a Guadalajara, in Messico, il 9 Ottobre del 1964 da una famiglia borghese di forte stampo cattolico. Fin da ragazzino si interessa all’oscuro mondo dell’occulto attraverso la lettura di numerosi libri e fumetti (tra i quali spiccano i racconti di Lovecraft), ma anche grazie all’educazione cattolica familiare nella quale rivede tutto quell’universo mistico fatto di dogmi, profezie e tentazione demoniaca. Non a caso il regista ha in passato dichiarato di essere stato sottoposto a numerosi tentativi di esorcismo da parte della rigida nonna profondamente cristiana.

Il giovane ed inesperto Guillermo, affascinato da questi mondi fantastici ed immaginari, decide quindi di avvicinarsi al cinema girando i suoi primi folli racconti con una vecchia Super 8 ereditata del padre. Da quel momento in poi, quella sarà la sua strada. Tra una lettura e l’altra, Del Toro, ormai ragazzo, si specializza in make-up cinematografico e si laurea all’Istituto de Ciencias arrivando a fondare addirittura la sua compagnia chiamata Necropia. Già da queste poche informazioni ci risulta facile comprendere da dove venga l’amore per i mostri che il regista messicano ha sempre mostrato coordinando in maniera molto saggia elementi di trucco artigianali a più sofisticati interventi di grafica digitale.

Nel 1993, dopo aver girato alcuni corti e aver partecipato a qualche esperienza di scrittura televisiva, arriva il suo primo film, Cronos nel quale è molto facile riscontrare gli elementi che saranno la costante in tutto il suo cinema: l’amore per gli artefatti antichi, la trasformazione dell’umano in subumano e una maniacale cura per la scenografia e il make-up.

Il suo primo esperimento cinematografico riscuote immediatamente un incredibile successo di critica, andando a vincere il Premio Mercedes-Benz per il miglior film della Settimana della Critica al Festival di Cannes. Da lì, il passo per il lancio nel cinema hollywodiano è breve e infatti già la sua seconda opera, Mimic viene prodotta dalla Miramax (infausta casa di produzione di Harvey Weinstain, che tra l’altro tagliò molte parti del film). Ma il vero lancio nel cinema americano avviene quando decide di trasferirsi a Los Angeles in seguito al rapimento del padre, che viene liberato dopo 72 giorni di reclusione e solo dopo il pagamento del riscatto. E’ infatti da questo momento in poi che l’ormai avviato regista realizza le sue opere di maggior successo commerciale iniziando proprio da La spina del diavolo, film ambientato in un misterioso orfanotrofio nella Spagna franchista i cui temi e tinte verranno ripresi alcuni anni dopo nel suo capolavoro Il labirinto del fauno. Proprio in questi anni californiani Del Toro gira numerosi film tratti dai fumetti, come la trasposizione cinematografica di Blade (famoso ammazzavampiri di casa Marvel) ed Hellboy (fumetto indipendente della Dark Horse Comic, stessa casa di 300 e Sin City). Nonostante tutti questi film, sicuramente noti alla maggioranza dei lettori, ciò che veramente consacrò il regista messicano all’Olimpo del cinema hollywoodiano sarà proprio la sua ultima creatura, il suo fiore all’occhiello: La forma dell’acqua. Vorrei proprio partire da questo film, vincitore di un Leone d’oro e quattro premi Oscar, per analizzare la poetica del regista. La forma dell’acqua è una storia molto semplice d’amore e discriminazione, nella quale una inserviente affetta da mutismo si innamora di una rara creatura marina proveniente dall’Amazzonia. Una trama molto semplice, addirittura banale se vogliamo. Allora come mai questo film è riuscito a vincere tutti questi premi e a consacrare Del Toro come regista dell’anno? Beh, innanzi tutto bisogna precisare che il film tratta tematiche molto care alle società contemporanea, quali la sovreccitata “xenofobia”, cara oltre che all’America trumpiana, anche al regista messicano stesso. Però ne La forma dell’acqua non vi è solo questo. Sarebbe estremamente riduttivo. Prima fra tutte troviamo “la mostruosità” che nel cinema di Del Toro è un elemento ricorrente, ma forse mai quanto in questa pellicola. Uno dei due protagonisti è infatti una creatura anfibia, apparentemente selvaggia ma dotata di una grande umanità. L’inumano diventa più umano degli stessi umani, che lo imprigionano e lo torturano in nome del progresso scientifico. L’amore per le creature fantastiche lo si evince soprattuto dalla cura estetica che vi è nella realizzazione (ispirato al Il mostro della laguna nera, film iconico del ’54). Un altro elemento distintivo del cinema di Del Toro è l’ambientazione. Il regista messicano infatti ama contestualizzare le sue storie fantastiche in luoghi e periodi storico-politici segnanti. Se ne La spina del diavolo e ne Il labirinto del fauno la vicneda si svolge in una desolata Spagna franchista, ne La forma dell’acqua invece la vicenda si svolge in un’America in piena Guerra Fredda (1962).  Così facendo lo spettatore viene immerso in un universo onirico ed estraniante. Ancora una volta troviamo quindi un forte contrasto: realtà e finzione, la dura storia da manuale scolastico e la fantasia letteraria nella sua forma più pura ed innocente.

Il cinema di Guillermo del Toro è sicuramente un cinema di intrattenemnto ottimamente confezionato, ma che nonostante questo riesce ad essere crudo e violento, fino a smuovere le nostre più intime corde, a noi che siamo un pubblico di sognatori.

Filmografia di Guillermo del Toro:

Cronos (1993)
Mimic (1997)
La spina del diavolo (2001)
Blade II (2002)
Hellboy (2004)
Il laboronto del fauno (2006)
Hellboy: The Golden Army (2008)
Pacific Rim (2013)
Crimson Peak (2015)
La forma dell’acqua (2017)

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