Negli ultimi anni AVAVAV è diventato uno dei progetti più imprevedibili della Milano Fashion Week. Il brand fondato e diretto dalla designer svedese Beate Karlsson costruisce un universo visivo che mescola arte, scultura e umorismo, traducendo queste influenze in silhouette sperimentali, accessori e oggetti che spesso oscillano tra provocazione e ironia e che, inevitabilmente, finiscono per attirare l’attenzione dei social. Per la stagione FW26, Karlsson ha scelto di mettere in discussione non solo il linguaggio dell’abbigliamento, ma anche le dinamiche stesse della sfilata. Con The Female Gaze, la designer ribalta letteralmente la struttura del runway: il pubblico viene invitato a entrare nello spazio uno alla volta e a percorrerlo come se fosse il modello, attraversando una stanza in cui le modelle, disposte su due file, osservano in silenzio. In questo gioco di ruoli, chi guarda diventa osservato, trasformando la sfilata in un’esperienza performativa.

La collezione nasce come una ricerca su come cambia la femminilità quando smette di essere costruita per uno sguardo esterno. Tailoring e codici tradizionalmente femminili si mescolano e si trasformano: pantaloni sartoriali diventano gonne, shorts si rivelano silhouette ibride, mentre elementi iper-femminili come perle, calze o reggicalze vengono reinterpretati con un equilibrio tra nostalgia e ironia.
Abbiamo parlato con Beate Skonare Karlsson per scoprire cosa c’è dietro questa collezione, il suo rapporto con il corpo e la forma, e il modo in cui AVAVAV continua a costruire un linguaggio visivo capace di muoversi tra vulnerabilità e sperimentazione.
Se dovessi descrivere questa fase di AVAVAV con una sola parola, quale sarebbe — e perché?
Riflessione.
Da dove nasce la tua ossessione per l’esagerazione delle forme e delle parti del corpo?
È qualcosa che mi accompagna da quando ho memoria. Da bambina amavo modellare l’argilla, lavorare continuamente con le mani, rimodellare le cose, inventare nuovi corpi — in un certo senso costruire piccoli mondi o creature. C’era qualcosa di magico nel modo in cui una forma poteva essere allungata, ammorbidita, distorta e rimanere comunque completamente viva.
Sono profondamente influenzata da memorie culturali molto precoci, da personaggi e universi come Pingu, Barbapapà, i film di Miyazaki, I Mumin. Tutti condividono una certa generosità emotiva nelle forme. Nulla è rigido: tutto respira, si espande, si trasforma. Quei mondi rendevano l’esagerazione qualcosa di naturale ed espressivo, piuttosto che qualcosa di strano.
Sono sempre stato attratta dalla forma in generale, dal design come linguaggio fatto di silhouette e proporzioni. Esagerare le forme e le parti del corpo non è tanto una decisione concettuale quanto un istinto. È un modo per amplificare le emozioni, per rendere visibile ciò che normalmente rimane invisibile attraverso il volume e le proporzioni.


C’è un’altra ossessione che ti accompagna in questo periodo — qualcosa che continua a riaffiorare nel tuo lavoro e che possiamo vedere anche in questa collezione?
Sì. Ultimamente mi interessa prendere le forme scultoree verso cui tendo naturalmente e tradurle in qualcosa di più indossabile. Spesso nascono da un punto di partenza molto forte dal punto di vista artistico, quasi come piccoli artefatti, e mi incuriosisce capire come possano entrare nel contesto della moda senza perdere quella stessa intensità.
Mi interessa trovare un equilibrio: mantenere intatta la qualità emotiva e scultorea, ma applicarla a prodotti più riconoscibili e legati a un contesto commerciale. Inserendo queste forme in capi familiari, diventano più accessibili e più facili da comprendere, senza però perdere il loro carattere.
In questa collezione, per esempio, mi è piaciuto molto lavorare con la calzetteria. L’idea di una calza autoreggente vintage, molto femminile, che invece di terminare con un piede tradizionale si allunga fino a trasformarsi in una forma simile a un dito mi sembrava particolarmente interessante.


Le tue sfilate riescono spesso a spiazzare il pubblico. Quando hai iniziato a lavorare a questo show, quale aspettativa volevi ribaltare?
Per me la cosa più importante era che le persone provassero davvero qualcosa. Amo molto questa collezione e il tema che la attraversa: è personale e significativo per me, e il peggior risultato sarebbe stato l’indifferenza. Non stavo necessariamente cercando di ribaltare un’aspettativa specifica dell’industria, quanto piuttosto l’aspettativa della passività. Volevo che il pubblico fosse emotivamente presente, che si sentisse coinvolto, che pensasse.
Allo stesso tempo mi incuriosiva l’idea che l’esperienza potesse diventare intima e leggermente scomoda. C’è qualcosa di interessante nel modo in cui le persone si comportano alle sfilate: spesso vogliono solo raggiungere il proprio posto, guardano il telefono, cercano di non sentirsi a disagio. Mi piaceva giocare con questa tensione. Il tema è sincero e importante per me, ma l’esecuzione ha anche una componente ironica, quasi come uno scherzo o un game show giapponese. Sono sempre attratto da questo equilibrio: qualcosa di profondamente personale presentato con leggerezza, umorismo e un pizzico di disorientamento.


Quali immagini, artisti o riferimenti culturali ti stanno influenzando in questo momento? C’è qualcuno in particolare a cui ti senti vicino nelle tue ricerche più recenti?
A causa del concept di questa stagione ho fatto molte ricerche sulle donne, in particolare sulle donne nella moda, e questo mi ha fatto sviluppare un rispetto ancora più profondo per ciò che molte di loro hanno dovuto attraversare e affrontare. Anche se non le conosco personalmente, studiare i loro percorsi ha cambiato qualcosa dentro di me. Mi ha reso più consapevole delle resistenze strutturali e culturali contro cui hanno lavorato e della forza necessaria per costruire qualcosa di duraturo all’interno di quel sistema.
Mi sono sempre sentita vicina anche a Rei Kawakubo di Comme des Garçons. Naturalmente il linguaggio del design è incredibilmente stimolante, ma ciò che mi colpisce ancora di più è il modo in cui ha costruito la sua azienda. C’è una grande integrità e innovazione: un’impresa che mette al centro una visione artistica radicale, ma che riesce comunque a operare in modo creativo, sostenibile e intelligente. Non è guidata dalle tendenze o da logiche di breve termine. Sembra una struttura in cui arte e business coesistono senza compromettersi a vicenda, e questo mi ispira profondamente mentre penso al mio percorso a lungo termine.


AVAVAV ha costruito un’identità molto forte giocando con ironia e provocazione, ma anche con il fallimento, l’errore e la pressione sociale. Da dove nasce questa intuizione? E come fai a evolvere questo linguaggio senza trasformarlo in una formula?
Credo che nasca dal confrontarsi con cose reali: emozioni reali, insicurezze reali, dinamiche sociali reali. L’ironia o la provocazione non sono mai il punto di partenza; sono più che altro la superficie. Sotto c’è sempre qualcosa che in quel momento sento autentico, qualcosa che sto vivendo, mettendo in discussione o con cui sto lottando.
Finché il lavoro nasce da qualcosa di genuino e presente, non può davvero diventare prevedibile. I temi possono riecheggiare nel tempo, ma le emozioni evolvono — e con loro anche il modo in cui vengono espresse. Per me restare onesta è la migliore difesa contro la ripetizione.


Una volta presentata una collezione, cosa ti interessa di più di tutto ciò che accade intorno al risultato finale?
Mentirei se dicessi di essere completamente distaccata dalle reazioni. Sto ancora crescendo e, subito dopo la presentazione, a volte mi accorgo di cercare una certa validazione nel rumore che si crea attorno. Sto migliorando in questo, ma quando metti qualcosa di molto personale nel mondo è difficile non ascoltare.

Più che la lode in sé, però, ciò che mi interessa è capire se le persone hanno provato qualcosa. Spero che il lavoro non passi inosservato. C’è qualcosa di potente nel rendersi conto che un sentimento che hai vissuto in modo privato può risuonare collettivamente, anche quando nasce da una vulnerabilità o da un’insicurezza. In molti modi si tratta di affrontare le proprie paure. Allo stesso tempo, far parte di un team piccolo significa che non posso tirarmi completamente indietro: devo continuare a occuparmi del fatto che tutto vada avanti. È un equilibrio tra sensibilità e responsabilità.


I social media hanno avuto un ruolo decisivo nella crescita del brand e nella costruzione del suo linguaggio. Al di là del loro potere comunicativo, come guardi oggi al loro impatto sulla società contemporanea?
Ho un rapporto molto ambivalente con i social media. C’è moltissimo di bello. Ho conosciuto alcuni dei miei amici più stretti proprio grazie ai social: ci si scopre perché si reagisce agli stessi riferimenti, alle stesse immagini, alle stesse sensibilità. Questa possibilità di trovare le proprie persone al di là della geografia è incredibilmente potente, e ha sicuramente contribuito a definire il nostro brand.
Allo stesso tempo penso che la velocità possa essere problematica. A volte sembra che l’esperienza fisica diventi secondaria rispetto alla sua documentazione. Le persone sono così veloci nel registrare o condividere che non abitano davvero il momento. Si vedono eventi vissuti attraverso uno schermo invece che in tempo reale, e questo crea una distanza strana, quasi come se delegassimo le nostre stesse emozioni. Trovo questa tensione allo stesso tempo inquietante e affascinante. È qualcosa che sto ancora cercando di capire, e forse qualcosa che mi piacerebbe esplorare più direttamente nel mio lavoro futuro.






