Abbiamo intervistato Jago, un artista semplice

Emanuele D'Angelo · 3 settimane fa

La nostra amichevole chiacchierata inizia subito svelandomi un segreto, scontato forse per alcuni, ma non banale se a dirtelo è un artista che lavora e ha tenuto mostre personali in giro per il mondo: “In arte non c’è niente da capire” .

Sabato mattina abbiamo fatto quattro chiacchiere con Jago, un artista di cui vi abbiamo parlato settimana scorsa qui.
Quando lo chiamo si trova all’ingresso del suo studio nel quartiere Sanità, precisamente davanti la Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, una struttura che risale al 1633 che adesso è il suo studio.

Jago è un artista – imprenditore italiano che lavora principalmente nella scultura e nella produzione video. Nasce a Frosinone (Italia) nel 1987, dove ha frequentato il liceo artistico e poi l’Accademia di Belle Arti.

Svelandomi quel segreto sopra, ha in parte c’entrato la prima domanda che stavo per fare. Una domanda semplice giusto per iniziare e rompere il ghiaccio, cadendo in banali cliché, ma vogliamo assolutamente conoscere il suo punto di vista.

É chiaramente difficile dare una definizione dell’arte in generale, parliamo di qualcosa di complesso, che non tutti a volte riescono a comprendere, non per capacità, ma perché ognuno può trovarne sempre un significato diverso. Fondamentalmente l’arte è come un contenitore, che va riempito di emozioni e in ultima parte è l’artista a metterci la parola. Dal tuo punto di vista, da addetto ai lavori, riesci a darci una tua definizione di arte?

Non ne ho la più pallida idea (sorride ndr), proprio zero.
Funziona un po’ così, pensavo di saperlo, ho sempre pensato di saperlo, ma più vado avanti e più vado nella direzione del non senso.
É sicuramente qualcosa che ha una radice che si va perdendo, in realtà dovrei andare indietro nel tempo per capire, per essere consapevole, vivere tutte le vite che non ho vissuto, per capire e comprendere un po’, per attribuire un senso, dare un significato. In realtà vado nella direzione opposta, vado avanti, quindi mi allontano dal significato, continuando però a utilizzare questa parola. Io cerco di dare, diciamo così, a questa parola un significato che sia materiale, che sia produzione di ricchezza di contenuti per una comunità, come forma di linguaggio, ma poi se dovessi dare una spiegazione rischierei di diventare banale. Per cui decido di utilizzare la parola, per capire di cosa stiamo parlando, ma alla fine mi occupo di produrre delle immagini che poi appartengono a tutti. É come un percorso scientifico, produci un riassunto di una ricerca, che è estetica in questo caso e poi la restituisci alla collettività e diventa patrimonio di tutti.

Jago è un artista di fama internazionale, che fa la spola tra America e Italia, la cui ricerca fonda le sue radici nelle tecniche ereditate dai maestri del Rinascimento.
Così con molta emozione, cadiamo in un secondo cliché, un po’ per farci odiare, etichettare, anche se a suo dire dovremmo essere più generosi con noi stessi.

Che tipo di artista sei? É chiaro che nelle tue opere vuoi trasmettere qualcosa, vuoi riempirle di emozioni, mettendoci quella parola che riallacciandoci alla precedente domanda, esce da te e poi la restituisci alla comunità, che ha un po’ il dovere di giudicarla, reinterpretarla a seconda di come la vede. In generale vedendo le tue opere, lo studio, provando a capire cosa c’è dietro, noi in maniera un po’ sfrontata e sfacciata ti definiamo “pazzesco”, ma tu come ti definisci?

Se evito di definirmi faccio un favore a tutti quanti ma soprattutto a me stesso. Ogni definizione può essere un limite, come la spiegazione di una poesia, la poesia è già spiegazione di se stessa. Se tu ti definisci poni un limite anche alla libertà dell’altro di poterti a sua volta definire.
Il mio pensiero è che se uno pensa di essere artista, buon per lui, serve a lui definirsi in tal modo, ma poi c’è anche una collettività che è libera di definirti tale. Io quindi voglio evitare di dare delle definizioni, posso dire questo, in questo momento sto parlando per cui sono un oratore, poi inizierò a scolpire e sarò uno scultore. In sintesi sono quello che faccio, nel momento in cui lo faccio, non dobbiamo per forza avere un’etichetta.
In accademia c’era un piccolo bar, si chiamava “Da Walter”, mi ricordo che ogni volta che entravi la ragazza che lavorava lì salutava: “Buongiorno ingegnere, buongiorno avvocato, dottore e così via”, poi entrava un operatore ecologico e diceva semplicemente “Buongiorno Andre’, Ciao France'”. Noi siamo identificati con l’etichetta, siamo in certo senso obbligati a dire, io sono artista, io faccio quello e quando smetti cosa sei? Non sei più nulla? La troppa identificazione con una determinata cosa in realtà è una catena, perché quando smetti di farla poi cosa sei. Allora io preferisco evitare definizioni e va bene così.

Tralasciando allora l’identificarsi, possiamo dire che sei Jacopo in arte “Jago”, un artista semplice, nulla più?”

Sì diciamo di sì, più che altro io sono Jago, non Jacopo, perché è una cosa che mi è stata data, io non avevo la possibilità di scegliere su quello, io scelgo invece, ecco perchè sono Jago.
Il nostro nome fondamentalmente ci è stato dato, tutto ci è stato dato, noi lo difendiamo come se fosse nostro, ma in realtà non è vero, non ci appartiene. Te l’hanno dato motivo per cui lo tieni, è un po’ la tua religione.
Lo proteggi e sei disposto anche a far la guerra per le cose che ti hanno assegnato, quindi no, io sono Jacopo sono per quelli che mi hanno dato il nome, i miei genitori, è una cosa che proteggo, è la mia memoria.
Quindi io sono Jago, perchè è quello che ho scelto, la mia libertà.

Settimana scorsa hai consegnato il tuo ultimo bellissimo lavoro alla città di Napoli, non è la prima volta, quasi un anno fa eri sempre qui, in mostra con il tuo “Figlio velato”. Anche da come ci hai descritto il luogo in cui ti trovavi abbiamo captato qualcosa di particolare, come se ti brillassero gli occhi, c’è una connessione profonda con questa città?

Il luogo è quella cosa che ti condiziona molto di più rispetto a tutto il resto, uno pensa di essere se stesso, poi in realtà siamo fatti dei luoghi che frequentiamo, che fanno emergere un aspetto invece che un altro, quindi vieni a Napoli ed emerge la tua napoletanità, cosi come a Roma o in qualsiasi altra città. Napoli è apparsa nella mia vita e come tutti gli innamoramenti devi assecondarli, devi seguirli, curarli perché ti possono arricchire.
Qui sicuramente ho trovato un terreno fertile per poter fare e cercare un’opportunità nuova di crescita personale. In questo momento sono qui, sto facendo delle cose che altrove magari non avrei potuto fare.

Napoli è una città magica, sicuramente, ma queste tue parole rafforzano ancora di più la connessione con questa città. Vogliamo scavare nel profondo di questo rapporto, cosa dà Napoli in più alla tua arte, al tuo modo di lavorare?

Non so, io penso più a me, qui sta emergendo un lato di me che mi piace e quindi assecondato, perchè mi sto scoprendo. Alla fine è quello di cui parliamo, la mia arte è un po’ espressione di quello che è il mio percorso personale, stare in un luogo ti permette di poter manifestare degli aspetti di te che altrimenti non uscirebbero. Perché se tu rimanessi confinato nel tuo paesino chiaramente si manifesterebbe altro, noi siamo delle spugne, assorbiamo un po’ dal contesto, quindi se sei intelligente riesci anche a scegliare da cosa lasciarti toccare, contaminare. Anche le persone che frequenti sono quello che poi diventerai, se ad esempio stai con dieci imprenditori sarai l’undicesimo, è così.

Ritornando a noi, quello che ci ha colpito nella tua ultima opera “Look down” installata in Piazza del Plebiscito a Napoli, è il concetto di abbandono, prendere l’opera d’arte e lasciarla lì di notte, possiamo dire senza che nessuno ti guardi, lontano da occhi indiscreti. Ci spieghi un po’ di più? E soprattutto come mai la scelta di un bambino?

Allora rispondo ad entrambe le domande in una sola volta. Quando fai qualcosa che costa sacrificio della tua vita, fai un’opera, che ha un valore, vai in una piazza e la lasci lì per dire una cosa, come la chiami?
Non c’è nessuno che la sorveglia, ti dice di non toccarla, di non sporcarla, non ballarci attorno, come lo chiami tutto ciò? Se non è abbandono questo.
Io non intervengo più, sta lì, un bambino che lasciato in mezzo alla strada è in balia del contesto, non significa però non averne cura, è diverso.
Io ho fatto un abbandono consapevole, anche stando alle regole, oggi si parla molto di street art, di artisti che incappucciati di notte illegalmente lasciano le loro creazioni nella città. Io ho fatto tutto legalmente, con tutti i permessi possibili, ci ho messo la faccia.
Questo deve far capire che ognuno di noi può riuscir a fare dei gesti stando alle regole, immagina se tutti facessimo il contrario, si vivrebbe male, sarebbe l’anarchia più totale. Possiamo dire che è un gesto di street art mosso da dinamiche diverse, l’abbandono è stato consapevole.
La figura del bambino poi è una figura emblematica, il bambino continua ad essere un’immagine di purezza, capace di smuovere delle dinamiche emozionali nostre diverse, che sono diverse dal vedere un’altra persona.
Ad esempio a New York, sei abituato a vedere così tanti homeless in giro, che dopo un po’ ci fai l’abitudine, è una cosa terribile. Una presenza a cui ti abitui perchè sei appunto abituato a vederli ogni giorno.
Un bambino invece è completamente diverso, io non riesco ad immaginare un bambino abbandonato per strada, sarei costretto a fermarmi, ad intervenire a fare qualcosa di utile. In questo senso il bambino ha una forza, la sua immagine continua a portare con sé una potenza, una forza che riesce a smuovere qualcosa di diverso in noi.

Chiudiamo questa piacevole conversazione in una soleggiata mattina di sabato, chiedendo a Jago qualcosa in più sulla sua prossima opera.

Sappiamo che stai lavorando alla tua Pietà, da quello che si vede nei social e in alcune anteprime, possiamo dire che è una versione al maschile. Ci dai qualche info in più sulla tua “Pietà contemporanea”?

É una riflessione, non posso già dirti il significato, perché sarebbe inutile.
É un modo per affrontare un percorso, un argomento che mi interessa e io lo affronto a modo mio, poi di Pietà ne esistono una miriade, non solo il capolavoro di Michelangelo .
Posso dirti che è un’immagine paterna, un argomento poco affrontato nella storia dell’arte, è stato dato largo spazio a un aspetto diverso della mascolinità. In un certo qual modo l’uomo è etichettato come lo stupratore, il malvagio, però esiste anche un’altra tipologia di uomo, ecco, posso dire questo. Ho cercato solo di sottolineare un aspetto che mi sembra giusto dover sottolineare oggi.







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