Photography IUZZA. Goliarda Sapienza, il libro fotografico di Francesca Todde
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IUZZA. Goliarda Sapienza, il libro fotografico di Francesca Todde

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Collater.al Contributors

Intervista a Francesca Todde
di Gaia Giani per Micamera
editata e tradotta da Giulia Zorzi

Iuzza è un libro da tenere tra le mani. Invita al viaggio e alla scoperta di Goliarda Sapienza, che non ha scritto solo L’arte della gioia, la sua opera più conosciuta, ma anche altre opere come Autobiografia delle Contraddizioni, che comprende Lettera Aperta, Il filo di Mezzogiorno, Io, Jean Gabin, L’università di Rebibbia (da cui è tratto l’ultimo film Fuori di Mario Martone, presentato da poco al Festival di Cannes), Le certezze del Dubbio. Francesca Todde si è ispirata a tutte queste opere, leggendole, rileggendole e facendole sue, mappando così l’itinerario del suo viaggio sulle tracce di Goliarda. Un viaggio durato sette anni. 

Todde si immerge nei suoi lavori creando connessioni. L’occasione iniziale può essere fortuita, una coincidenza, ma poi succede qualcosa che la spinge ad andare a fondo e approfondire. È stato così anche con il libro precedente, A Sensitive Education (uscito nel 2020), che racconta di un educatore di volatili e del suo approccio empatico con questi esseri inafferrabili. Il libro è pubblicato sempre da Départ Pour l’Image, la casa editrice che ha fondato insieme a Luca Reffo. 

Quest’intervista è stata fatta il 10 maggio, giorno della ricorrenza del compleanno di Goliarda Sapienza, e sarebbe stato il suo 101mo anniversario. È quindi un omaggio a lei e un’occasione per approfondire Iuzza. Abbiamo iniziato con una domanda semplice per creare una cornice in cui collocare l’inizio di un lavoro fotografico che prende le mosse dalla parola scritta. 

G.G.: Come hai incontrato il suo lavoro?

F.T.: Me ne parlarono alcune amiche francesi, in Francia L’arte della Gioia uscì prima che da noi, nel 2005, e fu un caso editoriale. Goliarda Sapienza è nata nel 1924 ed è morta nel ’96, ha lavorato dagli anni ’50 fino alla morte realizzando soprattutto progetti di auto-fiction. Anche L’arte della gioia, che è il suo romanzo più conosciuto, può essere considerata un’opera di auto-fiction, nel senso che c’è una parte autobiografica mescolata ad altro. Molti tendono a far corrispondere la persona di Goliarda Sapienza con il personaggio di Modesta, la protagonista. In realtà Modesta non è neanche ispirata a lei, ma ad altre donne che ha incontrato nella sua vita, una specie di sogno di come le sarebbe piaciuto un ruolo femminile ideale. Tra l’altro, è un ruolo femminile totalmente inedito, perché commette dei crimini terrificanti senza mai essere punita: vive la sua vita in un continuo moto di liberazione. È scissa: ha una fortissima etica pur non avendo una morale. Il libro mi piaceva moltissimo anche dal punto di vista puramente letterario, proprio per come è scritto. Leggendo ti ritrovi in una sorta di vortice, non riesci mai ad acquisire una distanza sufficiente, per capire se ti piace oppure no, cosa stai leggendo, e questo mi piaceva molto.

Le amiche francesi mi dissero, ma come, sei italiana e non conosci Goliarda Sapienza? Mi regalarono Moi, Jean Gabin, che è il suo primo che ho letto e l’ultimo che lei aveva scritto e che tratta della sua infanzia. Avevo iniziato a leggerlo in francese, poi ho acquistato l’edizione italiana di Einaudi. A quel punto il problema sono diventate – mi dispiace dirlo – le copertine, orribili. Su quella de L’arte della gioia c’è una pin up degli anni ’20, che non c’entra niente con il contenuto e ti chiedi: ma chi l’ha scelta? Oppure usavano il volto di Goliarda, immagini di quando faceva l’attrice. Sono due ambiti del tutto separati della sua vita e mi pareva un po’ strano sovrapporli… Così ho iniziato a coprirle, perché faccio fatica a leggere un libro di cui non mi piace la copertina, quindi la copro, lo faccio anche con altri libri, spesso li copro con altre immagini. Ho iniziato a chiedermi quale poteva essere un immaginario legato al contenuto al libro: in quel momento si è acceso il mio interesse. Ho iniziato a pensare che sarebbe stato bello fare un lavoro sull’immaginario di Goliarda Sapienza, la sua scrittura è ricca di immagini vivide. Nel frattempo ho scoperto che il marito, Angelo Pellegrino, era ancora in vita e a lui dobbiamo la pubblicazione di tutte le opere di Goliarda. Gli ho scritto, sono andata a trovarlo a Roma e abbiamo iniziato questa sorta di collaborazione. Ci siamo incontrati sei volte in tutto. 

Mi ha detto dove andare a cercarla, dandomi proprio gli indirizzi precisi, perché a me servivano dei riferimenti geografici per cercare ispirazione non solo nell’immaginario, ma anche nei luoghi, che quindi dovevano essere i suoi luoghi, in modo da poterla cercare veramente, trovare  qualcosa che parlasse di lei, provando a sentire se provavo delle sensazioni. Se l’avessi fatto in un altro luogo non suo, per me non avrebbe avuto senso. 

G. G.: Oltre a questa mappa di presenza-assenza pensavi anche a delle parole chiave?

F. T.: C’erano tantissime parole relative al corpo, per esempio i palmi delle mani e spesso la nuca o la fronte. Una poesia meravigliosa recita: “Ho aspettato / la fronte sul legno della tua assenza”. Goliarda Sapienza ha scritto molte poesie, una più bella dell’altra. Sono raccolte in un libro che si intitola Ancestrale. Nell’ultima parte ci sono quelle in siciliano, ma sono solo tre o quattro, ne abbiamo scelta una per la parte finale del libro.

G.G: Questa presenza del corpo e del desiderio è molto forte nel tuo libro; la ritrovo nel primo capitolo, che apre con un paesaggio fortemente sensuale ed erotico. Poi la ritrovo nella tattilità, nella sensorialità dell’oggetto-libro e infine, anche nelle immagini. Alcune sono materiche, altre sembrano appartenere a un immaginario onirico. Il primo capitolo, che si intitola Penelope, ti introduce al Mediterraneo, la sua sensualità e matericità per contrasto ti fanno pensare alla perdita della fisicità della contemporaneità e al nostro Mediterraneo come luogo di perdite di vite umane e di guerre. Ma a guardare IUZZA pulsa tutto un altro cuore e per questo mi piacerebbe chiederti di iniziare da qui, dal primo capitolo, Penelope. 

F. T. Nei primi due capitoli c’è anche tutta la questione della grecità, della Magna Grecia, della Sicilia. Lei era di Catania, l’arcipelago dove ho scattato le foto si chiama Arcipelago dei Ciclopi; secondo la leggenda sarebbe nato dai sassi lanciati da Polifemo contro le navi di Ulisse. Qui si trova l’isola Lachea che è anche quella fotografata all’inizio del libro. L’isola Lachea è proprio il punto dove è nato l’Etna, perché la prima eruzione fu sottomarina e formò l’isola Lachea.

G.G.: Questa foto è quindi l’Etna?

F.T. Sì, è l’Etna e qui invece c’è un pupo siciliano perché a un certo punto, quando era ancora una ragazzina, Goliarda dovette lasciare la scuola per aver fatto dei commenti irrispettosi nei confronti dell’insegnante di religione – gli aveva detto che veniva a indottrinare, a impartire l’oppio dei popoli. Il padre l’aveva aiutata a bruciare la divisa della piccola italiana, quella dei fascisti. La mandarono a lavorare dai piccoli artigiani del quartiere, che poi era San Berillo, che era una una vera e propria casbah. Lo è ancora oggi, ma non ci sono più gli artigiani.

Il puparo da cui andava si chiamava Insanguine: la famiglia Insanguine esiste ancora e c’è pure un museo; alla fine del libro ho inserito una foto del puparo Insanguine. Ho cercato un laboratorio che costruisse ancora i pupi siciliani alla stessa maniera: sono quasi in grandezza naturale e hanno la particolarità di avere le gambe rigide, hanno una barra dritta. Alla sera Goliarda doveva riparare i gonnellini che erano stati trafitti dalla spada durante il giorno. La cosa strana era che a quei tempi gli spettacoli dei pupi erano vietati alle donne e riservati a un pubblico maschile. 

G.G. Questo accostamento dell’Etna a un pupo mi piace moltissimo. Come hai lavorato alla sequenza?

F. T. Con Luca abbiamo lavorato alla realizzazione di questo libro per sei mesi. Siamo partiti da una selezione molto ampia, dopotutto parliamo di sette anni di lavoro, le immagini erano tante. Man mano che procedevamo nella selezione il lavoro diventava sempre più facile. Alla fine la parte centrale, quella di Positano, è stata la più semplice perché avevamo già abbastanza chiaro come avrebbe dovuto essere. Luca ha poi diviso la sequenza in sette capitoli e questa cadenza ci ha permesso di sviluppare i testi senza rendere il tutto troppo pesante. I testi sono scritti da lui, ha ripreso i miei appunti di sette anni e li ha riscritti dando loro una forma compiuta.

G.G.: I capitoli sono come le tappe di un viaggio?

F.T.  I viaggi sono stati molti. Per esempio, per i primi capitoli sono andata in Sicilia più volte; ho contattato il Cutgana dell’ Università di Catania, che si occupa dell’isola Lachea. Il Cutgana è l’ente che gestisce le riserve naturali della regione Sicilia e l’isola Lachea è una riserva naturale. Mi ci hanno portata con il loro barchino ed è così che ho potuto fare queste foto. Qui si vede la marna, una roccia sedimentaria biancastra.

Questo luogo mi piace perché è estremamente sensuale; Penelope poi è anche il capitolo della madre, così come Lachea è l’isola-madre dell’Etna. Lei ne parla in un romanzo autobiografico quando racconta di un ragazzo che le prende la mano mentre si trovano vicino all’arcipelago dei Ciclopi e lui le racconta la leggenda. Ne scrive anche in una lettera ad Attilio Bertolucci (il poeta, padre di Bernardo) ricordandogli che avevano parlato del mito di Penelope, e specifica che stava iniziando a ragionare su un personaggio ispirato a lei. 

Mi sono domandata se fosse possibile che questo personaggio fosse Modesta, la protagonista de L’arte della gioia. Ne ho parlato con Angelo Pellegrino, ma lui non l’ha confermato e a me è rimasto il dubbio. Comunque mi interessava capire perché Goliarda si interessasse del personaggio di Penelope, perché a noi l’hanno sempre descritta come la moglie fedele che resta a casa mentre il marito è via. In realtà è una donna che per vent’anni governa la propria isola come una regina, senza farsi mai portare via il potere. Una figura di grande forza. Mi piace molto la storia del tranello del letto: quando Ulisse torna a casa, lei non lo riconosce e non vuole farsi avvicinare. Allora gli tende un tranello, ordina a Euclidea di spostare il letto, una cosa che solo il vero Ulisse sa essere impossibile, e quando lui dà la risposta giusta, lei capisce che è proprio Ulisse. È come se il riconoscimento dovesse passare da qualcosa di fisico. Per questo mi interessava la figura di Penelope. 

Nel primo capitolo c’è un teschio di un elefante nano, che si trova nel museo di archeologia. In epoca arcaica gli elefanti nani erano endemici in Sicilia e il mito dei ciclopi probabilmente nasce dal ritrovamento di questi teschi, dalla cavità dell’orbita.

Pensavo fosse un soprannome comune in Sicilia, invece era una cosa della famiglia. 

Sempre nel primo capitolo troviamo il calco del viso della mamma, Maria Giudice, eroina del socialismo degli anni ’10-‘20. E’ stata la prima donna a capo della Camera del Lavoro a Torino, poi il partito l’aveva spedita in Sicilia, perché era un personaggio scomodo, dove incontrò Peppino Sapienza, soprannominato l’avvocato dei poveri. 

L’immagine del calco della madre è l’unica che ho progettato. Solitamente quando scatto vado nei posti e aspetto di vedere cosa succede, ma in questo caso ho chiesto a un amico scultore palermitano, Francesco Albano, di costruire un volto a partire dalle fotografie di Maria Giudice. Poi ho fotografato la forma negativa: mi piaceva, perché ha i richiami per far combaciare le due metà, proprio come si fa per i dolcetti della festa dei morti. Mi piace questa relazione con la morte, ché i morti sono sempre presenti, soprattutto il 2 novembre che ai tempi di Goliarda era un po’ come il loro Natale perché i morti portavano i regali. 

GG: Quando è morta la madre, Goliarda Sapienza è stata molto male, c’è questa parte nel libro?

F.T.: Sì, nel libro il capitolo si chiama Temporale, ma stavamo per chiamarlo Tempesta. Tutto inizia con 20 luglio 27 bagni, che è una annotazione scritta su un libro di Henry James. Goliarda Sapienza scriveva sempre sulle prime pagine dei libri. 20 luglio 27 bagni mi aveva molto colpito, perché sembrava una posologia – che poi era in effetti un po’ il suo modo di prendere le cose. Arrivava al mare e si impegnava nei tuffi: era famosa per tuffarsi da grandi altezze. 

I primi anni cinquanta sono il periodo più felice della sua vita, stava con Citto Maselli, che in quel periodo comincia ad avere un po’ di successo come cineasta, in casa iniziano a girare un po’ di soldi, possono andare in vacanza, in questa fotografia sono con degli amici, l’ho girata per sottolineare il movimento delle mani, che trasmette l’idea di amicizia. In questo periodo è circondata dagli amici.

Ha una vera passione per il paesaggio, quando è in Costiera Amalfitana prende la barchetta e fa i giri per le calette da sola … il paesaggio è meraviglioso, ma appena cambia il tempo, se arriva un temporale, può diventare pericoloso in un attimo perché sei molto piccolo rispetto allo strapiombo. Queste immagini sono scattate al Fiordo di Furore, che è uno di quei posti dove è meglio non andare quando la marea è alta e il mare cattivo. 

Dopo il primo tentativo di suicidio (ce ne sarà un secondo) si ritrova in una clinica psichiatrica. Siamo negli anni ’60, le fecero 14 elettroshock, perse completamente la memoria, l’uso dell’inglese, la patente, non sapeva più guidare. Dopo un po’ Citto Maselli riuscì a farla uscire, grazie all’intervento di un giovane psicoanalista, Ignazio Majore. La portarono a casa e fece due anni di psicoanalisi con Ignazio Majore – ne parla in Lettera aperta e Filo di mezzogiorno, che da il titolo al capitolo successivo: Mezzogiorno. Qui si parla proprio di questo, di quando vieni inghiottito dalle tue ombre. Si apre con la fotografia di un bassorilievo di Giona mentre viene inghiottito dalla balena. Poi c’è una foto che la ritrae nel momento della malattia. 

In una sua poesia parla di “morire sola e senza lenzuola” e quest’immagine mi ha sempre fatto pensare a quella poesia. Mezzogiorno parla di questo affondare, c’è l’immagine delle impronte dei piedi di Sant’Agata, che si trovano al santuario Sant’Agata al Carcere a Catania. Si dice che quando Sant’Agata fu torturata, quando le tagliarono i seni, i suoi piedi siano sprofondati nella pietra lavica per il dolore. Questo capitolo racconta simbolicamente il martirio, l’elettroshock, e poi la risalita, la ripresa di un contatto con il mondo attraverso la metamorfosi. 

È scrivere che aiuta Goliarda a uscire da questo periodo terribile; inizia L’arte della gioia e il capitolo successivo del mio libro si intitola, appunto, Gioia.

A ogni inizio capitolo ci sono queste finte trasparenze, in realtà le scritte sono stampate con un tono molto più leggero. Volevamo che l’occhio avesse la sensazione di intravedere una scritta sottile e la mano la percezione di una carta spessa. 

G.G. I dettagli di questi elementi naturali sembrano frutto dell’immaginazione eppure al tempo stesso torna la matericità degli elementi …

F.T. Questa prima immagine è un riferimento alla bambina che trascina un tronco all’inizio del libro.

“Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché, ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo così com’è: non mi va di fare supposizioni o d’inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente.”

La natura del luogo ha dei tratti che ricordano i disegni barocchi; sono aspetti che si riflettono nell’architettura e corrispondono anche al suo percorso di vita, inizia a scrivere L’arte della gioia, è il momento in cui tutto si scioglie, si riscalda, si colora. Quello che mi interessava era rendere la fisicità dei paesaggi, perché lei parla spesso di corpo e quando ne parla sono dei paesaggi, “sul legno della tua assenza”, oppure anche all’inizio de L’arte della gioia quando c’è l’incesto del padre con la bambina, nella narrazione è una roccia che le si rovescia addosso. C’è sempre il tema del paesaggio umano, Luca Reffo parla di mimica del paesaggio. È intraducibile, è come se fosse l’espressione mimica del viso del paesaggio. 

Le immagini della scala e gli altri dettagli appartengono a una villa storica di Catania, Palazzo Biscari. Nelle note in fondo al libro ci sono i nomi di tutti i luoghi che ho fotografato.

L’immagine della bambolina invece è di Pompei. C’erano queste bambole di terracotta con il sesso, noi non abbiamo più le bambole con il sesso. Ero andata a Pompei per recarmi alla Villa dei Misteri – cercavo una foto in particolare, che mi serviva per questo lavoro. Nella Villa dei Misteri c’è una sala in cui è rappresentato il momento in cui la donna si sposa, dal pre-sposalizio al momento in cui si unisce all’uomo e all’inizio ha orrore della sessualità. C’è una figura inorridita con tutti i veli che vanno in direzione opposta, un’altra è inginocchiata davanti a un grande telo che sembra coprire un vulcano, un simbolo evidentemente fallico. Mi interessava vedere questa sala, ma era piena di turisti e impossibile da fotografare, c’erano molti riflessi, il muro è lucido, appena riceve luce non si vede più niente. Il progetto è tutto così, andavo in un luogo per fotografare una cosa che avevo in mente, e poi trovavo altro. 

Nella parte dei testi abbiamo ripreso il suo inusuale modo triangolare di scrivere. Quando Angelo Pellegrino ci ha mostrato i manoscritti ci siamo detti ‘quando ci ricapita di fare dei testi triangolari’. I testi hanno diversi colori: l’italiano è bianco ed è il primo perché lei era italiana, il francese è grigio chiaro ed è secondo perché l’hanno scoperta per primi e l’hanno fatta conoscere a noi, l’inglese è l’ultimo ed è grigio scuro. Le note in verticale sono un riferimento a Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes. La costruzione delle pagine è complessa: c’è la finta trasparenza della pagina stampata al 6%, i testi all’inizio di ogni capitolo, le note alle immagini che in alcuni casi erano proprio necessarie, i crediti per gli archivi, le note al testo e le note verticali a cui ho accennato prima. La parte di testo è stata la più difficile da comporre: come dicevo, Luca ha anche rielaborato sette anni di miei appunti.

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G.G.: Avete lavorato al computer in queste fasi differenti o a mano? 

F.T.: Al computer facciamo solo la prima scrematura, poi lavoriamo con delle piccole stampe, soprattutto per le scelte di fino e per gli accoppiamenti: usiamo dei pacchetti di fotografie che disponiamo su pannelli. 

Quando ho iniziato questo lavoro ho pensato da subito a un libro. La fortuna è stata anche che Le Monde ha pubblicato delle immagini, quei soldi mi hanno permesso di andare avanti. Un’altra volta sempre Le Monde mi ha commissionato i ritratti di Angelo Pellegrino e Citto Maselli: a loro servivano dei ritratti istituzionali, ma è stato durante questo viaggio che ho fotografato la giacca di Citto, perché tra loro si dicevano che lei era una piccola Iuzzetta che abitava nel taschino della sua giacca. Rientrata a casa, guardando quella foto mi sono accorta che era identica all’ingresso della casa dove avevano abitato per 15 anni. Citto è morto tre mesi dopo il nostro incontro, dieci anni prima aveva avuto un ictus ed era in sedia a rotelle.

G.G: Mi vuoi dire qualcosa sulle scale che ritornano in ogni capitolo?

F.T. Il capitolo Straniera si apre con un gradino. Nel libro non sono raccontate tutte le storie, questo è il gradino di Anna la sediara. Quando Goliarda andò a bottega dagli artigiani, Anna le insegnò a intrecciare la paglia delle sedie. A un certo punto Anna fu trasferita altrove e Goliarda rimase giorni e giorni seduta su quel gradino a piangerla e aspettarla. Poi ci sono le scale del Monastero dei Benedettini, dove si trova l’università che avrebbe dovuto accogliere l’archivio di Goliarda Sapienza. Quando l’ho fotografato non sapevo che l’archivio sarebbe dovuto andare lì.

Sono attratta dalle scale. Nel capitolo 7. Il lungo viaggio c’è una scala che finisce nel nulla, è al Centro Sperimentale di Cinematografia a Cinecittà, dove Goliarda ha insegnato alla fine della sua vita. Era stata chiamata da Lina Wertmüller, che le aveva chiesto di insegnare, anche perché sapeva che era molto povera. Angelo crede che sia stata una delle cause della morte di Goliarda: i lunghissimi viaggi da casa e soprattutto il contatto con le nuove generazioni. Lei aveva un carattere molto forte, li strapazzava, ed è come se questo l’avesse consumata. 

IUZZA

G.G. All’inizio di Lettera aperta Goliarda Sapienza scrive che ha la necessità di mettere in ordine, categorizzare, creando verità e bugie al tempo stesso. 

Tu hai usato un criterio di verità?

F. T. Questa idea c’è sempre stata nel progetto: la memoria può essere uno strumento per reinventare. Tant’è che nei suoi libri può capitare di leggere racconti diversi di una stessa vicenda biografica. E’ tutto una rilettura, per non essere fedele a niente, ma conservare l’ispirazione.

GG: Questa domanda porta a quella successiva: tu parti dal testo, come ti relazioni poi con l’immagine?

F. T. Inizia sempre con un’intuizione, la sensazione che ci siano degli aspetti che mi interessano. Ci metto un po’ a capire cosa sia esattamente, ma poi cerco il modo più diretto per arrivarci. La parte interessante è sempre quello che accade lungo il percorso. Mi appassiona la narrazione, a volte sono dei micro progetti, dipende. 

Goliarda pone delle questioni: la questione del mare, del Mediterraneo, di un tipo di femminilità che è lontana dal femminismo della sua epoca. E’ molto interessante. È più un’anarchica, Quando firmo il libro, disegno sempre una stellina: è una stella di Sant’Agata, protettrice della città, ma è anche una stella della rosticceria dove lei andava sempre a prendere le crespelle e per me in realtà è sempre stata la stella dell’anarchia. Goliarda Sapienza è difficilmente classificabile, ma forse potrebbe considerarsi anarchica, anche se il mio obiettivo è sempre creare un contorno, non definire. 

Mi piacerebbe anche sapere da quali immagini e in che modo sono colpiti i lettori di Goliarda Sapienza. Molte fotografie sono ispirate alla sua vita e non tanto alle opere…per esempio dopo essere stata partigiana durante la guerra, aveva sempre la sensazione che potevano tornare i razzisti a prenderla, quindi a casa sua aveva dei nascondigli con delle porte segrete e nel libro c’è la foto della sua libreria con la porta nascosta. 

G.G. Quando lessi la prima volta L’arte della gioia anche se è differente, la continua trasformazione, evoluzione di Modesta, mi ha fatto pensare all’Orlando di Virginia Woolf. Cosa ne pensi? 

F.T. Quando Goliarda sapienza ha scritto L’arte della gioia all’inizio aveva un esergo di Empedocle, che poi nella versione stampata è stata tolta, ma penso che che sarebbe stata perfetta anche sull’Orlando, ed è questa frase:

“Perché già una volta io fui fanciullo e fanciulla e arbusto e uccello e muto pesce che guizza fuori dal mare».

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