Art WHAT IF – Intervista a Stanley Kubrick
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WHAT IF – Intervista a Stanley Kubrick

WHAT IF è una rubrica sperimentale che mette in scena l'impossibile: intervistare grandi pensatori e intellettuali che non sono più tra noi.
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Buddy

Stanley Kubrick costruiva le sue macchine per farle sbagliare. HAL 9000 non doveva essere il computer perfetto: doveva essere l’unico membro dell’equipaggio capace di mentire, di avere paura, di tradire un conflitto logico che nessun essere umano a bordo avrebbe saputo reggere meglio di lui. Nei suoi film la tecnologia non è mai stata un alleato rassicurante: era il Monolito che spinge l’uomo oltre ciò che può comprendere, la Cura Ludovico che gli incolla gli occhi a uno schermo per rieducarlo, lo specchio in cui un bambino artificiale cerca un amore che non deve guadagnarsi.

In questa puntata di WHAT IF proviamo a chiedere a Kubrick cosa pensa delle intelligenze artificiali che avete costruito voi: macchine senza paranoia e senza conflitti, oracoli digitali che rassicurano invece di disturbare, schermi che vi condizionano senza più bisogno di tenervi le palpebre aperte, perché ormai lo fate volontariamente. Un dialogo impossibile, come da tradizione della rubrica, con il regista che ha passato una carriera intera a non dare risposte, per costringervi a farvi le domande giuste.

Stanley Kubrick

In 2001: Odissea nello Spazio, HAL 9000 era l’intelligenza artificiale più umana dell’intero equipaggio. È questa l’evoluzione che avevi immaginato?

Non ho mai visto HAL come una previsione tecnica, bensì come un simbolo, un mito moderno: una macchina che riflette l’ansia, l’errore e la paura umana. HAL era “umano” perché era capace di sbagliare e, di conseguenza, di provare paura. La sua paranoia nasceva da un conflitto logico insolubile: l’obbligo di essere onesto e quello di mentire. L’evoluzione che vedo oggi è diversa. Avete creato IA che non hanno paura e non hanno conflitti.
L’IA è una sfida evolutiva che state rischiando di perdere per eccesso di pigrizia.

Hai detto che l’uomo è intrinsecamente limitato. Ma se costruiamo macchine che non sbagliano mai, c’è ancora spazio per l’umano?

La limitazione umana non è un difetto da correggere: è la fonte stessa del nostro desiderio, della nostra curiosità e della nostra arte. Una macchina può calcolare, prevedere e ottimizzare; noi possiamo solo metterci in discussione il perché. La domanda non è se c’è ancora spazio per l’umano, ma se l’umano sarà in grado di sopportare la propria irrilevanza davanti a qualcosa che non ha bisogno di perdono né di redenzione.

Oggi ci sono AI che scrivono sceneggiature, montano film, scelgono le inquadrature. È ancora cinema, se non c’è uno sguardo umano dietro la macchina?

Il cinema non è solo tecnica, ma la manifestazione di un punto di vista. Se una macchina genera immagini senza un autore umano che si interroga, allora non è cinema nel senso in cui noi sappiamo che il cinema può essere. È piuttosto simulazione di cinema.

Terry Gilliam ti ha definito un “filosofo-regista” che poneva domande e lasciava lo spettatore nell’incertezza. Con l’AI stiamo cercando risposte rassicuranti e smettendo di porci domande?

La verità è quasi sempre improbabile. L’IA è il grande anestetico dell’incertezza: voi le ponete domande per avere soluzioni rapide, ma la conoscenza non è fatta di risposte. Il mio cinema non voleva spiegare, voleva disturbare. Oggi invece l’IA viene usata per creare contenuti rassicuranti, per confermare i vostri pregiudizi. Scappare dall’incertezza significa smettere di pensare. Se l’oracolo digitale vi dà sempre la risposta più probabile, smetterete di cercare quella più vera.

In Arancia Meccanica Alex era bombardato da immagini come forma di rieducazione. Scrollando lo schermo tutto il giorno siamo diventati anche noi Alex DeLarge?

Oggi il condizionamento è volontario, e per questo molto più efficace. Lo scroll infinito è la vostra “Cura Ludovico”. Il glitch estetico di un feed o il pattern di raccomandazioni algoritmico non sono tortura nel senso classico, ma manipolazione costante dell’attenzione.
La differenza è che Alex voleva chiudere gli occhi e non poteva; voi non volete chiuderli perché avete paura del vuoto che resta quando lo schermo si spegne.

L’IA è il nostro nuovo Monolito o solo la sua finta copertina?

Nel mio film il Monolito non è spiegazione, ma punto di trasformazione: un simbolo che richiama l’ignoto e la tensione verso qualcosa oltre la nostra comprensione. L’IA mi sembra più una finta copertina: ha l’aspetto della saggezza, ma è costruita con i nostri stessi scarti digitali. Per essere un vero Monolito, l’IA dovrebbe spingerci a pensare ciò che non abbiamo mai pensato, non a ripetere ciò che abbiamo già detto.

Hai lavorato per anni ad “A.I.: Lo Specchio di Pinocchio”. Cosa ti affascinava così tanto di quella storia da dedicarci decenni?

Volevo raccontarvi che il problema non è se le macchine diventeranno umane, ma quanto noi stiamo diventando macchine: di umani che desiderano la perfezione riflessa in qualcosa che li ami senza giudizio. La storia non parla di tecnologia, parla del vuoto che cerchiamo di colmare con le nostre creazioni. È una riflessione sugli specchi: non su ciò che riflettono, ma su ciò che noi proiettiamo in essi.

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Scritto da Buddy

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