Lu Jiushi costruisce un immaginario visivo denso e rumoroso dove ogni elemento sembra spingere per occupare spazio. Le sue illustrazioni si sviluppano come pagine di uno sketchbook lasciato aperto troppo a lungo, dove segni, colori e personaggi si accumulano fino a saturare la superficie.

Le scene sono affollate da figure ibride, spesso animali antropomorfi o creature deformate, che convivono con oggetti quotidiani fra console portatili, cellulari ed elementi di vita quotidiana, creando una narrazione frammentata che sembra uscire direttamente da un flusso mentale più che da una costruzione razionale. È un mondo che mescola cultura pop, suggestioni da videogame e un immaginario quasi infantile, ma filtrato attraverso una sensibilità più inquieta.

Il segno è uno degli elementi più riconoscibili: sporco e volutamente instabile nel miglior senso del termine possibile. Le linee non definiscono mai completamente le forme, ma le rincorrono, le correggono, le contraddicono. Anche il colore segue questa logica, con campiture che si sovrappongono, si sporcano, si contaminano. Le palette sono accese, ma mai davvero “pulite”: ogni tinta sembra passata attraverso un filtro materico che la rende più fisica, quasi polverosa.

C’è anche una forte componente narrativa, ma non lineare. Le immagini funzionano come piccoli ecosistemi visivi in cui convivono più livelli: il sogno, il ricordo, il gioco e, perché no, anche la noia. Un personaggio può dormire su un libro mentre un altro gioca, mentre altrove compare una figura che sembra uscita da un pensiero o da un ricordo deformato. Tutto accade nello stesso momento, senza gerarchie.

In questo senso, il lavoro di Jiushi si avvicina più a una pratica di accumulo che di sintesi. Non c’è mai l’intenzione di semplificare, ma piuttosto di lasciare che l’immagine resti aperta, attraversata da stimoli diversi. Il risultato è un linguaggio visivo immediato ma stratificato, che cattura lo sguardo proprio perché rifiuta di essere ordinato.


