Articolo di Floriana Savino
Nel soffio vitale di una ricca e variegata interconnessione dei mondi risiede la specificità dell’agire per l’arte di Jessie Rose Vala (Madison, Wisconsin, 1977). L’artista visiva, docente per l’Università dell’Oregon, coltiva da anni e con splendore la possibilità di inseguire uno spirito vegetale e minerale, che rifulge nell’incontro con l’orizzonte dell’umano.
«Il nostro pianeta roccioso e sognante», costituisce per Vala il terreno privilegiato di un’ibridazione per l’arte contante su molteplici materiali. Muovendo dall’archetipica argilla, sino a sfiorare il gres e una materia eletta del progresso come la luce al neon, l’artista aspira a tessere un itinerario che suggerisce nuove possibilità e differenti visioni.


Nell’universo fantasy, solitamente restituito dalle più famose saghe cinematografiche, rifulge da sempre il sogno di figurarsi alla vista e alla mente il risveglio notturno delle specie vegetali e sotterranee che abitano il mondo. Sovente sopraggiungono pozioni magiche e mani stregate a donar ai comuni mortali la possibilità di superare la soglia per assistere al dialogo e, così, alla vitalità fantastica di specie genericamente reputate inanimante e immobili. Mondi chimerici popolati da forme ibride, al pari di reliquie o araldici emissari, popolano lo spazio progettato da Vala nell’incontro espositivo con il pubblico. Per Chefas Projects, a Portland, l’artista ha dato corpo a un percorso contante sulla materia di un sogno tangibile e vivo. Specie vegetali, allarmatamente a rischio estinzione, vengono evocate nella materia ricercata del gres abbracciando smalti colorati e, così, la dinamicità di tubi al neon nutriti dalla presenza cromatica dei gas nobili.


Ragionando la portata del mito e la lunga tradizione di leggende primordiali tramandate oralmente, piante e impollinatori come la falena sfinge, il Boise Dentelle e il pipistrello dal naso lungo maggiore attivano la possibilità di ragionare il nostro complesso rapporto con la salvaguardia delle diverse specie viventi. Ricusando il prevalere dell’umano su ogni altra possibile forma di vita, Jessie Rose Vala intona il richiamo alla natura misterica, profonda e animistica legata alla forza e all’esistenza vegetale e minerale. Il mito celebrato dalla scultura di Vala sembra così riprendere le belle pagine offerte da Alain Badiou nell’opera filosofica Lo splendore del nero (2017).
Il noto filosofo francese, a tal proposito osserva:
Per quanto ci è dato di vedere, in pratica il mondo vegetale ignora il nero. Ai nostri occhi abbagliati […] è davvero un’apoteosi di colori. […] Dobbiamo forse concludere che le piante rappresentano il simbolo del non-nero, la forclusione stessa del nero operata dai colori che risplendono su quel tappeto verde da gioco che è il mondo? Potrebbe essere per questo motivo che Alexandre Dumas […] ha trasformato il tulipano nero nell’emblema dell’impossibile, nell’ultimo fiore […] Eppure […] a metterci in guardia dovrebbe bastare da solo il Rafano Nero! Il rafano […] è testimone […] che la vera essenza dei fiori, degli steli, dei rami e delle foglie [risiede] in ciò che li tiene avvitati alla terra nutrice. In poche parole, la nera e sotterranea oscurità delle radici.
Abbracciando il terreno di un sodalizio nuovo, desto e possibile, lo spazio degli Impollinatori evocato in galleria apre uno scorcio della visione entro le intricate e preziose maglie che, indissolubilmente, legano l’esistenza dell’umano al lavoro sotterraneo e indispensabile di specie ignorate e silenziate. Lungo le rotte di un progresso che tende al primato e a una irresponsabile aggressività, Jessie Rose Vala offre lo specchio per una considerazione altra, vitale e intellettualmente sognante.



