Articolo di Floriana Savino
È così che il New York Times descrisse Marisol — al secolo María Sol Escobar, nata a Parigi nel 1930, cresciuta tra Venezuela e New York — all’indomani della sua seguitissima personale alla Sidney Janis Gallery nel 1967. «Astuta come il diavolo e più cattiva che mai»: una definizione ironica che, paradossalmente, la centrava in pieno. Fino al 23 agosto 2026, la Kunsthaus di Zurigo ospita la prima retrospettiva europea dedicata all’intero arco della sua carriera.

Photo: Brenda Bieger, Buffalo AKG Art Museum
Negli anni Sessanta, mentre la Pop art stava ridisegnando i confini dell’arte contemporanea, Marisol si muoveva su un binario parallelo e più tagliente. Assemblava blocchi di legno, simboli e materiali di scarto della società dei consumi in sculture che parlavano chiaro: il sogno americano era una trappola. La mogliettina sorridente dal capello cotonato, il machismo lucidato a specchio, il corpo femminile ridotto a complemento d’arredo — tutto finiva sotto la lente della sua ironia dissacrante, trasformato in materia prima per una critica feroce e gioiosa allo stesso tempo.

Photo: Brenda Bieger, Buffalo AKG Art Museum
La sua non era solo estetica. Era una messa in discussione sistematica della cultura pop, tenuta saldamente nelle mani di una potente maggioranza maschile. Plastica, vinile, superfici lucide: gli stessi materiali dell’oggettificazione, ribaltati e svuotati di senso. Non a caso, in quel periodo, belle gambe snelle e carnose labbra rosse comparivano tanto nei cartelloni pubblicitari quanto nei complementi d’arredo più ambiti — il corpo di donna come punto perno del mobilio, della pubblicità, dell’immaginario collettivo. Marisol lo sapeva, e lo usava contro se stesso.

Photo: Brenda Bieger, Buffalo AKG Art Museum
Ogni scultura rimaneva artigianale, unica, irriproducibile. Una scelta precisa, in aperta opposizione alla logica della serialità e del profitto. Come scriveva Carla Lonzi, «l’immagine femminile con cui l’uomo ha interpretato la donna è stata una sua invenzione» — e Marisol ne era perfettamente consapevole. Il suo lavoro non rifiutava il linguaggio della Pop art, lo smontava dall’interno, pezzo per pezzo, con la stessa cura artigianale con cui assemblava i suoi blocchi di legno.

Photo: Brenda Bieger, Buffalo AKG Art Museum
Con gli anni, il suo sguardo si allargò oltre i confini del consumismo americano, intercettando i legami tra sfruttamento del suolo, lavoro senza tutele e coercizione del corpo femminile. Un’arte che non smetteva di interrogare il presente, qualunque fosse il presente.
Fino al 23 agosto 2026, la Kunsthaus di Zurigo ospita la prima retrospettiva europea dedicata all’intero arco della sua carriera.

Photo: Brenda Bieger, Buffalo AKG Art Museum
in cover: Marisol, Mi Mama y Yo, 1968 © Estate of Marisol / 2026, ProLitteris, Zurich
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