Crudele, compassionevole, ma anche onesta. La fotografia di Martin Parr guarda con sarcasmo agli aspetti più autentici della società consumistica in cui viviamo, scegliendo con cura i soggetti che incarnano i nostri tratti più ridicoli e imbarazzanti. Il suo linguaggio, che negli anni Settanta passa dal bianco e nero ai colori saturi e più tardi dalla scena al dettaglio, è provocatorio e irriverente, talvolta spietato. Tutto gira intorno alla cultura di massa, dal nostro rapporto con il cibo fino al turismo. Di fronte alle foto di Parr non possiamo far altro che ridere di noi stessi, una risata che porta con sé una leggera vergogna. «Quello che penso dell’uomo contemporaneo è abbastanza deprimente», ha detto Martin Parr durante la conferenza stampa al Mudec Photo di Milano, che da oggi 9 febbraio ospita la sua mostra personale, «vogliamo mostrare la parte migliore di noi ma la realtà è diversa, la mia è solo una traduzione di ciò che leggo nel mondo».

«Martin Parr non si può definire reporter ma più correttamente fotografo documentarista», ha spiegato oggi durante una conversazione con Parr la storica e critica della fotografia Roberta Valtorta, continuando: «Parr non è qualcuno che racconta dei fatti che si svolgono, ma è un osservatore accanito di certe cose che lui ha scelto come soggetto». La mostra Short&Sweet – aperta fino al 30 giugno 2024 e curata dallo stesso Parr con Magnum Photos -, dà particolare risalto a Common Sense, la serie che lo ha reso famoso e che meglio esplicita la sua ricerca sulla società “vetrinizzata”, schiava dell’apparenza e condizionata dai mass media. In un certo senso, come ha sottolineato Valtorta, il suo è un approccio antropologico volto all’osservazione meticolosa del tempo libero delle persone, sempre alla ricerca dell’elemento kitsch. I luoghi di svago, le spiagge e le mete turistiche sono i contesti entro cui Parr immortala i suoi soggetti. Il suo successo è da ricercare nell’aspetto divertente, estremamente colorato e irriverente, oltre che nella potenza delle immagini che guardano ai codici del linguaggio pubblicitario e commerciale «che con i colori vende un prodotto, mentre io» dice Parr, «uso i colori accesi per vendere una visione».







In Cover: Martin Parr, Common Sense, 1995-1999 © Martin Parr/Magnum Photos
