Dopo 50 anni Michael Heizer ha finito la sua “City” nel deserto

Dopo 50 anni Michael Heizer ha finito la sua “City” nel deserto

Tommaso Berra · 2 anni fa · Design

È il 1970 quando nella contea di Lincoln, nel deserto del Nevada, l’artista americano Michael Heizer inizia la costruzione di quella che per dimensioni è tra le più grandi opera d’arte contemporanea site specific mai costruita, occupando un’area di 2×0,4km.
Il 2 settembre finalmente inaugurerà “City“, dopo mezzo secolo di lavori e 40 milioni di dollari spesi per la sua costruzione. A discapito del nome, l’opera assomiglia a una città, o solamente nel suo alternarsi di volumi, rientranze e percorsi, che inseriti nel deserto creano un’ambiente da film fantascientifico come il “Dune” di Villeneuve o Star Wars.
L’ispirazione però è venuta a Michael Heizer mentre era in visita nello Yucatan, intento a studiare le costruzioni precolombiane dei Maya e in particolare Chichen Itza.

Heizer fonde i concetti e le forme di queste costruzioni preistoriche con quelli della città moderna, come per esempio il minimalismo e l’industrializzazione, utilizzando principalmente roccia, cemento e terra compatta.
“City” è un viaggio esplorativo senza percorsi, senza guide e cartelli, ma è concepito come uno spazio libero in cui avvertire il peso e la grandezza dell’opera e delle sue 5 strutture principali.
Per il momento l’ingresso è consentito solo su prenotazione e a un numero massimo di sei visitatori al giorno.

City | Collater.al
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MOTOREFISICO e RBSN insieme per una live performance

MOTOREFISICO e RBSN insieme per una live performance

Giulia Guido · 3 giorni fa · Design

MOTOREFISICO, il duo composto da Lorenzo Pagliara e Gianmaria Zonfrillo – due architetti e designer romani – ha realizzato “Fog Of War”, un’installazione pensata per il live di “Spiritural Leader”, un brano di RBSN. Il risultato è una vera e propria esperienza immersiva dove a separare musicisti e spettatori c’era solo l’opera d’arte. “Spiritual Leader” è un brano di RBSN ispirato al dub poet Linton Kwesi Johnson e contenuto in “Stranger Days”, il suo primo album pubblicato con l’etichetta americana Ropeadope.

Chi è RBSN

RBSN, nome d’arte di Alessandro Rebesani, è un musicista fortemente influenzato da suggestioni internazionali che vanta un sound personalissimo e originale. Il suo stile combina jazz, musica elettronica, psych/soul e pop. Nel corso della sua formazione collabora con l’etichetta Tight Lines e con Sofar London ma una delle partnership più interessante è sicuramente quella con Tate Modern. Nel 2022 è il primo artista italiano nonché il più giovane a essere messo sotto contratto dall’etichetta newyorchese Ropeadope, che dà alle stampe il suo primo disco “Stranger Days”, apprezzato dagli addetti ai lavori e non solo. Oggi fa parte di ODD Clique, collettivo ed etichetta musicale nata a Roma per celebrare e diffondere ovunque la sua ricca scena musicale caratterizzata da un respiro internazionale.

Design e musica

La sintonia – palpabile durante la performance – è dovuta dal rapporto sinergico fra Lorenzo Pagliara e RBSN che collaborano dal 2018 su perfomarce AV. La sonorizzazione dei vari mapping in concomitanza alla performance è sicuramente uno dei punti di forza di questo happening.

MOTOREFISICO e RBSN insieme per una live performance
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Gli oggetti impossibili di Katerina Kamprani

Gli oggetti impossibili di Katerina Kamprani

Giulia Pacciardi · 16 ore fa · Design

Provate ad immaginare come sarebbe la vostra vita se tutti gli oggetti che la compongono cambiassero, all’improvviso, la loro forma. Se da utili diventassero irrimediabilmente e incredibilmente inutili. Questo esperimento, dal nome The Uncomfortable, lo ha fatto l’architetto atenese Katerina Kamprani e il risultato è molto peggio di quanto possiate aspettarvi. Gli oggetti, tutti progettati con gli stessi materiali di cui sono fatti nella realtà, perdono la loro funzione diventando complicatissimi da utilizzare. Il motivo per cui sono nati, secondo le parole della designer stessa, è solo ed unicamente per infastidire chi li vede e chi vorrebbe anche provarli. Non deve essere semplice mangiare con una forchetta di catena, bere del vino da un bicchiere siamese o uscire in un giorno di pioggia con degli stivali bucati sulla punta. Eppure c’è chi vorrebbe provare.

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Come arte e design rispondono all’inquinamento

Come arte e design rispondono all’inquinamento

Giorgia Massari · 4 giorni fa · Art, Design

«Mi preoccupo, ma non me ne occupo», con una citazione del suo barbiere, Ferdinando Cotugno termina l’articolo su Rivista Studio a tema inquinamento dell’aria, riassumendo in modo schietto e sincero l’atteggiamento dei più nei confronti del problema. La pessima qualità dell’aria è un tema caldo già dall’inizio del nuovo anno ma è negli ultimi giorni, soprattutto a Milano e in tutta la Pianura Padana, a diventare protagonista. I dati mostrati sono allarmanti, sui social tutti sembrano condividere le infografiche. Quel colore viola intenso ci preoccupa, soprattutto se guardiamo al resto d’Europa, colorata di verde e blu, persino nelle grandi metropoli come Londra e Parigi la situazione sembra essere stabile. Ciò non significa che il resto d’Europa – o del mondo – si comporti meglio rispetto a noi, il motivo di questa sostanziale differenza è la conformazione geografica, ma questo non toglie che la situazione è grave e va affrontata. L’ansia diffusa sui social sottolinea un allarmismo dal basso che non sembra essere recepito dai piani alti. L’inquinamento dell’aria, lo smog, le polveri sottili – così come il cambiamento climatico in senso lato -, non sono di certo un tema nuovo. È un problema decennale che nascondiamo sotto lo zerbino, chi per rassegnazione chi per indifferenza, da tirare fuori solo quando diventa un trend, forse perché ce lo sbattono davanti agli occhi?

In questo senso, l’infografica assume un ruolo determinante. Un’immagine visiva può far scattare in noi un meccanismo di consapevolezza del problema, da invisibile e impercettibile a tangibile ed evidente. Se l’aspetto visivo è in quest’ottica fondamentale, chi meglio dell’arte può contribuire a diffonderlo? Oltre ai grafici che stanno circolando sui social, anche l’arte prova a inserirsi in questo contesto, ma non con poche difficoltà. Cercando sul web non è facile imbattersi in progetti davvero significativi, o meglio, che comunichino in modo efficace il problema ambientale. Qualche anno fa, lo scrittore, giornalista e antropologo indiano Amitav Ghosh pubblicava La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, interrogandosi sulle ragioni per cui gli artisti contemporanei trovassero difficile affrontare il tema delle catastrofi naturali. Una prima risposta la abbiamo avuta dalla recente mostra Everybody talks about the weather, nella sede veneziana di Fondazione Prada. Il curatore Dieter Roelstraete sostiene che il mondo dell’arte sembri prestare scarsa attenzione alla tematica, dunque tutti parlano del tempo tranne che il mondo dell’arte. O almeno, non come dovrebbe. In quest’ottica Roelstraete insiste sulla collaborazione tra scienza e arte, sfruttando la forza estetica del sapere scientifico e il protagonismo dell’arte contemporanea. La potenza dei meta dati e delle infografiche ritorna. «Questa mostra è preziosa perché potrebbe essere una delle prime di una nuova generazione capace di non fermarsi all’arte ma di “usarla” come occasione per lavorare su quella disattenzione socio-politica della società odierna che appare come il sintomo della nuova sindrome Don’t Look Up», facendo riferimento al film di Adam McKay del 2021, Nicola Davide Angerame su Artribune commenta lo sforzo comune dell’arte e della scienza nel delineare una forma di qualcosa che non la ha, ma non per questo può essere ignorata. Dunque, ora che il problema ha una forma potrà essere affrontato o, come in Don’t look up, lasceremo che il meteorite colpisca la Terra fino a distruggerla?

Verosimilmente, quest’ultima domanda non può avere una risposta univoca. Senza dubbio sono in molti a essersi attivati. Se da un lato l’arte – con uno sguardo scientifico e documentaristico – tenta di farsi portavoce di un messaggio, dall’altro sono l’architettura e il design a provare a rispondere in modo concreto al problema. In questo terzo paragrafo vogliamo essere possibilisti, riportando alcuni esempi significativi che fanno sperare in un futuro più sostenibile. Se pensiamo che più del 10% delle emissioni di anidride carbonica sono prodotte dal settore edile, rimanendo in territorio milanese è impossibile non citare il Bosco Verticale e prenderlo come esempio di un progresso ancora in corso. «Ormai sappiamo che le città giocano un ruolo importante nel plasmare il futuro del nostro Pianeta, essendo responsabili del 75% delle emissioni di CO2. E nelle città dobbiamo agire.» ci ha spiegato l’architetto del Bosco Verticale Stefano Boeri in un’intervista dell’anno scorso durante la Milano Design Week. «Le grandi città hanno l’opportunità di diventare parte integrante della soluzione al cambiamento climatico e alle problematiche ambientali che stanno influenzano la nostra vita di tutti i giorni, integrando la natura, salvaguardando quella esistente e aumentando il numero di foreste». Quello che Boeri suggerisce è una pratica che negli ultimi anni sta prendendo piede nella progettazione, ovvero quella di trarre ispirazione dalla natura per trovare materiali alternativi. In passato abbiamo già parlato del micelio, uno dei biomateriali più adatti a sostituire la fibra di vetro e il calcestruzzo, quest’ultimi tra i materiali più inquinanti. In quest’ottica è interessante citare il documentario di Netflix Verso il futuro, che nell’episodio 10 (I grattecieli) ipotizza uno scenario futuro in cui i grattacieli saranno completamente costruiti con materiali vivi che si inseriranno nel metabolismo della Terra, aumentando così la produzione di ossigeno e riducendo al massimo gli sprechi.

Gardens By The Bay, Singapore

Se in Verso il futuro viene citato sia il Bosco Verticale di Milano sia i Gardens by the Bay di Singapore, è il terzo episodio di Abstract – sempre su Netflix – a chiarirci ancora di più le idee. La protagonista dell’episodio è Neri Oxman, una designer israelo-americana ed ex professoressa nota per combinare arte, design, biologia, informatica e ingegneria dei materiali. Oxman lavora con un team multidisciplinare al MIT Media Lab, con una vision ben delineata: immaginare un futuro di completa sinergia tra la Natura e l’umanità. Il suo obiettivo è infatti quello di «creare materiali nuovi per la natura, con essa e derivati da essa», come per esempio il Silk Pavilion. Si tratta di una struttura metallica sulla quale dei robot – da lei progettati – hanno tessuto una rete di seta, completata dalla presenza di più di seimila bachi da seta che agiscono come “stampanti 3D biologiche” ricoprendo interamente la struttura iniziata dai robot fino a completarla.

Sono molti gli esempi che potremmo riportare dal campo della progettazione, ma anche la street art – nel suo piccolo – porta un contributo per contrastare l’inquinamento. Pensiamo alla vernice antismog utilizzata da alcuni, in grado di assorbire le polveri sottili presenti nell’aria. Uno dei più grandi d’Europa è a Roma, nel quartiere Ostiense, realizzato da Iena Cruz e assorbe la stessa quantità di smog di un bosco di trenta alberi. A Milano vi riportiamo un vecchio murales del 2019 di Camilla Falsini in Corso Garibaldi.

Indifferenza e attivismo. Due facce della stessa medaglia che caratterizzano l’atteggiamento socio-politico a un problema più che rilevante per la nostra sopravvivenza. Arte, architettura, design provano a inserirsi in una corrente ambientalista e offrono soluzioni alternative, ma basteranno a salvarci? Non ci resta altro che provare a ricordarcene sempre, non solo quando il nostro algoritmo lo decide. In questa scia critica verso noi stessi, chiudiamo questa riflessione con un cortometraggio dell’illustratore britannico Steve Cutts, che con un linguaggio crudo e diretto esplora la distruzione dell’ambiente per mano dell’uomo, forse spingendoci ad agire.

Come arte e design rispondono all’inquinamento
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Wekino diventa portavoce del K-Design

Wekino diventa portavoce del K-Design

Giorgia Massari · 5 giorni fa · Design

Si è appena conclusa la Stockholm Furniture & Light Fair, la fiera svedese dedicata al design. Senza sorprenderci troppo, abbiamo notato la nuova veste di Wekino, il brand coreano con sede a Seoul, che entra a tutti gli effetti nella scena internazionale del design, facendosi portavoce del cosiddetto K-Design. Come ormai è noto a tutti, la cultura coreana negli ultimi anni è un trend a tutti gli effetti, dalla musica al cinema, ma anche l’estetica e la skin care. È arrivato anche il turno del design. Wekino lo fa in modo intelligente, oltre al rebranding avvia una collaborazione con Note Design Studio con sede a Stoccolma. L’intenzione è quella di allineare il design coreano alla scena internazionale, diventandone un punto di riferimento. Per la nuova collezione, Wekino ha selezionato sei piccoli studi di design emergenti con l’intenzione di commissionare loro nuovi lavori che possano far coesistere la freschezza di cui necessitano e la tradizione. Il progetto si chiama Wekino With, i designer sono tutti rigorosamente coreani e la parola chiave è juxtoposition. Un binomio equilibrato tra artigianato e ipermodernismo. Scopriamo qui di seguito i sei studi selezionati e i prodotti che hanno realizzato per la collaborazione.

Studio Pesi e la sedia Stout


Studio Word e il tappeto Oddly

 
 
 
 
 
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Studio-Chacha e lo specchio Chroma


Studio Kunsik e il tavolo Salong


Kuo Duo e i due pezzi Reel Hanger e Book Worm


Kwangho Lee e la collezione di scaffali Pirouette

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