Milano è lo sfondo di “(T)rap&Architecture”, il progetto di Triennale

Milano è lo sfondo di “(T)rap&Architecture”, il progetto di Triennale

Giulia Guido · 2 anni fa · Art

Ieri vi abbiamo presentato “(T)rap&Architecture”, l’evento di Triennale Milano powered by adidas Originals che verrà trasmesso in streaming venerdì 16 aprile alle ore 18.00 sul sito e sul canale YouTube di Triennale Milano

“(T)rap&Architecture” sarà un digital talk che vedrà Bianca Felicori, curatrice dell’intero progetto, confrontarsi con Frah Quintale, Rkomi e The Night Skinny e riflettere su tematiche legate alla città di Milano, sull’evoluzione che ha avuto negli anni e su come sarà in futuro, ma anche sul profondo legame che unisce da sempre i generi trap e rap e il contesto urbano. Argomenti già ben noti alla curatrice. 

Architetto, ricercatrice e autrice per diverse testate italiane, Bianca Felicori nel 2019 dà vita a “Forgotten Architecture”, una piattaforma dove il focus è sulle architetture meno conosciute in giro per il mondo. In breve tempo questo progetto si trasforma in un vero e proprio archivio di luoghi quasi dimenticati, ma sempre affascinanti, diventato risorsa principale per i suoi lavori indipendenti e le sue collaborazioni. 
Parallelamente, la sua ricerca si concentra sul rapporto tra l’architettura e altre discipline, prima tra tutte la musica rap e trap. 

Il talk, oltre ad approfondire questa tematica, offre anche la possibilità di scoprire o riscoprire luoghi della città di Milano, dalle periferie ai quartieri centrali, sia attraverso i racconti di Frah Quintale, Rkomi e The Night Skinny, ma soprattutto grazie a una documentazione fotografica e video realizzata ad hoc per l’evento. 

L’obiettivo di Marco Aurelio Mendia, fotografo da sempre attirato dal paesaggio urbano, e la camera di Van Khokhlov, filmmaker specializzato nell’advertising, hanno seguito i tre protagonisti in alcuni luoghi iconici di Milano, dove l’architettura fa da padrona e caratterizza zone e quartieri. 

Noi, curiosi di sapere come nasce un progetto come “(T)rap&Architecture” abbiamo fatto un paio di domande a Bianca Felicori, e per prepararci ancora meglio all’evento di venerdì 16 ci siamo fatti spiegare da Marco Aurelio Mendia e Van Khokhlov alcuni aspetti del loro lavoro. 

BIANCA FELICORI

Come hai cominciato il tuo progetto di ricerca e cosa ti ha fatto appassionare in particolare al rapporto tra architettura e musica rap e trap? 

Le motivazioni per cui ho iniziato questa ricerca sono molteplici ma se vogliamo essere sintetici possiamo dire che unisce perfettamente quella che ero e quella che sono in un tema unico. Da giovanissima (undici anni più o meno) ho iniziato ad avvicinarmi al rap italiano e poi l’hip hop americano (un percorso al contrario, insomma). Essendo nata a Bologna, sentivo molto vicina la scena della mia città, al tempo dominata dalla PMC-Porzione Massiccia Crew, ma seguivo anche quella milanese e romana in particolare. Crescendo e iscrivendomi al liceo ginnasio, mi sono resa conto di quanto esistesse realmente un atteggiamento paternalistico nei confronti di questa cultura e delle sue derivazioni. C’era una sorta di visione classista e veniva considerato come un genere musicale adatto soltanto a chi viveva in contesti di emarginazione sociale. Cosa assurda da pensare oggi. Negli anni poi, dopo essermi iscritta alla facoltà di architettura di Milano, ho sviluppato una coscienza personale sul tema, sono cresciuta e mi sono resa conto di quanto parte del mio background culturale potesse essere letto in relazione a quella che ero diventata, un architetto, una ricercatrice e un’autrice. Da qui è nato e si è sviluppato nel tempo il mio interesse per l’architettura utilizzata come background nei video musicali, che è diventato un pretesto per instaurare un dibattito politico, antropologico e sociale sulla città e sulla nostra cultura.

Perché credi sia importante portare avanti questo discorso e quale riscontro hai ricevuto da chi ti segue fino ad ora? 

Io sono una privilegiata, figlia di persone che si sono costruite “ex novo” come professionisti e come genitori. La fatica che loro hanno fatto per raggiungere certi traguardi la sento mia e ne vado fiera. Il tema del riscatto sociale oggi per me è centrale ed è centrale anche in questo progetto. Io credo che, oltre all’interesse che può suscitare l’idea di portare in un contesto come quello di Triennale Milano un esperimento transdisciplinare di questo tipo, molte delle persone che sono interessate al progetto sposano anche il pensiero fondativo che ogni volta tengo ad esplicitare. Questo progetto, inoltre, permetterà di raggiungere il pubblico degli artisti e coinvolgerlo in un ambiente culturale. Viceversa gli artisti avranno modo di leggere il loro lavoro in relazione a temi urbanistici e architettonici spesso considerati disconnessi rispetto alla loro realtà. 

MARCO AURELIO MENDIA

L’architettura e il paesaggio della città non sono soggetti a te sconosciuti. È da anni infatti che la tua ricerca artistica passa attraverso la street photography e l’esplorazione della metropoli, partendo dal mondo dei writers arrivando a fotografare dai tetti e catturando gli skyline della città. (T)rap&Architecture pone il focus sul rapporto tra l’architettura di Milano e la musica, come si riflette questo legame nei tuoi scatti? 

Si può dire che i progetti sono più simili di quanto sembrino, i graffiti e l’esplorazione urbana. La domanda che mi sono posto durante la ricerca è se è la persona a sfruttare e contaminare l’ambiente circostante o l’architettura stessa a influenzare chi sfrutta l’angolo di città al quale è più legato e cresciuto. Personalmente penso che sia un buon mix: ad esempio alcune storie raccontate attraverso la musica parlano proprio di quei contesti in cui gli artisti sono cresciuti, da cui sono ispirati, che hanno contribuito alla loro crescita personale.
Il mio interesse è sempre stato quello di raccontare questo sottile legame tra uomo e contesto urbano, che si trattasse di graffiti nei tunnel delle metro, o tetti affacciati sugli skyline. Mi ha sempre affascinato vedere come del cemento asettico possa diventare un contenitore di idee e fonte di ispirazione a livello multidisciplinare.

Quali sono gli elementi più difficili da calibrare e da studiare per realizzare degli scatti in cui il protagonista è importante tanto quanto l’ambiente circostante?

Sicuramente in fase progettuale quello di unire due linguaggi differenti, cercare di raccontare questi elementi architettonici nel modo adeguato e dare voce al soggetto.
Poi nella realizzazione del contenuto, degli scatti, è stato molto naturale. Ho riscontrato una forte sinergia tra i luoghi selezionati e gli artisti, proprio come un backdrop fotografico fatto su misura.

VAN KHOKHLOV 

Il tuo lavoro come filmmaker è iniziato dalla tua passione per lo skateboard per poi specializzarti nell’adverstising, soprattutto nel mondo della moda. (T)rap&Architecture invece è un progetto che unisce architettura e musica, come ti sei approcciato a questo lavoro? Com’è stato lavorare con Frah Quintale, Rkomi e The Night Skinny? 

Sono sempre stato affascinato dall’architettura, sin dai tempi in cui facevo il filmmaker di skate. Andavamo in giro ovunque, il più delle volte in strada, e trovavi palazzi con costruzioni assurde. In questo progetto ho ritrovato il me di quegli anni ed e stato figo mettere il tutto insieme. Con Frah e gli altri ragazzi c’è stata subito intesa, molti di loro vengono dalle mie stesse realtà e ci siamo capiti subito. 

Come sei riuscito realizzare un lavoro in cui il focus è sull’architettura senza togliere spazio ai tre protagonisti?

Generalmente bisogna ricordarsi di inserire con cura le figure all’interno degli spazi architettonici: serve solo un po’ di mano e le basi della composizione. Il resto è puro gusto e fantasia.

Milano è lo sfondo di “(T)rap&Architecture”, il progetto di Triennale
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Il nudo artistico e la liberazione nelle foto di Lucie Nechanicka

Il nudo artistico e la liberazione nelle foto di Lucie Nechanicka

Tommaso Berra · 5 giorni fa · Photography

Forma di libertà e autoaffermazione nei confronti di un mondo di convenzioni e vincoli, fotografando il proprio corpo nudo l’artista Lucie Nechanicka vuole raggiungere questa condizione di libertà personale ed emotiva.
Nata in Repubblica Ceca e ora con base nel Regno Unito, Lucie rappresenta questa libertà innanzitutto spogliandosi di qualsiasi velo che può condizionare lo sguardo, per allontanarsi da una visione tradizionale della nudità e tornando a una tradizione del corpo, visto come unità pura, elemento che più condivide meccanismi con la Terra e la natura.
Tecnicamente Lucie Nechanicka rappresenta il concetto di libertà attraverso la distorsione prospettica oppure nascondendo il proprio corpo o giocando con le ombre, che sono sia naturali sia portate da altri oggetti che creano decori sulla pelle. L’utilizzo di angoli insoliti aiuta ad uscire dalla monotonia della narrazione sul corpo umano in fotografia, così come altri elementi che sembrano mettersi tra il soggetto e lo spettatore, come lenti, filtri o specchi, capaci alterare una prima impressione che è tutta la riscrivere, rivedere e analizzare fuori dagli schemi tradizionali.

Il nudo artistico e la liberazione nelle foto di Lucie Nechanicka
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Karen Navarro e la migrazione come formazione di un’identità

Karen Navarro e la migrazione come formazione di un’identità

Tommaso Berra · 1 settimana fa · Photography

La fotografia a tecnica mista di Karen Navarro è uno strumento attraverso il quale l’artista argentina esplora lati del proprio passato, della propria identità e delle cause che hanno portato a definire certi tratti personali, condivisi con un intero popolo.
L’artista multidisciplinare realizza foto, collage e sculture incentrate sul tema dell’appartenenza, a un luogo fisico e ad un altro dell’anima, utilizzando ritratti e ricorrendo all’uso della parola scritta. Tutta la produzione artistica di Navarro è influenzata dal suo essere immigrata (ora lavora negli Stati Uniti, a Houston) e discendente da popolazioni indigene del Sud America.

La migrazione nel lavoro di Karen Navarro è infatti vista come un processo di trasformazione interiore, di formazione di un’identità collettiva che plasma di riflesso quella personale. L’interpretazione dei simboli della propria cultura è presente sia nelle installazioni ma soprattutto nelle foto, in cui i soggetti spiccano proprio grazie a questi dettagli, insieme al lavoro di trasformazione dell’immagine e decostruzione dell’opera.

Karen Navarro | Collater.al
Karen Navarro | Collater.al
Karen Navarro | Collater.al
Karen Navarro | Collater.al

Karen Navarro | Collater.al
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Karen Navarro e la migrazione come formazione di un’identità
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Una nuova mostra a Bologna curata da Mulieris Magazine

Una nuova mostra a Bologna curata da Mulieris Magazine

Tommaso Berra · 2 settimane fa · Photography

Per due mesi, dal primo febbraio al 30 marzo 2023, a Bologna lo spazio espositivo il concept studio THE ROOOM ospiterà una nuova mostra, curata da Mulieris Magazine.
Il titolo del progetto è DREAMTIGERS, una citazione allo scrittore argentino Jorge Luis Borges e al suo straordinario immaginario in cui gli animali ricoprono un ruolo fondamentale per stimolare ricordi e immaginazione.

DREAMTIGERS è una mostra che grazie alle opere di Lula Broglio, Alejandra Hernández, Joanne Leah, Sara Lorusso, Sara Scanderebech, Ayomide Tejuoso (Plantation), assieme alle installazioni di The Mosshelter di Marco Cesari, si serve dell’immaginazione. Questa dimensione apre così un mondo di possibilità non solo per la mente ma anche per la rappresentazione di ciò che è reale.
Una fusione, quella tra reale e immaginario, che Sigmud Freud definiva l’ombelico del sogno, luogo indefinito in cui è possibile affrontare con libertà i temi che in questi anni hanno fatto conoscere al pubblico la realtà di THE ROOOM e Mulieris Magazine. Tra questi temi sicuramente c’è la condanna a qualsiasi forma di discriminazione e la parità di genere, affrontate negli anni attraverso la divulgazione, splendidi volumi e progetti artistici molto interessanti che continueranno con la mostra Bolognese.

Mulieris Magazine | Collater.al
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Una nuova mostra a Bologna curata da Mulieris Magazine
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La fotografia stenopeica scattata dalla bocca di Justin Quinnell

La fotografia stenopeica scattata dalla bocca di Justin Quinnell

Tommaso Berra · 2 settimane fa · Photography

Che cos’è la fotografia stenopeica? Si tratta un’immagine scattata attraverso il procedimento fotografico della stenoscopia, una tecnica che come le fotocamere più moderne sfrutta il principio della camera oscura, utilizzando però un piccolo foro come obiettivo, che attraverso la diffrazione crea immagini.
Justin Quinnell è considerato tra i principali esperti di questa tecnica, sia per i suoi quasi trent’anni da docente in tutto il mondo sia per la sua produzione artistica di fotografie sperimentali.
Da Bristol, dove vive, realizza fotografia utilizzando camere stenopeiche, creando situazioni e punti di vista insoliti, grazie alle possibilità del mezzo e alle deformazioni dell’immagine.

Tra le serie fotografiche più bizzarre di Justin Quinnell c’è quella realizzata utilizzando una smileycam, una macchina fotografica che l’artista inserisce completamente dentro la propria bocca, sfruttando così la forza di un punto di osservazione – POV per utilizzare una definizione di moda – insolita e molto bizzarra. nell’inquadratura compaiono quindi tutti i denti di Quinnell, che l’osservatore finisce di conoscere meglio del dentista dello stesso artista. Oltre i denti di volta in volta si presentano diversi soggetti, che descrivono la quotidianità di Justin, si parte infatti con lo spazzolino alla mattina, passando per i pasti e il cocktail da condividere alla sera. Dalla bocca del fotografo teniamo traccia anche dei suo viaggi, così tra un incisivo e un canino spunta Piazza San Marco a Venezia e il Teatro dell’Opera di Sidney.

La stenoscopia non prevede nessuna particolare messa a fuoco, per questo le foto sembrano molto amatoriali. In passato ha rappresentato un punto alto per la tecnologia, ora, superata da obiettivi e lenti decisamente più performanti, viene utilizzata per progetti più sperimentali e artistici, grazie alla possibilità di poter creare punti di vista strani e risultati imprevedibili. Il lavoro di Quinnell ne è un esempio molto chiaro, se poi aveste voglia di scoprire cosa vede la vostra bocca, qui potete trovare anche la smileycam.

Justin Quinnell | Collater.al
Justin Quinnell | Collater.al
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La fotografia stenopeica scattata dalla bocca di Justin Quinnell
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