Bianca, leggera, anonima, eppure è un icona del mondo del design e molto di più. La Monobloc è ovunque intorno a noi, sui balconi delle case, nei bar sulle spiagge, nei negozi, a fiere e sagre, nelle foto di editoriali di moda, sulle copertine di album musicali. Un oggetto semplice, eppure potente, che in molti casi riflette il nostro rapporto col design, la cultura di massa e la quotidianità.
Il termine Monobloc deriva dal francese “moule monobloc”, ovvero stampo in blocco unico. Non si tratta quindi del nome di un’azienda o di un prodotto, ma è una vera e propria definizione tecnica.

La sua storia ha origine tra gli anni ’40 e ’50 e tra i primi esemplari si cita quella del designer canadese Douglas Simpson che risale al 1946. La sua evoluzione, poi, viaggia in tutto il mondo passando per la Francia tra le mani dell’ingegnere Henry Massoner, fino ad arrivare alla produzione in massa con il lancio sul mercato della Resin Garden Chair prodotta da Grosfillex.
Il suo design si basa su analisi funzionali precise: buchetti sullo schienale per drenare l’acqua, spessore ridotto ma struttura resistente e curva studiata per adattarsi al corpo umano. Le gambe sono progettate per resistere a pesanti carichi e allo stesso tempo la loro posizione permette di impilarne molte una sull’altra senza deformarsi. Insomma, ogni elemento visivo – fori, braccioli, dorso – ha una funzione ergonomica, termica o strutturale.
L’industrializzazione della plastica e lo sviluppo della tecnica di stampaggio a iniezione hanno permesso di realizzare una sedia in meno di due minuti, abbattendo di gran lunga i costi. È questa economicità estrema che rompe le barriere: design democratico, accessibile, senza compromessi sulla funzionalità.
Sicuramente la Monobloc non nasce con l’obiettivo di essere un’icona del design, eppure lo diventa.

In Italia la Monobloc, meglio conosciuta come “la sedia bianca di plastica”, è diventata parte del paesaggio estivo tanto da essere considerata una vera e propria icona dell’estate italiana. Basta immaginare un pranzo in spiaggia, un aperitivo in terrazza o un bar di paese e ci verrà in mente lei, la sedia bianca in plastica.
Non a caso, a partire dagli anni ’80, molte fabbriche italiane hanno realizzato la propria versione, adattando gli stampi a standard locali, colori più vicini alla nostra cultura e dimensioni coerenti ai nostri spazi. Così facendo il mercato nazionale ha visto nascer versioni più robuste o colorate, a volte più leggere o più piccole.


Ma la sedia bianca in plastica non fa parte solamente della tradizione del nostro Paese. A dimostrarlo nell’ultimo anno è stato Bad Bunny con il suo ultimo album DeBÍ TiRAR MáS FOToS. Per la cover dell’album è stata scelta una fotografia scattata da Robinson Florian che mostra due sedie Monobloc bianche su un prato: non solo un elemento estetico, ma un simbolo culturale ed emotivo ricco di significati. A Porto Rico – e non solo – questa è la sedia caratteristica di riunioni familiari che avvengono in cortili o strade poco trafficate. In questo caso, la scelta di Bad Bunny di rappresentarle vuote simboleggia la nostalgia e la mancanza per le persone care che non ci sono più, o che hanno dovuto vedere i parenti emigrare in un altro Paese.
In pochi giorni moltissime persone hanno rivisto il proprio luogo d’origine in questa immagine che le sedie bianche sono state utilizzate durante l’intera campagna di lancio del tour, apparendo magicamente davanti ai palazzetti a agli stadi in cui il cantante portoricano si sarebbe esibito.

Insomma, la Monobloc, con la sua semplicità è riuscita a trasformarsi da pezzo di design a fenomeno sociale.
A contribuire alla sua diffusione sono state anche le rivisitazioni presentate da numerosi brand di design come l’intramontabile Panton Chair di Vitra, la sedia Selena di Artemide disegnata da Vico Magistretti nel 1969, ma anche la più recente Bell Chair progettata da Konstantin Grcic per Magis.



La Monobloc si trasforma in una sfida, qualcosa con cui confrontarsi. Lo vediamo nella versione completamente glitterata e specchiata dell’HFA-Studio, che ha fatto letteralmente il giro dei social facendoci venire voglia di averla nel nostro salotto, e nelle rivisitazioni assurde di Bert Loeschner che prende la sedia bianca e la fa dondolare come un’altalena, la fa abbracciare a una sua simile o addirittura la trasforma in un pezzo degli scacchi. Alcuni artisti l’hanno fatta diventare la protagonista di tele e artwork, altri, come il designer Martí Guixé, l’hanno utilizzata come tela per denunciare l’abuso di plastica e l’inquinamento.



In effetti, la Monobloc non è solo il simbolo di un design democratico ed economico, ma è anche sinonimo di un consumo fondato sull’usa-e-getta: quando una sedia bianca in plastica si rompe non si ripara, si butta sostituendola con una nuova, all’infinito.

È così, lentamente ma inesorabilmente, che la sedia bianca in plastica è diventata a tutti gli effetti una parte delle nostre vite, un ricordo di qualcosa che non c’è più, di un’infanzia lontana, di un’estate passata. Forse è per questo che mentre il mondo ci chiede di cambiare, di rivedere le nostre abitudini in chiave etica ed ecologica, ogni volta che ci sediamo su una Monobloc, che sia in un bar della nostra città o a migliaia di chilometri di distanza, ci sentiamo sempre un po’ a casa.

Photo cover: Andoni Beristain
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