Nel lavoro del fotografo Morteza Niknahad il mare non fa mai solo da sfondo: è un’entità viva che ingloba memorie, miti e fratture intime. Cresciuto in una città costiera nel sud dell’Iran, Niknahad trasforma questa convivenza quotidiana con l’acqua in suggestioni visive sospese tra realtà e immaginazione, tra storia collettiva e percezioni personali. Le sue immagini sembrano nascere in un luogo in cui il confine tra documentazione e fiaba si dissolve, lasciando emergere un universo che parla di identità, dolore e appartenenza.

Nel racconto della depressione della madre, Niknahad attinge alle creature mitiche del Golfo Persico, allegorie di ciò che abita gli abissi dell’interiorità. Non cerca un realismo diretto: lascia che l’immaginazione restituisca la complessità emotiva di chi vive un rapporto fragile con la propria storia familiare. Lo stesso avviene quando affronta l’eredità degli iraniani di discendenza africana: è ancora il mare a guidare la narrazione, spazio liminale dove radici lontane, migrazioni e culture si mescolano. L’acqua cancella e riscrive confini, portando sulle coste dell’Iran storie spesso segnate da discriminazione e disuguaglianza.

Il suo sguardo è un tentativo di trovare se stesso «fra le foglie della storia». I suoi lavori parlano di famiglia e solitudine, di appartenenza e smarrimento, di territori interiori che si allargano e si restringono come la marea. Non c’è una verità unica: conta la capacità di creare un mondo coerente con la propria sensibilità, in cui il mito diventa strumento per comprendere il territorio e la propria posizione al suo interno.

Così Niknahad costruisce una fotografia che parla di politica e poetica insieme: politica perché indaga confini, discriminazione e storie diasporiche; poetica perché lo fa attraverso simboli, sogni e apparizioni. Il risultato è un corpo di lavoro che non pretende di spiegare, ma evoca la sensazione autentica di vivere in una terra in cui tutto nasce e ritorna al mare, custode di memorie e possibilità.



