Ci viene spesso detto che non bisogna giudicare un libro dalla copertina. Nel mondo del cinema sarebbe come dire che non bisogna giudicare un film dal trailer, o dalla sua locandina. Eppure sappiamo quanto le locandine dei film siano importanti, quanto lavoro c’è dietro, basta rivedere quelle iper dettagliate di Drew Struzan o quelle geometriche e minimali di Saul Bass. L’idea di ogni singola locandina nasconde un pensiero e una strategia che deve tenere conto del luogo in cui sarà esposta e delle persone alle quali è rivolta. È così che negli anni ’80 ha preso vita un movimento artistico unico nel suo genere, quello dei movie poster ghanesi.
Negli anni ’80, infatti, mentre nelle principali città d’Europa e d’America le sale cinematografiche si popolavano e si moltiplicavano, in Ghana, la magia risuonava nelle piazze polverose, nelle strade dei villaggi. I film arrivavano su videoproiettori trasportabili, alimentati con generatori, e catturavano l’attenzione di interi quartieri. Per queste proiezioni non era prevista nessuna locandina, poster o cartellone pubblicitario. Però un modo per pubblicizzare il film scelto per la proiezione era pur sempre necessario.


In occasione delle proiezioni, artisti locali hanno cominciato a realizzare dei poster cinematografici dipinti a mano con colori a olio o vernice da muro, utilizzando come supporto dei sacchi di farina. Questi poster saltavano subito all’occhio sia grazie all’utilizzo di colori vibranti sia per via dei soggetti e della struttura visuale che avevano.
L’originalità di queste locandine stava proprio nelle libertà che l’artista si prendeva. L’artista – che spesso non aveva neanche visto il film in questione e si basava su racconti e trame – dava sfogo alla creatività, decidendo ad esempio di aggiungere scene che non esistevano nella pellicola, o caratterizzando il genere del film attraverso elementi non sempre veritieri: se era un film d’azione non potevano mancare delle gigantesche esplosioni.
Come spesso accade, con l’avvento della stampa economica e la progressiva diffusione dei media digitali, la pratica di dipingere poster cinematografici è quasi scomparsa verso la metà degli anni 2000. I cinema mobili che una volta intrattenevano la popolazione sono stati sostituiti , da DVD, streaming e televisori.


Fortunatamente, negli ultimi anni, curatori, collezionisti e artisti visivi hanno riscoperto i movie poster ghanesi e hanno cominciato a diffondersi mostre a riguardo, sia nel continente africano, ma anche in America. Ciò è stato possibile soprattutto grazie alla Deadly Prey Gallery, una galleria con base a Chicago, ma profondamente legata ad Accra, che ha raccolto, archiviato e supportato per oltre un decennio questa forma d’arte e i suoi prodotti. Fondata da Brian Chankin e Robert Kofi, la galleria lavora direttamente con una decina di artisti ghanesi, portando la loro arte fuori dai confini del Ghana e facendola dialogare con un pubblico globale.
La missione dichiarata dalla galleria è certamente quella di preservare la tradizione storica dei poster cinematografici ghanesi, ma allo stesso tempo di dare agli artisti contemporanei una piattaforma dove continuare a esprimersi, commissionare nuove opere e condividerle con appassionati di cinema, arte e graphic design in tutto il mondo.





