Ci piace davvero la muffa? Dopo il successo dei funghi e in piena epoca dello squallore, la risposta non può essere altro che sì. Abbiamo già parlato in passato della tendenza dell’arte verso le “opere viventi“, non solo del fungo in quanto simbolo ma come vero e proprio protagonista di una rivoluzione eco-sostenibile. L’analisi si è poi concentrata sulla fascinazione per il brutto, trovando vari link in comune, secondo cui la nostra società non cerca più “il bello” e la perfezione ma piuttosto è spinta verso un linguaggio autentico. Su questa scia si inserisce la muffa, un fenomeno biologico che affascina molti artisti e non solo. Uno dei primi è stato forse Alberto Burri con la sua serie Le Muffe, segnando un spinta dell’arte verso la materia organica e la metamorfosi. Alcuni oggi la chiamano bioarte, una «forma di espressione artistica che pone al centro delle opere la vita», si legge su Treccani. I processi naturali e l’impiego di materiale biologico servono l’arte, lasciando un margine di caos e di imprevisto che asseconda l’approccio di molti artisti contemporanei, sempre più vicini alla scienza e alla ricerca multidisciplinare. La muffa dunque, da oggetto del disgusto entra nell’immaginario collettivo mutando la sua stessa percezione, diventando addirittura cool e in tendenza. Da Toilet Paper a Kathleen Ryan, scopriamo alcuni esempi.
La muffa glitterata
Se siete amanti dell’arte, il vostro algoritmo di Instagram vi avrà sicuramente proposto una delle opere di Kathleen Ryan. Le riconoscete dall’originalità del soggetto, frutta in decomposizione adornata da pietre preziose sberluccicanti. Non si tratta di una riproduzione della muffa, l’artista californiana infatti lascia letteralmente marcire la frutta, ne osserva il processo e in un successivo momento la ricopre di pietre che ne ricalcano i colori e le sfumature. La sua intenzione è quella di catturare la verità della decadenza. La scelta delle pietre per coprire le parti marce della frutta, come perle d’acqua dolce, quarzo rosa, ambra e ametista, rappresenta un collegamento con la forza vitale della terra, anche se la muffa è il decadimento, è la parte più viva. In un’interessante contrapposizione, le parti sane della frutta sono adornate con perle di vetro fabbricate industrialmente, esprimendo la natura artificiale e industriale dell’integrità matura. Nelle opere di Ryan, la decomposizione diventa più intrigante e preziosa della compostezza delle parti mature, sfidando le convenzioni e rivelando la bellezza nella transitorietà.
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Rivedere il modello antropocentrico
Dai glitter passiamo alla realtà nuda e cruda proposta dall’artista tedesca Karin Andersen. Con i suoi scatti – stiamo parlando della serie Naughty Messy Nature – Andersen vuole sfidare la prospettiva antropocentrica che ha prevalso per secoli nell’approccio umano verso l’ecosistema naturale e le sue creature. La protagonista indiscussa è la muffa, un processo invisibile all’occhio umano ma carica di un’estrema potenza. L’artista stessa definisce questo progetto «partecipativo», sottolineando che «Gli autori delle opere non sono esseri umani, ma organismi microscopici infinitamente piccoli: funghi muffigeni». L’artista lascia proliferare la muffa e documenta un singolo e unico momento, irripetibile per via della sua costante trasformazione. Ciò che ne deriva è una serie di ritratti di esseri altri, che rifiutano una definizione ma al contrario «celebrano la disarmonia creativa generata dai processi biologici e naturali, indipendentemente dagli sforzi umani per inserire armonia, simmetria e ordine.»


Verso un’arte più scientifica
Se consideriamo i due esempi riportati sopra e riflettiamo sulla direzione che l’arte contemporanea sta prendendo, è automatico constatare che il trend della muffa non è altro che la conferma di un’arte sempre più scientifica. Soprattutto gli artisti emergenti oggi intraprendono ricerche ibride e multidisciplinari, riflettendo l’esigenza collettiva di nuovi linguaggi che possano andare oltre alla semplice rappresentazione visiva bidimensionale. Sculture, installazioni e opere viventi assecondano la necessità di sperimentazione, talvolta prevalendo addirittura sulla pittura, sempre meno apprezzata dalle nuove generazioni, e contribuendo allo stesso tempo nell’accorciare la distanza tra la scienza e l’arte. È comune oggi incontrare un’artista e avere con lui una conversazione sulla geologia o sulla microbiologia, a riprova dell’approccio scientifico dell’arte, che si pone come collaboratrice del progresso. A questo proposito è importante citare lo scrittore e fisico Charles Percy Snow, secondo cui la separazione tra le due culture – quella scientifica e quella umanistica – può esistere, ma è innaturale. Non sono forse entrambe un tentativo umano di rappresentare la complessità del mondo?

