Raramente un fotografo italiano ha avuto l’opportunità di esplorare una delle regioni più chiuse e misteriose al mondo. Eppure Nicolò Balini – youtuber, videomaker e fotografo – è riuscito a farlo. In uno dei suoi ultimi viaggi è stato proprio in Corea del Nord, nella città di Rason, una zona speciale al confine con Cina e Russia. Un luogo dove ogni movimento è sorvegliato e ogni itinerario è definito in anticipo, ma dove, nonostante tutto, Nicolò è riuscito a catturare frammenti di realtà che sembrano appartenere a una simulazione perfettamente costruita.

In un contesto fatto di confini rigidi e libertà apparenti, ogni scatto diventa una scelta consapevole. Le sue fotografie – e i video che le accompagnano – non mostrano semplicemente ciò che è visibile, ma ciò che è permesso mostrare. Come racconta lui stesso, una delle frasi più ricorrenti durante il viaggio è stata: «non ci hanno permesso di filmare».


In Corea del Nord, ogni immagine è un atto politico. Al momento dell’uscita dal Paese, le autorità controllano e censurano foto e video, eliminando ciò che non rientra nella narrazione ufficiale. Le strade deserte, le piazze geometriche e i cartelloni propagandistici non sono semplici scenografie, ma elementi di un grande set, costruito per essere osservato solo da un’angolazione precisa.


Durante la sua permanenza, Nicolò ha assistito anche a uno spettacolo teatrale di bambini. Apparentemente innocente, lo show si è rivelato un esercizio di propaganda: in una sua testimonianza, Balini racconta come, rispetto alla settimana precedente, le immagini dello spettacolo siano state modificate. Nella prima versione, si vedevano chiaramente missili e riferimenti militari; nella seconda, dopo che le clip erano diventate virali su YouTube, le scene sono state sostituite con versioni più neutre, ripulite e “presentabili” agli occhi del mondo. Un esempio evidente di come la narrazione visiva in Corea del Nord venga costantemente riscritta, adattandosi al pubblico e alle necessità del regime.

Attraverso questo viaggio, Nicolò ha permesso a milioni di italiani di guardare dentro la simulazione, offrendo un punto di vista raro e personale su una realtà complessa. Costretto a muoversi entro limiti rigidi, ha mostrato la sua capacità di trasformare la censura in linguaggio visivo, restituendo al pubblico un racconto fatto di sospensione, attesa e curiosità.

Le sue fotografie, condivise su Instagram, amplificano questa sensazione di realtà distorta: immagini che oscillano tra documentario e messa in scena, accompagnate da una didascalia tratta da The Truman Show:
«E casomai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte».
Una citazione che racchiude l’essenza del viaggio – il sentirsi osservati dentro una realtà costruita, dove tutto è controllato ma lo sguardo umano cerca ancora autenticità.
Nel suo racconto, Nicolò Balini non si limita a mostrare un Paese: ci invita a riflettere su quanto del nostro stesso mondo, a volte, somigli a una perfetta finzione.

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Luigi Falanga aka @super8otto.