Art Provate a non pensare all’elefante rosa
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Provate a non pensare all’elefante rosa

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Anna Frattini

Ha appena inaugurato a Bergamo, alla Traffic Gallery, la mostra bipersonale di Hyun Cho – di cui abbiamo già parlato qui – e di Giulio Zanet. L’abbiamo vista e, tra colori fluo, luci a LED e stampe animalier, non abbiamo pensato ad altro se non all’elefante rosa, quando invece il titolo della mostra – Non pensare all’elefante rosa – ci invitava a fare il contrario. Perché? Ce lo spiega Sara Parolini, la curatrice della mostra, che riflette sul concetto di attenzione in relazione all’epoca in cui viviamo, quella dell’accesso. «L’immagine dell’elefante rosa, appare nella nostra mente senza nessuna possibilità di scelta. Questo succede perché il nostro cervello presta attenzione prima agli elementi presenti all’interno di un’espressione, letta o ascoltata, e solo successivamente ne elabora il senso. La negazione viene percepita solo in un secondo momento, quando ormai è troppo tardi per non pensare all’elefante rosa». Insomma, questo progetto espositivo, sostenuto dalla direzione artistica di Giorgia Massari, esplora il tema dell’attenzione e del libero arbitrio nella società contemporanea, partendo da una provocazione diretta e, allo stesso tempo, sottile: “Non pensare all’elefante rosa”.

Hyun Cho, Cliff

Siamo davvero padroni delle nostre scelte?

In questo paradosso si cela il cuore della mostra, che riflette sulla sovrabbondanza di immagini e informazioni della nostra epoca e sul potere che esercitano nel manipolare la nostra attenzione. La curatrice ci invita a riconsiderare il concetto di libero arbitrio in un mondo saturo di stimoli, dove il confine tra decisioni autonome e scelte influenzate da forze esterne diventa sempre più labile. Siamo ancora padroni delle nostre scelte o siamo costantemente guidati da pressioni invisibili, come quelle della cultura capitalista e della pop culture? La mostra non offre risposte nette, ma stimola una riflessione aperta, proponendo le opere di Hyun Cho e Giulio Zanet come chiavi interpretative per navigare questo complesso terreno.

Hyun Cho: simboli urbani e sculture di parole

Le opere di Hyun Cho sono un esempio perfetto di come l’arte possa diventare un mezzo per esplorare le contraddizioni del presente. Nata a Seoul, ma formatasi tra Sydney, New York e l’Italia, la sua ricerca riflette un approccio globale. Cho attinge dall’iconografia urbana e dai simboli della pop culture per creare installazioni e sculture che riformulano le convenzioni visive del nostro tempo. Il suo lavoro mescola oggetti comuni, come frecce stradali o ruote di skateboard, che diventano simboli evocativi, sfidando le nostre percezioni del quotidiano.

Tra le sue creazioni più rilevanti, Cho inserisce le cosiddette “sculture di parole“, un formato concettuale che utilizza testi brevi e incisivi ispirati allo stile punk-rock. Scritte in LED, queste frasi diventano manifesti di riflessione personale, invitando lo spettatore a considerare il potere del linguaggio e la sua capacità di manipolare la realtà. Un esempio è la sua opera RIP Orange, che riflette sulla banalizzazione della parola “urgenza“, portando alla luce come i concetti che plasmano il nostro presente siano spesso vuoti o sovrautilizzati.

Ph Ivano Triolo Studio

La libertà di interpretazione di Giulio Zanet

Le opere di Giulio Zanet, apparentemente astratte, sono in realtà stratificate di significati e percezioni, invitando lo spettatore a interpretarle liberamente. Attraverso colori vibranti e pattern ripetuti, Zanet crea un’esperienza di visione meditativa, ribellandosi all’omologazione visiva contemporanea. I suoi dipinti, ispirati a motivi animalier o texture militari, destabilizzano le aspettative, aprendo finestre su mondi paralleli e permettendo allo spettatore di proiettare la propria narrazione, in un dialogo ambiguo e aperto con la contemporaneità.

Ph Ivano Triolo Studio

Le opere di Hyun Cho e Giulio Zanet, pur nella loro diversità, condividono un intento comune: quello di offrire allo spettatore un momento di sospensione dalla frenesia del quotidiano, un’occasione per fermarsi e riflettere senza la pressione del tempo o delle aspettative sociali. Così, l’elefante rosa diventa il simbolo di tutte le distrazioni che ci circondano, e la mostra un invito a non lasciarsi travolgere da esse, ma a riscoprire, nell’arte, la possibilità di una libertà autentica.

La performance di Valerio Eliogabalo Torrisi

Un ulteriore strato lo offre l’artista Valerio Eliogabalo Torrisi (lo avevamo segnalato qui) con la sua long performance Oro ai nostri polsi, piombo ai vostri orecchi, accompagnata dal testo di Salvatore Cristofaro. Con gesti apparentemente semplici, Valerio rievoca la storia di identità marginalizzate e silenziate. Ambientata nella Carbonia del 1941, un luogo di isolamento per “diversi” come omosessuali e nemici del regime, la performance ricorda la crudele pratica di far indossare campanelle ai pederasti per segnalarli alla società. Torrisi, con il suono di campanelle al polso, al collo e su tutta la giacca, diventa simbolo di resistenza, sovvertendo l’umiliazione in una forma di espressione collettiva e sonora, liberando le identità oppresse attraverso il contagio simbolico.

La mostra rimarrà aperta fino al 7 dicembre 2024, concludendosi con una performance di Rossana La Verde.

Ph Ivano Triolo Studio

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Scritto da Anna Frattini

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