Art Perché non esiste il bello oggettivo?
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Perché non esiste il bello oggettivo?

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Irene Pollini Giolai

Dire che qualcosa è bello sembra naturale. Guardiamo un volto, un quadro, una casa, un paesaggio, una fotografia e diciamo: “è bello”. Spesso non lo formuliamo come un’impressione personale, ma come se fosse un fatto.

Eppure il bello non è un parametro realmente quantificabile, o almeno, non funziona come il peso, l’altezza o la temperatura. Possiamo misurare la simmetria di un volto, la proporzione di un edificio, il contrasto di un’immagine, la luminosità di un colore, nessuno però di questi elementi da solo basta a spiegare perché qualcosa mi appaia bello.

È qui che, per aiutarci a trovare una risposta a una domanda così complessa, arriva la neuroestetica. La neuroestetica ci aiuta a capire perché l’esperienza estetica sia molto più complessa di un semplice giudizio visivo, bello o non bello. Quando qualcosa ci colpisce, non stiamo soltanto vedendo: stiamo interpretando, ricordando, confrontando, e desiderando. Questo perché l’esperienza estetica coinvolge non solo le aree visive, ma anche i circuiti cerebrali della ricompensa, che sono gli stessi legati al piacere e alla motivazione.

Il cervello non registra il mondo come una macchina da presa: lo de-costruisce, lo filtra e lo ricompone integrando informazioni visive con aspettative, memorie e significati. In pratica non vediamo solo quello che realmente c’è, ma ciò che il nostro sistema percettivo riesce a costruire.

Per questo due persone possono trovarsi davanti alla stessa opera e avere reazioni completamente diverse. Una può commuoversi, l’altra annoiarsi. Una può vedere armonia, l’altra rigidità. Non perché una abbia ragione e l’altra torto, ma perché nessuno guarda mai da un punto zero. Guardiamo sempre da dentro una biografia: ciò che ci è familiare, significativo o emotivamente rilevante viene elaborato più facilmente dal cervello e ha, quindi, maggiore probabilità di essere percepito come “bello”. Tutto ciò avviene sulla base un meccanismo chiamato processy fluency, o fluenza di elaborazione, per cui appunto più una cosa è facile da processare, più viene percepita come piacevole e questo non perché lo sia in maniera “oggettiva”, ma perché il cervello fa meno fatica ad elaborarla.

Nel nostro gusto entrano educazione, cultura visiva, le immagini a cui siamo stati esposti, il contesto sociale, il periodo storico, il desiderio, perfino il momento emotivo in cui ci troviamo. Ciò che per una generazione sembra elegante, per un’altra può sembrare vecchio. Ciò che per una cultura è armonioso, per un’altra può essere disturbante. Questo non significa che tutto sia arbitrario. Alcune caratteristiche possono avere effetti ricorrenti sulla percezione, come simmetria, proporzione o familiarità; non perché siano per forza belle in senso assoluto, ma perché il nostro cervello le elabora con maggiore facilità, riducendo lo sforzo cognitivo richiesto e aumentando la sensazione di piacere : simmetria, ritmo, contrasto, proporzione, familiarità, sorpresa. Ma non producono automaticamente bellezza. Sono possibilità, non garanzie.

Il bello, allora, non è una sentenza. È una relazione tra biologia e cultura, tra percezione e memoria, tra ciò che guardiamo e chi siamo mentre lo guardiamo. Forse la domanda è: perché considero qualcosa bello? Chi ha educato il mio sguardo?

Il bello oggettivo non esiste perché non esiste uno sguardo neutro. Esistono corpi che percepiscono, cervelli che interpretano, culture che addestrano, poteri che impongono canoni, e immagini che, ogni tanto, riescono a disobbedire a tutto questo.

Articolo realizzato in collaborazione con la Dottoressa Marta Frigerio, Psicologa, Psicoterapeuta e Specialista in Neuropsicologia.

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Scritto da Irene Pollini Giolai

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