Phaidon ci racconta il Museo Yves Saint Laurent di Marrakech

Phaidon ci racconta il Museo Yves Saint Laurent di Marrakech

Andrea Tuzio · 1 settimana fa · Style

“Marrakech mi ha insegnato il colore…prima era tutto nero”. Con queste parole Yves Saint Laurent descrisse una volta il suo sconfinato amore per Marrakech che vi ho raccontato qui un po’ di tempo fa.

La casa editrice Phaidon qui vi abbiamo parlato dei libri in uscita nel 2022 della casa editrice specializzata in bellissimi volumi su arte, design e buon gusto – ha rilasciato uno splendido volume che racconta passo dopo passo lo sviluppo del progetto del museo Yves Saint Laurent di Marrakech, l’ultimo vero progetto di Pierre Bergé, compagno di Yves e co-fondatore della maison francese, prima della sua scomparsa. Realizzato dallo studio francese di architettura Studio KO, il museo di Marrakech dedicato allo stilista francese è uno dei più belli del mondo. 

Un racconto lungo 1423 giorni, il tempo che ci è evoluto per progettare, costruire e aprire al pubblico il museo nel 2017, che si apre con una prefazione di Madison Cox, architetto paesaggista compagno di Bergé fino alla sua morte: “Un caldo omaggio al Marocco…questo elegante libro traccia l’incredibile processo artistico che ha permesso a uno schizzo grezzo e candido di compiere una metamorfosi, come una crisalide, e diventare un edificio bello e munifico”.

Yves Saint Laurent Museum Marrakech edito da Phaidon e curato da Studio KO è disponibile in due edizioni: una standard da €45 e una luxury da €120.

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Sottoculture e Syd Brak negli scatti della SS22 di Martine Rose

Sottoculture e Syd Brak negli scatti della SS22 di Martine Rose

Andrea Tuzio · 1 settimana fa · Style

Un viaggio d’amore nelle sottoculture di fine novecento in cui Martine Rose e le 3 fotografe che hanno scattato la collezione Spring/Summer 2022 della stilista giamaico-britannica, sono riuscite ad esprimere vibe assopite solo all’apparenza ma in che in realtà saranno quelle che domineranno il 2022.

Se gli anni ’90 e la moda Y2K sono stati i trend principali del 2021, questo 2022 potrebbe essere l’anno dell’estetica legata alle sottoculture che hanno contraddistinto la fine del XX secolo: gabber, rave, acid house, etc.. Tutti questi movimenti controculturali hanno avuto un impatto decisivo su moltissimi aspetti della società come design, cinema, musica e naturalmente moda. 

L’entusiasmante SS22 di Martine Rose viene esaltata dalla campagna scattata da Rosie Marks, Sharna Osborne e Camille Vivier che insieme riescono a far risaltare le ispirazioni e le reference underground che sin dal 2007, anno di fondazione del brand, guidano la verve creativa di Martine Rose: un profondo interesse nei confronti della musica, una forte attenzione alla cultura melting-pot londinese, la famiglia e la comunità.

L’estetica peculiare della stilista London-based è caratterizzata da uno studio costante delle proporzioni e della silhouette, da texture e tessuti inaspettati e da un continuo riferimento ai contesti subculturali. Esiste una forte tensione tra attrazione e resistenza ai codici dell’abbigliamento maschile. La sua esplorazione della mascolinità, la sensualità delle collezioni e la sensibilità al carattere e all’umore definiscono a pieno il suo lavoro. 

I protagonisti della campagna sono appunto raver, gabber e acid houser ma ne troviamo anche un altro, una sorta di tributo celato a Syd Brak, uno degli artisti più influenti degli anni ’80. 
Illustratore originario del Sud Africa costretto a scappare dal suo paese insieme alla moglie Marah a causa le sue idee politiche e per l’opposizione tenace nei confronti dell’apartheid.

All’epoca del suo trasferimento forzato a Londra, Brak aveva già riscosso un grandissimo successo in patria nel mondo della pubblicità ma fu nella capitale inglese che l’illustratore ormai scomparso, realizzò lavori dal fortissimo impatto ed estremamente seducenti, facendolo diventare uno degli illustratori più richiesti al mondo. Il suo poster “The Long Distance Kiss” è il più venduto della storia e ha lavorato per aziende del calibro di Coca-Cola, MSN e Levi’s oltre ad aver realizzato copertine per autentici guru della scrittura come Ken Follett, Wilbur Smith e John Grisham.

La Spring/Summer 2022 sarà disponibile sul sito di Martine Rose entro la fine di gennaio.

Sottoculture e Syd Brak negli scatti della SS22 di Martine Rose
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Sottoculture e Syd Brak negli scatti della SS22 di Martine Rose
Sottoculture e Syd Brak negli scatti della SS22 di Martine Rose
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Louis Vuitton continua a omaggiare Virgil Abloh

Louis Vuitton continua a omaggiare Virgil Abloh

Andrea Tuzio · 1 settimana fa · Style

La boutique Louis Vuitton di via Montenapoleone a Milano, con l’arrivo della nuova collezione uomo Spring/Summer 2022 Amen Break, l’ultima realizzata da Virgil Abloh scomparso prematuramente lo scorso 28 novembre, omaggia la memoria del designer americano con una serie di installazioni, tra cui un origami gigante a forma di aeroplano. 
All’interno del cortile della boutique sarà possibile vedere questo grande aeroplano giocattolo in carta, collocato su di una pedana a specchio e caratterizzato dalle ormai iconiche nuvole. 

Le installazioni posizionate all’interno delle vetrine invece sono dedicate al mondo degli scacchi che – oltre ad essere un richiamo al pattern Damier inventato da Georges Vuitton nel 1888 – rappresenta una metafora della vita umana, come nel film capolavoro del 1957 di Ingmar Bergman “Il Settimo Sigillo”.

Proprio nell’incipit del film, assistiamo a una partita a scacchi tra un cavaliere che torna dalle crociate e la morte impersonificata che gli preannuncia l’arrivo della sua ora. Essendo un bravo giocatore di scacchi, il cavaliere cerca di mettere in difficoltà la morte stessa che accetta la sfida concedendogli ancora del tempo, con uno scopo: trovare un senso e una ragione per cui la vita valga la pena di essere vissuta. Il concetto alla base di questa scena, traslata nelle nostre vite, è che contro la morte non esiste vittoria ma a prescindere noi continueremo a giocare la nostra partita dando significato alla vita che viviamo fino all’ultimo momento disponibile.

Louis Vuitton continua a omaggiare Virgil Abloh
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L’inestimabile legacy di Dr. Martens e del boot 1460

L’inestimabile legacy di Dr. Martens e del boot 1460

Andrea Tuzio · 5 giorni fa · Style

Un’icona trasversale che ha attraversato 60 anni di storia mantenendo intatta la propria essenza, che con il passare del tempo si è arricchita, consolidata ed è entrata di diritto nell’immaginario collettivo. Dr. Martens è diventato un simbolo che è penetrato nel tessuto sociale partendo da un legame intrinseco con la working class britannica per poi divenire rappresentazione di espressività e di individualità grazie a musicisti, liberi pensatori e sub-culture in tutto il mondo che hanno indossato il brand valorizzandolo e rendendolo un unicum nel mondo del footwear.

Se però esiste un modello che più di altri rappresenta al meglio questo incredibile viaggio, è l’iconico boot 1460

Ma per raccontare la genesi di questo intramontabile must have dobbiamo tornare indietro nel tempo fino al 1901 e andare a Wollaston nel Northamptonshire, contea dell’Inghilterra centrale nella regione delle Midlands Orientali, dove Benjamin Griggs e Septimus Jones fondarono un’azienda che produceva stivali.
Il sodalizio tra i due andò avanti per circa un decennio e, una volta terminato, entrambi continuarono a fabbricare calzature a livello locale. 

Più precisamente Benjamin e il figlio Reginald diedero vita alla R. Griggs & Co. Ltd diventando a tutti gli effetti il cuore dell’industria calzaturiera inglese producendo stivali da lavoro molto robusti e che duravano nel tempo.

A questo punto della storia, siamo intorno al 1945, dobbiamo trasferirci momentaneamente in Germania, a Monaco, dove un soldato venticinquenne, il Dr. Klaus Maertens, mentre era in convalescenza per un piede rotto nel secondo dopoguerra, inventò una suola con un cuscinetto d’aria per i suoi stivali. Realizzò un prototipo di una scarpa munita del nuovo cuscinetto e la presentò a un suo vecchio amico dell’università, l’ingegnere meccanico Herbert Funck, che ne rimase entusiasta.

I due si misero in società utilizzando come materie prime le forniture militari ormai in disuso, e nel 1947 iniziarono la produzione che li portò in dieci anni a mettere in piedi un business importante basato per lo più sulla vendita di stivali per donne prevalentemente anziane. 

Torniamo adesso in Inghilterra e andiamo avanti fino al 1960. All’epoca l’azienda Griggs era gestita dalla terza generazione della famiglia: a capo c’era Bill e poi i fratelli Ray e Colin e il figlio Max. 
Il turning point della storia arrivò per puro caso, come spesso accade. 

Bill stava leggendo una rivista specializzata in scarpe e l’occhio gli cadde su una pubblicità che reclamizzava un’innovativa suola a cuscinetto d’aria, proprio quella del Dr. Klaus Maertens ed Herbert Funck. 

La Griggs acquisì una licenza esclusiva apportando in più una serie di cambiamenti essenziali che tuttora rappresentano l’iconografia inconfondibile del boot Dr. Martens 1460: le cuciture gialle, il bordo scanalato della suola in due tonalità, un pattern della suola unico e un passante sul tallone con il marchio ‘AirWair’, il tutto accompagnato dallo slogan “With Bouncing Soles”.

Il 1° aprile del 1960 è la data di nascita di quest’icona assoluta che resterà per sempre impressa grazie all’intuizione di chiamarla 1460.
Gli anni ’60 coincisero con una presa di coscienza collettiva che portò a una serie di cambiamenti sociali decisivi che avrebbero cambiato radicalmente il modo di pensare collettivo.

Il 1460 divenne velocemente un simbolo di ribellione e delle controculture che si andavano sviluppando in quel periodo, a partire ad esempio dagli skinheads che ne fecero un loro peculiare segno distintivo – da sottolineare che all’epoca la cultura skinhead nasceva e rimaneva un movimento sociale, multiculturale e non politico e che comprendeva i giovani della classe operaia britannica.  

La prima vera personalità di spicco ad indossarli pubblicamente fu il leader e chitarrista dei The Who, Pete Townshend, proprio come rappresentazione del suo orgoglio operaio e come espressione di ribellione. 
In questo modo il boot 1460, da semplice scarpa da lavoro, fece il salto definitivo nella contro-cultura globale diventandone un emblema. 

Gli anni ’70 definirono ancora di più l’immaginario e l’iconografia del boot grazie a tutte le sottoculture che nascevano numerose, come la prima ondata del glam, il punk e il two-tone che avevano tutti un comune denominatore: il 1460. Ogni nuova wave lo adottava come scarpa rappresentativa, segno distintivo di auto-espressione che partiva direttamente dal cuore della cultura giovanile britannica.
Vere e proprie icone della musica del tempo come i Sex Pistols e i The Clash fecero del boot una parte imprescindibile della loro estetica e di conseguenza di quella dell’intero punk rock.

Gli anni ’80 segnarono lo sbarco del 1460 negli Stati Uniti grazie alle band americane che andavano a suonare in Inghilterra e che ne percepivano e comprendevano il fascino e la legacy.  E nel 1984 iniziarono ad essere venduti anche sull’altra sponda dell’Atlantico.

Nel decennio successivo il grunge dominava la scena musicale americana: Eddie Vedder li indossava durante i concerti e Marc Jacobs li portava in passerella con il suo iconico show della Spring/Summer 1993.
Nel 2000 il marchio attraversò un periodo di calo ma grazie a una serie di collaborazioni con stilisti e brand di assoluto livello – come Raf Simons e Stüssy nel 2009, Pendleton, Supreme, Bape, Off-White, NEIGHBORHOOD per arrivare fino ai giorni nostri – Dr. Martens non ha mai perso la sua attrattiva e al contrario, resta costantemente al fianco dei rivoluzionari e dei ribelli contemporanei che ancora oggi lottano e si battono per cambiare ciò che nel mondo non funziona e che sostengono quei valori di cui oggi la società ha più necessità che mai vengano supportati. In questo modo continua ad affermare e attestare tuttora con ancora più forza il suo decisivo impatto estetico, culturale, sociale e la sua legacy assolutamente inestimabile.

L’inestimabile legacy di Dr. Martens e del boot 1460
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Cosa è cambiato negli ultimi 10 anni secondo Prada

Cosa è cambiato negli ultimi 10 anni secondo Prada

Andrea Tuzio · 5 giorni fa · Style

“Tutto il mondo è un palcoscenico, e tutti gli uomini e le donne sono solo attori”.
William Shakespeare riuscì a racchiudere una parte dell’esperienza umana in questa metafora divenuta famosissima. 

Con la FW22 Menswear di Prada presentata ieri pomeriggio al Deposito della Fondazione Prada a Milano, la maison italiana ha messo in scena, a distanza di dieci anni esatti, un nuova sfilata che ha visto tra i modelli che hanno portato in passerella questa nuova collezione disegnata da Miuccia Prada e Raf Simons, 10 attori hollywoodiani così come accadde per la FW12. 

Per comprendere a pieno le similitudini ma soprattutto le differenze e provare a unire i puntini che accomunano la sfilata FW12 e la FW22 di Prada dobbiamo fare un salto temporale all’indietro e tornare proprio a quel gennaio del 2012 quando sulla passerella sfilarono tra i modelli, alcuni attori che col tempo sono diventati volti iconici del brand.
È evidente come Miuccia e Raf Simons abbiano preso spunto dallo show di 10 anni fa ma ne abbiano ribaltato i concetti, come in una sorta di riallineamento storico in base agli elementi circostanziali che stanno determinando la nostra società e la nostra quotidianità. 

Se con la sfilata del gennaio del 2012 Prada volle rappresentare il potere (e l’uomo di potere) interpretato da attori del calibro di Willem Dafoe, Adrien Brody, Tim Roth e Gary Oldman – che segnarono un momento storico per la moda contemporanea –  stavolta i 10 attori scelti interpretano in passerella l’uomo normale calato all’interno della sua quotidianità con le sue “divise” da lavoro.

“Body of Work”, questo il titolo della collezione, mette al centro della narrazione proprio il lavoro e le sue uniformi alle quali Miuccia e Raf hanno donato fierezza e orgoglio attraverso la sartorialità, e sottolineando la dignità dell’impegno quotidiano di ognuno di noi.

“L’approccio è quello di rendere tutti i capi ugualmente importanti. Sotto i cappotti e i completi si indossano tute in materiale leggero, deux-pièces, che richiamano l’idea di lavoro, movimento, attività e tempo libero. Vengono rimaterializzate, per conferire un’importanza diversa. In seta tech, pelle, cotone di lusso, sostituiscono la tradizionale camicia/cintura/cravatta storica, dando una nuova energia e realtà, persino un’attitudine più giovane. Sempre rispettando l’importanza del classicismo sartoriale, pur muovendosi verso il futuro”, ha dichiarato Raf Simons.

Kyle MacLachlan (che ha aperto lo show), Asa Butterfield, Damson Idris, Filippo Scotti, Thomas Brodie-Sangster, Tom Mercier, Jaden Michael, Louis Partridge, Ashton Sanders e Jeff Goldblum (che lo ha chiuso), questo il cast che compone il gruppo di attori che hanno sfilato ieri nel bel mezzo di una sala cinematografica grazie all’allestimento dello studio AMO – ormai una collaborazione costante quella tra la divisione che si occupa di ricerca e progettazione dello studio OMA di Rem Koolhaas e Prada. 

Un palcoscenico sul quale si è svolta una rappresentazione in cui tutti gli esseri umani meritano la stessa uguale dignità e in cui non esiste più una gerarchia, nemmeno i vestiti ce l’hanno. Gli abiti non sono più una glorificazione del ruolo che si ricopre all’interno della società ma sono invece un elogio potente della persona che lo indossa, della sua umanità e del suo impegno giornaliero. 
“Questa interazione permette di conferire merito e valore all’impegno umano a tutti i livelli: le uniformi da lavoro, così percepite, assumono una nuova importanza. L’attività quotidiana diventa un momento di occasione e acquista rilevanza e valore, enfatizzando l’importanza del lavoro all’interno della società”, ci rivela la nota che accompagna la collezione.

Un cambio di rotta radicale, una contrapposizione ben precisa e voluta quella sviluppata da Prada in questa FW22. La celebrazione del potere e dell’uomo di potere lascia spazio all’esaltazione del lavoro, qualsiasi esso sia, come impegno quotidiano dell’uomo che dona dignità e fierezza a prescindere dalle gerarchie e dai ruoli.
Chiudo questa riflessione sul potere, la dignità del lavoro e delle sue uniformi che la sfilata di Prada di ieri ci ha fatto fare con una citazione tratta da una serie TV, Il Trono di Spade, pronunciata dal maestro dei sussurri Varys che di potere e delle sue sfaccettature se ne intendeva come pochi: “Il potere risiede dove gli uomini credono che il potere risieda. È un trucco, un’ombra sul muro. E un uomo molto piccolo è in grado di proiettare un’ombra molto grande”.

Qui di seguito potete vedere l’intero show della FW22 di Prada.

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