Nato come piattaforma digitale dedicata alla fotografia contemporanea, PhMuseum ha progressivamente costruito una comunità internazionale di autori, curatori ed editori, trasformandosi in un osservatorio attivo sulle pratiche visive emergenti. Con PhMuseum Days, il progetto trova una sua dimensione fisica a Bologna, dando forma a un festival che non è semplice vetrina espositiva, ma estensione concreta di un lavoro curatoriale che si sviluppa durante tutto l’anno. PhMuseum si distingue per la continuità tra piattaforma e festival, per l’attenzione strutturale alle open call e per un’idea di fotografia intesa come linguaggio critico prima ancora che come produzione di immagini. Ne parliamo con Giuseppe Oliverio, fondatore e direttore artistico, per capire come si tiene insieme un progetto che è allo stesso tempo archivio, comunità e spazio di confronto dal vivo.
PhMuseum Days lavora ogni anno su un tema forte che attraversa mostre, talk e attività educative. Come nasce il tema e in che modo diventa uno strumento operativo – non solo narrativo – nella costruzione dell’edizione?
Ci sono tanti fattori che influenzano la scelta del tema: la nostra ricerca nell’ambito della fotografia contemporanea; i nostri interessi personali, ciò che ci appassiona e abbiamo interesse ad esplorare; le tematiche e i trend del momento; autori che ispirano la nostra comprensione del linguaggio fotografico e con cui avremmo piacere di lavorare. Proviamo a mettere insieme tutti questi elementi, cercando un punto di equilibrio fra coerenza concettuale e libertà interpretativa.
PhMuseum nasce come piattaforma internazionale attiva tutto l’anno, mentre il festival è un evento concentrato nel tempo. Che rapporto c’è tra queste due dimensioni? Cosa le distingue davvero e cosa, invece, le rende inscindibili?
La nostra curatela, gli incontri, i workshop, lo spazio dedicato ai fotolibri sono nutrite dalle attività che portiamo avanti ogni giorno online e dai tanti artisti e professionisti con cui collaboriamo. Il festival rappresenta l’opportunità di sintetizzare questo lavoro di ricerca e collaborazione, portando la nostra esperienza digitale in una dimensione fisica. Ogni edizione cerchiamo di raggiungere un pubblico più ampio che possa scoprire il nostro mondo, appassionarsi al lavoro degli artisti e condividere un punto di vista critico.
Festival e piattaforma si nutrono a vicenda ma hanno un’essenza diversa e quasi paradossale. Il festival viene esperito lentamente – i visitatori restano diverse ore e spesso ritornano per i talk e le altre attività – ma dura solo 4 giorni e poi svanisce, rappresentando nel complesso un’esperienza tanto emozionante quanto effimera. L’online viene esperito molto rapidamente, ma c’è una costanza nelle interazioni che avvengono giorno dopo giorno, diventando così un esercizio di lungo periodo tramite cui si formano le nostre idee, il nostro gusto, la nostra cultura spesso a livello inconscio.
In un ecosistema dominato dalla fruizione rapida delle immagini online, che tipo di esperienza vuole offrire PhMuseum Days dal vivo? Cosa può accadere nello spazio fisico che non accade invece sulla piattaforma digitale?
Le mostre che spesso trovo più interessanti sono quelle in cui mi ritrovo a guardare un’opera per diversi minuti. Nelle nostre mostre cerco di creare questo tipo di relazione fra pubblico e circuito espositivo, curando anche design e produzione in prima persona. Lo spazio reale – a differenza di quello digitale – ti offre svariate possibilità per quanto riguarda dimensioni, distanze, materiali, illuminazione, supporti installativi ed “energia” complessiva. Una mostra di fotografia può essere esperita in pochi minuti o coinvolgere il visitatore molto più a lungo, dipende tutto dall’attenzione al dettaglio e dall’ideare un percorso e una presentazione che dialoghino con i tanti layer che molti progetti fotografici contemporanei offrono.
Oggi i festival sono eventi inevitabilmente fugaci. Quale responsabilità hanno, secondo te, nell’educazione alla lettura delle immagini contemporanee? E in che modo PhMuseum prova a lavorare su questo piano, oltre la semplice esposizione?
Credo che ci sia un grande potenziale di formazione nei festival. Spesso coincidono con un momento di viaggio o di riflessione in cui il visitatore si prende un momento per connettersi con se stesso e con le proprie esperienze o per guardare con più profondità e completezza tematiche attuali che spesso sono affrontate in maniera frammentata dai canali di comunicazione tradizionale.
Penso che sia molto importante che in questo contesto le istituzioni offrano una chiave di lettura al percorso espositivo presentato, soprattutto a chi ha poca esperienza con il linguaggio dell’immagine che, a differenza del linguaggio testuale e verbale, non viene insegnato a scuola. Non si tratta di spiegare tutto perché è importante rispettare l’intenzione dell’autore e la libertà del linguaggio della fotografia, ma di dare una propria interpretazione che possa permettere a tutti di entrare nella ricerca dei fotografi in mostra.
Noi cerchiamo di farlo prestando molta attenzione ai testi introduttivi, ad un attento programma di talk, a visite guidate con gli autori o con il nostro team. Dedichiamo molto tempo a creare un clima friendly e informale in cui chi partecipa si senta a proprio agio e quindi più stimolato a condividere idee ed emozioni.

Le open call di PhMuseum sembrano funzionare non solo come strumenti di selezione, ma come dispositivi critici. Quanto conta, nei criteri di scelta, la capacità degli autori di riflettere sul linguaggio e sul contesto delle immagini, oltre alla loro forza visiva?
Vedere tanti lavori ogni anno e parlare di fotografia ogni giorno ci permette di sviluppare una certa sensibilità e di cogliere il potenziale di un progetto che come dicevo può essere espresso nello spazio fisico. Se mi fermo a pensare alle circa 70 mostre che ho curato negli ultimi cinque anni vedo due elementi ricorrenti. Il primo è rappresentato dai molti layer a livello narrativo, concettuale o di ricerca. Il secondo dalla profonda connessione/interesse/passione dell’autore alla storia o alla tematica affrontata. Spesso lavori che hanno queste caratteristiche esprimono una strategia fotografica sorprendente e coerente con il punto di vista critico dell’autore.

Guardando ai progetti selezionati negli anni, si possono riconoscere delle linee ricorrenti che raccontano una visione PhMuseum della fotografia contemporanea? Le open call contribuiscono a costruire un immaginario condiviso?
La visione curatoriale di PhMuseum è sicuramente attratta da progetti con un approccio critico e post-documentario in cui l’uso del linguaggio e la processualità autoriale dialogano e sono spesso più importanti dell’estetica formale. In questo contesto, le open call sono una specie di osservatorio dinamico internazionale capace di mappare e codificare i nuovi paradigmi visivi anno dopo anno. Il nostro lavoro trae molta forza da questa partecipazione globale e si concentra sul condividere ed elevare progetti che noi consideriamo rappresentativi di questo immaginario contemporaneo.


Il photobook hub e l’attenzione all’editoria visiva sono una componente strutturale del festival. Che ruolo attribuisci oggi al libro fotografico nella costruzione del pensiero critico intorno alle immagini?
Si tratta sicuramente di un supporto straordinario di diffusione e di conservazione per tantissimi progetti che contribuiscono a formare questo immaginario contemporaneo e che altrimenti verrebbe probabilmente perso o quanto diluito dal tempo. Inoltre, anche i libri come le mostre hanno svariate caratteristiche – formato, rilegatura, copertina, carte, layout, impaginazione, etc… – che possono esaltare la natura e i layer di un lavoro, diventando una vera e propria esperienza per chi li sfoglia – oltre che un oggetto d’arte per chi li colleziona.

Workshop, portfolio review e talk sono centrali nel programma. L’obiettivo è offrire occasioni di visibilità o accompagnare gli autori in un percorso di crescita più profondo? Come misuri l’impatto di queste attività?
Mentre i talk sono principalmente strumenti di diffusione e riflessione, workshop, e portfolio review rappresentano anche un’opportunità per sviluppare la consapevolezza critica dell’autore e il suo metodo progettuale. L’impatto si misura attraverso l’evoluzione formale dei progetti e le opportunità che possono nascere dall’accrescere il proprio network. Noi cerchiamo di coinvolgere esperti che possano offrire una visione profonda sul lavoro di un autore o aprire nuove strade a questi progetti.

PhMuseum Days dialoga con la città attraverso luoghi non convenzionali come DumBO. Che tipo di relazione vuoi costruire con il contesto urbano e con un pubblico che non è necessariamente “di settore”?
Da un punto di vista formale ci interessare esplorare le possibilità espositive di un lavoro fotografico o in cui la fotografia sia parte centrale. Credo ci sia ancora molto margine di ricerca e sperimentazione da questo punto di vista e ci piace lavorare con artisti che accompagnino questo spirito e si prendano certi rischi insieme a noi. Per quanto riguarda il pubblico, oltre ad artisti e professionisti del nostro network, cerchiamo di coinvolgere anche i non addetti ai lavori e i giovanissimi perché l’interesse per la fotografia in questi anni è sempre più trasversale e il loro punto di vista è spesso molto interessante e ci offre spunti per evolvere o semplicemente vedere il nostro lavoro in maniera differente.

In un momento storico in cui le immagini sono ovunque, cosa ritieni più urgente oggi: produrne di nuove o fornire strumenti per leggerle meglio? Dove si colloca PhMuseum, come progetto culturale, dentro questa tensione?
Quando PhMuseum è nato nel 2012 la nostra mission era quella di offrire gli strumenti per comprendere il linguaggio dell’immagine, sviluppare un punto di vista critico indipendente, democratizzarne l’accesso e stimolare una partecipazione collettiva. Quattordici anni dopo credo sia stato fatto un buon lavoro in questo senso e che visto il contesto contemporaneo questa mission sia più attuale che mai.
in cover: Anatomy Of An Oyster © Rita Puig-Serra – from PhMuseum Days 2024
