Photography PhotoDesk – ZeroNegativo
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PhotoDesk – ZeroNegativo

PhotoDesk è la rubrica realizzata in collaborazione con Laura Tota che vi porta alla scoperta dei Festival di fotografia.
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Laura Tota

ZeroNegativo è un festival nomade che mette in relazione fotografia e natura, fino a dissolverne i confini e farle esistere come unico organismo vivente. Ciò che orienta il percorso di questo festival è la creazione di spazi di esplorazione, collaborazione e sperimentazione in cui la fotografia viene adottata come pratica libera, aperta a linguaggi differenti e alle possibilità inattese che emergono dal movimento. È questa visione che guida l’adozione di spazi naturali, essenziali, sospesi tra presenza e silenzio. Zero Negativo è il luogo in cui fotografia e natura non sono mai state così vicine e, per questo appuntamento di PhotoDesk, a parlarcene è il Direttore Artistico Giuseppe Maiullari

ZeroNegativo nasce come festival che lavora con il paesaggio naturale e non semplicemente dentro uno spazio espositivo. Quali criteri curatoriali utilizzi per evitare che la natura diventi scenografia e per farla invece agire come dispositivo critico nella lettura delle immagini?

Il paesaggio non è scenografia, ma co-autore. La natura funge da dispositivo critico perché sottrae all’opera la protezione del ‘’cubo bianco’’ della galleria, consentendo all’autore e al pubblico un confronto nudo e imprevedibile con la realtà. Grazie al continuo movimento solare tutto subisce una trasformazione, minuto dopo minuto. Gli spazi vissuti con il festival permettono al visitatore di osservare l’opera non da un unico punto di vista prestabilito, spesso frontale, ma con una libertà espressiva personale. Le esperienze passate, realizzate in spazi esclusivamente esterni e che dipendevano dall’umore metereologico, ci hanno portato oggi a compiere un’integrazione dello spazio naturale a uno spazio progettato, ma che come la prima consentirà comunque l’adattamento dell’esposizione alle forme del luogo. L’obiettivo resta quello di conservare una narrazione che si adatta alle forme del luogo e ne ascolta i ritmi che amplificano il significato e ampliano i sensi.

Le open call sono uno snodo centrale del festival. Che tipo di progetti stai realmente cercando attraverso queste call, e cosa rende una proposta “adatta a ZeroNegativo” anche quando va contro aspettative formali o tendenze dominanti della fotografia contemporanea?

L’autenticità e il bisogno di esprimersi, al di là del soggetto trattato, sono gli elementi riportati alla base del nostro immaginario. Per tale ragione, la scelta primaria e costante è quella di proporre open call che non impongano un binario narrativo permettendo che sia l’urgenza dell’autore a guidare la proposta. Senza vincoli esterni, seguiamo una linea che muta in base alla nostra stessa evoluzione, rimanendo fedeli alla fotografia come linguaggio e pura forma espressiva. Questo approccio nasce dalla volontà di alimentare una ricerca sia personale che collettiva. Restare aperti a linguaggi per noi ancora sconosciuti permette di rimettere in discussione certezze e di far crescere il festival insieme alle visioni ospitate. Anche la scelta di coinvolgere ospiti emergenti, già inseriti nel panorama della fotografia contemporanea, è un passo verso un contatto  ravvicinato con giovani autori che cercano spazio e scambio in un settore oggi estremamente delicato e spesso saturo di contenuti pre-confezionati.

ZeroNegativo
©Rosita Liccese

I Workshop e i percorsi di micro-editoria non sono attività collaterali ma parte strutturale del festival. Che tipo di idea di formazione e di crescita degli autori c’è dietro questa scelta, e in cosa si distingue dai format educativi più standardizzati dei festival di fotografia?

I format presentati da Zero mirano a mantenere leggerezza nell’esperienza stessa, affinché oltre che fonte di apprendimento e confronto con gli autori, siano fonte di relazione e in un certo senso divertimento. Piuttosto che puntare a formare in senso accademico, puntiamo principalmente, oltre che a una mera trasmissione di informazioni, anche allo scambio sincero di competenze, punti di vista e opinioni. Essenziale quindi è l’impiego di professionisti del settore che abbracciando con entusiasmo la nostra attitudine, mettono a disposizione il proprio sapere in modo efficace.
Il focus è posto su micro-settori, in cui gli argomenti sono trattati in maniera corale affinché arricchiscano giorno dopo giorno l’evoluzione autoriale di ognuno, anche degli amatori. La crescita dell’autore, nel nostro contesto, avviene appunto in quel dialogo fluido dove il sapere di uno diventa lo stimolo dell’altro. Dimostrazione di questo approccio risiede proprio nell’esperienza di lettura collettiva del portfolio di ZN25. Un momento che ha riscontrato un grande successo non solo tecnico, ma soprattutto emotivo e sociale. È stato un vero e proprio centro di dibattito aperto che ha abbattuto le barriere, trasformando la critica in un’occasione di crescita comune.

ZeroNegativo mescola mostre, talk, musica, performance e momenti conviviali. Non è una scelta neutra: rischia la dispersione ma può generare comunità. Come lavori sull’equilibrio tra esperienza e contenuto, evitando che il festival diventi un evento “atmosferico” più che culturale?

Credo che l’intrattenimento all’interno del mondo dell’arte sia fondamentale: approfondire una nuova conoscenza attraverso più circostanze possibili è un arricchimento necessario, soprattutto in un momento storico socialmente così fragile. Sebbene la fotografia rimanga il nostro interesse principale, non miriamo esclusivamente a quel mondo. Essa non rappresenta l’unica pratica possibile, ma una tra le molteplici forme espressive che abitano il nostro spazio. Questa scelta è lo specchio del nostro collettivo: non siamo solo fotografi, ma una realtà che si nutre di un dialogo costante tra discipline diverse e passioni condivise. L’obiettivo non è creare l’atmosfera, ma la comfort zone adatta a tutti. 

©Anna Adamo

Avete annunciato una nuova edizione che si svolgerà in estate in Puglia e che dunque segna un passaggio importante: ZeroNegativo esce dal suo contesto originario e si confronta con un territorio culturalmente e paesaggisticamente molto diverso. Cosa hai deciso di non portare con te in Puglia, e cosa invece era irrinunciabile per mantenere l’identità del festival?

Veniamo da una cultura, quella toscana, intrisa di bellezza e rigore, ma che porta con sé il rischio di specchiarsi nel passato. Proprio come in natura, se un bosco è troppo fitto di vecchi alberi, la luce non arriva al suolo e nulla di nuovo può nascere. Da qui nasce la nostra urgenza di spostarci, di non restare statici e di cercare in Puglia un nuovo confronto con attori in attesa di cambiamento, in un contesto ad oggi fortemente in cambiamento.
Portiamo con noi  un’inedita capacità di adattamento, con radici capaci di affondare in geografie diversificate seguendo l’eterogeneità dei background del gruppo. Irrinunciabile oltre tutto era la stessa essenza di ZeroNegativo. Tutto, come è stato nelle edizioni precedenti, sarà sempre concentrato in unico luogo dai confini aperti.

Molti festival crescono aggiungendo numeri, nomi e visibilità. Tu che tipo di crescita immagini per ZeroNegativo: più scala o più profondità? E qual è, oggi, il rischio più grande che senti nel suo sviluppo?

La consapevolezza è certamente quella di esserci catapultati in un mondo spesso ridotto a soli numeri e nomi rinominati dal settore. Tuttavia la crescita segue un percorso razionale, cercando di comprendere attraverso il confronto chi vogliamo essere e a cosa invece non vogliamo assomigliare. Oggi immaginiamo il progetto come uno sfogo artistico, una forma di protesta contro tutto ciò che si subisce quotidianamente e contro i pregiudizi che vengono continuamente riversati sulla nostra generazione. Proprio per questo non vedo rischi nel nostro sviluppo e non cerchiamo una crescita numerica fine a se stessa, ma una profondità di legami che hanno il dovere di ritagliarsi un proprio percorso.

“ZeroNegativo si definisce un festival indipendente. Quali sono state le sfide più difficili di autonomia organizzativa e come le avete risolte in termini di visione artistica e sostenibilità?”

La sfida più difficile a livello organizzativo è la complessità di portare a termine, esclusivamente con le nostre forze fisiche ed economiche, un obiettivo comune. Portiamo avanti il festival parallelamente alle nostre vite personali e professionali e inevitabilmente capita di cadere nell’errore di paragonarsi a realtà che godono di basi e risorse ben diverse dalle nostre.  Abbiamo risolto questo ‘bias’ consolidando un rapporto di forza reciproca: una rete di supporto. Dove non arriva uno arriverà sempre l’altro. In termini di visione artistica e sostenibilità, la nostra soluzione è stata smettere di basarsi su modelli consolidati e concentrarci sulla nostra dimensione. Abbiamo imparato che l’autonomia ha un prezzo in termini di fatica, ma ci garantisce una libertà di scelta che per noi è irrinunciabile. 

©Riccardo Svelto

Cover ©ShantiSimonetti&SabrinaCapotorto

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Scritto da Laura Tota

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