Photography PhotoDesk – PhEST – Festival Internazionale di Fotografia e Arte
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PhotoDesk – PhEST – Festival Internazionale di Fotografia e Arte

PhotoDesk è la rubrica realizzata in collaborazione con Laura Tota che vi porta alla scoperta dei Festival di fotografia.
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Laura Tota

Da 10 anni, PhEST – Festival Internazionale di Fotografia e Arte lascia che sia la fotografia a interrogare il presente, mettendola in dialogo con l’arte contemporanea, la musica e lo spazio urbano. Al centro si sono la splendida Monopoli e soprattutto il Mediterraneo, inteso non come scenario esotico o identitario, ma come luogo di passaggi, frizioni e stratificazioni culturali. Il payoff see beyond the sea sintetizza questa visione: guardare oltre ciò che è visibile, oltre gli stereotipi, oltre le narrazioni consolidate.

Negli anni il festival ha costruito un’identità riconoscibile, capace di abitare il centro storico della città con mostre indoor e interventi outdoor, trasformandolo in un dispositivo espositivo diffuso. A questa dimensione curatoriale si affianca una comunicazione diretta e ironica, che mostra il dietro le quinte come parte integrante del progetto e contribuisce a creare una relazione meno formale, più autentica, con il pubblico.

In questa intervista di PhotoDesk, Giovanni Troilo, direttore artistico di PhEST, racconta come si costruisce questa visione: dalle scelte curatoriali al rapporto con il territorio, dal dialogo tra fotografia e altri linguaggi alle opportunità offerte ai fotografi attraverso le open call, mettendo in luce ciò che rende il festival un’esperienza distinta nel panorama italiano.

“See beyond the sea” definisce il vostro modo di guardare al Mediterraneo, di raccontarlo senza appoggiarvi alle solite immagini superando gli stereotipi con cui viene rappresentato. In che modo, negli anni, avete scelto di raccontarlo in modo diverso rispetto alla narrazione più tradizionale e in che modo la vostra linea curatoriale si è evoluta nel tempo?

Fin dall’inizio abbiamo sentito il bisogno di spostare lo sguardo. Il Mediterraneo è spesso raccontato attraverso immagini molto riconoscibili: la cartolina, la bellezza rassicurante, oppure l’emergenza, il dramma. In entrambi i casi sono narrazioni forti ma estremamente codificate.
See beyond the sea” nasce proprio da qui: dal desiderio di andare oltre quella superficie, oltre l’immagine immediata, per restituire complessità, contraddizioni, ambiguità. Nel tempo la nostra linea curatoriale si è evoluta in modo naturale. All’inizio il racconto era più legato al Mediterraneo in senso geografico; oggi lo pensiamo sempre di più come uno spazio mentale, politico e culturale, un luogo di possibilità ma anche di fratture. Non ci interessa tanto “rappresentarlo”, quanto usarlo come lente per parlare di identità, potere, migrazione, desiderio, futuro.
E soprattutto ci interessa ribaltare il punto di vista: fare del Mediterraneo un faro, un luogo da cui guardare il mondo, producendo uno sguardo mediterraneo sul presente, e non più solo il contrario.

Ogni festival attraversa un momento di svolta, un progetto che cambia il passo e apre una nuova direzione. Guardando alle edizioni passate, qual è il progetto che ha cambiato maggiormente la vostra direzione e vi ha fatto capire che il festival poteva evolvere?

Più che una singola svolta, PhEST è cresciuto per stratificazioni. In ogni edizione c’è stato un passaggio che ci ha aiutato a capire meglio chi eravamo e chi potevamo diventare.
A volte è successo grazie alle residenze artistiche – penso al lavoro di Alejandro Chaskielberg sugli ulivi o a quello di Piero Martinello con i pescatori – altre volte per costrizione, come durante il Covid, quando l’impossibilità di usare gli spazi chiusi ci ha spinti a osare moltissimo con l’outdoor: mostre subacquee, galleggianti, su isole. In altri momenti l’introduzione di grandi artisti, come Man Ray o Goya, ci ha fatto ripensare radicalmente al pubblico potenziale del festival e ci ha permesso di ampliarlo in modo significativo.
Piano piano abbiamo capito che PhEST poteva essere qualcosa di più di una somma di mostre. Da lì è nata l’idea di lavorare su progetti capaci di dialogare davvero con lo spazio urbano e con pubblici non necessariamente specialistici.
È stato in quel momento che abbiamo compreso che il festival poteva diventare una piattaforma culturale, capace di tenere insieme fotografia, arte, musica, editoria e territorio, senza perdere identità, ma anzi rafforzandola.

Esporre in una città come Monopoli significa confrontarsi con vicoli, piazze, architetture e spazi aperti che influenzano inevitabilmente il modo di costruire una mostra, invitando il visitatore ad accedere a sedi espositive inusuali (spesso inaccessibili fuori dalla durata del festival) e spazi urbani. Qual è stata l’esposizione outdoor più complessa o audace che avete realizzato, e cosa ha reso possibile farla proprio a Monopoli?

Le esposizioni outdoor sono sempre una sfida, perché implicano un dialogo continuo con la città, con la luce, con il passaggio quotidiano delle persone. Alcune delle più audaci sono state sicuramente la mostra subacquea realizzata con National Geographic, quella galleggiante con il progetto Confort Zone di Tadao Cern e l’installazione al neon You Are (on) an Island dell’artista Alicia Eggert sull’isolotto proprio di fronte alla spiaggia della città vecchia. Sono progetti che ci hanno portato a riconsiderare il mare non solo come sfondo, ma come luogo di esperienza, letteralmente immersiva. In quei casi il pubblico non guarda semplicemente un’opera, ma la attraversa, è costretto a rallentare, a fermarsi, a interagire con lo spazio e con l’installazione stessa.
Monopoli rende possibile tutto questo perché è una città porosa, attraversabile, dove i confini tra spazio espositivo e spazio pubblico sono sottilissimi. Qui l’outdoor non è un’aggiunta al festival: è una parte essenziale dell’esperienza.

La vostra comunicazione social è lontana da quella più istituzionale e “ingessata” di molti festival: è diretta, ironica, spontanea, e mostra il dietro le quinte e le persone che costruiscono il festival come parte stessa del progetto. Perché avete scelto questo tono e qual è il limite che non volete superare, se c’è?

Abbiamo scelto una comunicazione diretta, ironica e umana perché è il modo in cui lavoriamo davvero. Non ci interessava costruire una distanza, ma creare relazione. Mostrare chi siamo, come lavoriamo, anche nei momenti di fatica, di difficoltà, di gioia, rende il festival più accessibile e più vero.

Il limite, se c’è, è non tradire mai il rispetto per il lavoro degli artisti e per il pubblico. Possiamo essere informali, ma non superficiali; ironici, ma non cinici.
La provocazione fine a sé stessa non ci interessa: quando è gratuita, tradisce la narrazione, gli artisti e anche chi ci segue. La provocazione, invece, come atto artistico e politico, capace di parlare a un pubblico ampio e di aprire una riflessione, fa decisamente parte del nostro DNA.

Mostrare il backstage significa portare il pubblico dentro il processo, non solo metterlo di fronte al risultato finale; significa condividere la costruzione del festival, non solo la sua immagine ufficiale. Quanto conta oggi il backstage nella narrazione del festival? È solo comunicazione o parte integrante dell’esperienza che volete costruire?

Per noi il backstage non è solo comunicazione: è parte dell’esperienza. Raccontare il processo significa riconoscere che un festival non nasce già “finito”, ma è fatto di scelte, tentativi, errori, relazioni.

Riceviamo moltissimi commenti dal pubblico sull’esperienza che vive attraversando le oltre trenta mostre di PhEST, distribuite in decine di location a Monopoli. Ma l’esperienza che ci piacerebbe davvero far emergere è quella della costruzione del festival, della comunità che si riunisce per generare qualcosa di vivo.
Molti partecipano fisicamente a questo processo unendosi a noi, altri non hanno la possibilità di farlo: per loro il backstage diventa un modo prezioso per entrare dentro quella energia, dentro quello spazio condiviso che è PhEST, anche a distanza.

PhEST

Pur rimanendo un festival di fotografia, PhEST presenta anche installazioni e interventi artistici per ampliare lo sguardo e arricchire la lettura dei temi di ogni edizione. Qual è un progetto non fotografico che, secondo voi, ha arricchito in modo significativo il tema di un’edizione recente?

In realtà noi pensiamo ogni edizione come a un percorso cercando di indovinare le traiettorie del pubblico, quasi come se fosse un film, fatto di scene che si susseguono e dialogano tra loro. In questo senso, ripensare il ruolo di una grande mostra non fotografica come I Caprichos di Goya è stato fondamentale. Portare a Monopoli gli 80 Capricci originali dal Museo di Valencia non è stato un gesto “eccezionale” o slegato dal resto, ma qualcosa che aveva molto senso dentro il racconto complessivo. Nell’edizione This Is Us – A Capsule to Space c’erano Martin Parr con la sua ultima grande mostra e Goya, ed è stato interessante vedere come, messi uno accanto all’altro, parlassero in modo molto diretto di umanità, offrendo due cataloghi vasti e complessi di quello che siamo. Parr lo faceva attraverso immagini che raccontano la fine del Novecento, Goya guardava alla fine del Settecento, ma entrambi sembravano parlare esattamente del presente. Quello scarto temporale così ampio, paradossalmente, li rendeva ancora più vicini e complementari. È stato uno di quei momenti in cui ti rendi conto che non stai semplicemente “aggiungendo” qualcosa alla fotografia, ma stai allargando davvero lo sguardo dell’edizione.

La musica è diventata una presenza attesa negli opening e negli eventi del festival: contribuisce a creare atmosfera e a definire un racconto sensoriale che accompagna le immagini. Come selezionate gli artisti e come si collega la musica al racconto visivo del festival?

La musica per noi è una parte centralissima del festival, è spesso il momento in cui tutto prende vita davvero. È lì che pubblici diversi si incontrano, incrociano i loro interessi e iniziano a condividere l’esperienza di PhEST. Succede nelle giornate inaugurali, ma anche durante i mesi di apertura del festival e nei momenti di finissage. Cerchiamo artisti musicali che condividano lo spirito di PhEST, che possano aiutarci a raccontarlo anche in forma sonora. La musica non è mai decorativa: la scegliamo accuratamente come scegliamo tutti gli artisti visivi, per affinità di visione. Con alcuni musicisti abbiamo costruito eventi di vera e propria sinestesia. Penso, ad esempio, a C’mon Tigre, che hanno già nel loro progetto una componente visuale fortissima: con loro il concerto diventa una sorta di mostra live del festival. Il grande ledwall alle spalle trasforma l’esibizione in qualcosa che sta a metà tra cinema, teatro e musica, una specie di celebrazione laica e collettiva. Altri artisti, invece, ci aiutano a tenere viva la dimensione più festiva di PhEST o a proporre forme di ricerca musicale al nostro pubblico. Negli anni abbiamo ospitato Bombino, Clap! Clap!, Populous, LNDFK, Bruno Belissimo, Protopapa, e ognuno ha contribuito a costruire un clima emotivo diverso ma sempre coerente con il festival, aiutando a trasformare il festival in un rito collettivo, un’esperienza che non passa solo dallo sguardo, ma anche dal corpo, dal tempo condiviso, dalla presenza.

Una open call ha valore quando apre davvero delle strade per chi partecipa, quando offre concrete opportunità oltre alla semplice possibilità di essere selezionati ed esposti durante il festival. Qual è il vantaggio che la call di PhEST dà ai fotografi che decidono di candidarsi?

La Pop-Up Open Call di PhEST esiste da 5 anni ed è cresciuta moltissimo, anche grazie alla collaborazione con piattaforme internazionali come LensCulture e PhMuseum, che ci permettono di intercettare una comunità ampia, eterogenea e davvero globale. Nell’ultima edizione, ad esempio, sono arrivati oltre 800 progetti provenienti da 64 Paesi diversi, un dato che racconta bene l’ampiezza e la qualità del dialogo che la call è riuscita a generare.

La formula è volutamente semplice: la call resta aperta per un periodo molto breve, di solito un paio di settimane, così la comunicazione resta concentrata e non si disperde in deadline troppo lontane nel tempo. La colleghiamo sempre in modo diretto al tema dell’edizione, e questo fa sì che i progetti arrivino già pensati per dialogare con la visione del festival, con una risposta molto forte soprattutto in termini qualitativi.
Alcuni progetti selezionati vengono scelti direttamente da piattaforme come LensCulture e PhMuseum, che offrono agli autori una pubblicazione sui loro canali. È un’opportunità molto concreta, perché garantisce una visibilità internazionale enorme e l’ingresso in circuiti professionali importanti.

Il premio principale resta la possibilità di realizzare una mostra all’interno dell’edizione di PhEST e di rendere quindi il progetto direttamente accessibile al vasto pubblico di PhEST. Nel corso degli anni, ci siamo resi conto che la open call stava diventando uno strumento sempre più centrale nella costruzione del programma, una spina dorsale di PhEST, motivo per cui anticiperemo il lancio della call – spostandola da maggio a marzo – con l’idea di selezionare progetti sempre più centrali per l’edizione in corso di progettazione. In ogni caso non è mai pensata come un punto di arrivo, ma come un inizio: per chi viene selezionato significa entrare in un contesto curatoriale solido, avere visibilità reale e iniziare a costruire relazioni che spesso continuano anche dopo il festival.

Anche quando non si viene selezionati, un festival può comunque diventare un punto di riferimento, se mantiene aperti dialoghi e occasioni di confronto. Cosa accade ai fotografi non selezionati? Avete iniziative o modalità per mantenere aperto un dialogo anche con loro?

Cerchiamo davvero di mantenere il dialogo aperto, anche se non sempre è possibile farlo in modo strutturato o continuo. La open call per noi non è solo uno strumento di selezione, ma anche – e forse soprattutto – uno strumento di osservazione. Ci permette di capire cosa sta succedendo, quali ricerche stanno emergendo, quali direzioni stanno prendendo gli autori. Seguiamo il lavoro di molti fotografi anche dopo la call. Alcuni tornano negli anni successivi con progetti più maturi, altri riemergono in contesti diversi, magari in dialogo con temi che stiamo affrontando in altre edizioni. Non è raro che un progetto non selezionato in un anno trovi spazio più avanti, quando il momento è quello giusto. In questo senso PhEST non vuole essere un filtro rigido, ma un punto di passaggio, un luogo in cui le traiettorie si incrociano. Anche quando non si entra subito nel programma, il dialogo resta aperto.

PhEST
©Dylan Hausthor

Valutare i progetti significa capire non solo la qualità del lavoro, ma anche se riesce a dialogare con l’identità del festival e con la sua visione. Quando valutate i progetti della open call, qual è il criterio che vi fa capire che un lavoro si inserisce davvero nello spirito di PhEST?  

Non è mai solo una questione di qualità formale. Quella è importante, certo, ma non basta. Un progetto funziona davvero per PhEST quando riesce a mettere in discussione qualcosa, quando non si limita a mostrare, ma apre delle domande invece di chiuderle. Ci interessa il rischio, la ricerca, la sensazione che dietro ci sia un processo autentico e non una risposta “giusta” al tema. Un lavoro ci convince quando riesce a dialogare con il tema dell’edizione senza illustrarlo in modo didascalico, senza spiegare troppo, lasciando spazio all’ambiguità e all’interpretazione. In fondo il nostro criterio è molto semplice: se guardando un progetto ci viene spontaneo pensare “e se…?”, se ci spinge a immaginare qualcosa di diverso o a rimettere in discussione il nostro punto di vista, allora sappiamo che è sulla strada giusta per entrare nello spirito di PhEST.

PhEST
©Michalina Kacperak
Photographyfestivalphotodesk
Scritto da Laura Tota

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